C’è un’ossessione che attraversa la nostra civiltà, un’idiosincrasia che in secoli lontani non veniva vissuta con l’intensità patologica di oggi: il sesso. O, per usare un termine più arcaico e censorio, “la carne”.
Personalmente, quando penso alla carne, l’immaginazione mi porta dal macellaio: penso a un buon filetto, a una bistecca robusta, o magari a un piatto di saltimbocca alla romana e a un vitello tonnato, perfetto ora che è estate. Non penso certo all’erotismo. Eppure, nel linguaggio comune, quando si evoca la “carne” si allude sempre a qualcosa di disgustoso e peccaminoso, ma al contempo irresistibile, come tutto ciò che è proibito. Siamo pronti a saltare inorriditi di fronte a pratiche erotiche inusuali, scambiando troppo spesso l’illecito con l’illegale.
Qui sta il corto circuito: l’illecito ha a che fare con la morale, l’illegale con la legge. Molte cose sono illegali pur essendo lecite, e viceversa. Il gioco d’azzardo autorizzato è perfettamente legale, eppure è moralmente illecito per le conseguenze disastrose che ha sulle famiglie. Ubriacarsi è permesso dalla legge, ma confligge con la salute e con la morale pubblica.
La nostra attenzione sul sesso è invece massima, costantemente alimentata da media che lo propinano ovunque, in modo più o meno esplicito. Salvo poi attivare la scure della riprovazione morale, che invoca la legge provocando danni d’immagine giganteschi prima ancora che sanzioni reali.
Nel mondo antico le ossessioni erano altre. Per i Greci era la tuké, il destino ineluttabile a cui nemmeno gli dei potevano opporsi (e se ci provavano, la pezza era peggio del buco). Per i Romani era l’imperium, il comando, la ricerca ossessiva dell’apicalità piramidale. Un’eredità, quest’ultima, che ci portiamo dietro ancora oggi quando, davanti a un disservizio, esigiamo furiosi: “Voglio parlare con il responsabile!”, illudendoci che esista sempre un colpevole unico.
Oggi, smarriti in questa giungla di priorità distorte, ci commuoviamo persino per il dolore espresso in diretta televisiva, dimenticando che è un lusso concesso a pochi eletti, mentre il resto del mondo soffre nell’ombra e nel silenzio. È il segno di una decadenza – da non confondere con il decadimento neuro cognitivo della malattia – che spinge i vecchi a riprodurre con nostalgia un passato di infanzia felice dimenticato facilmente quando si diventa adulti.
Oggi siamo troppo impegnati a difenderci dalla sessualità, nostra e altrui, dimenticando di essere adulti. Questo interesse ossessivo per un aspetto che dovrebbe essere considerato semplice normalità fisiologica ci trasforma in giudici spietati, pronti a condannare senza appello. Sarebbe ora di rimettere la sessualità dove le compete: nella sfera della normalità. E smetterla, finalmente, di farne un problema.
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