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Aperta fino al 2 agosto la nuova mostra di Fondazione Imago Mundi alla Galleria delle Prigioni: Lines, Loops, Leaks. Riflessioni contemporanee sul confine.
È dedicata al tema del confine la mostra appena inaugurata alla Galleria delle Prigioni: sarà aperta fino a domenica 2 agosto 2026, e propone, attraverso il linguaggio e la sensibilità dell’arte contemporanea, una riflessione critica sulle forme attuali del confine, esplorato dagli artisti come strumento di potere che stabilisce gerarchie, produce identità, ma anche come spazio vivo, in cui si manifestano simultaneamente forme di esclusione, resistenza e creatività.
Il titolo Lines, Loops, Leaks rievoca le linee, la sequenza, lo sconfinamento, apre ad una visione che ci restituisce un ampio concetto di confine come soglia, come spazio in cui “si definiscono fatti e accadono cose”.
Il tema del confine è lo sfondo fluido e dinamico dell’esposizione, ma diventa anche “borderscape” crasi tra border (confine) e landscape (paesaggio), ovvero metodo e strumento di indagine del presente, chiave di lettura della realtà che ci circonda, approccio con cui analizzare e pensare agli effetti e alle conseguenze sulla vita delle persone, delle città, delle nazioni
La mostra prende avvio con una selezione di 36 opere di Imago Mundi Collection che rappresentano confini fisici, geografici, simbolici, anche mentali. Si compone di tre nuclei principali e coinvolge sedici artisti: Matteo Attruia, Filippo Berta, Nicolas Brunetti, Mario Ceroli, Peter Fend, Shilpa Gupta, Reena Saini Kallat, Armin Linke, Eva Marisaldi, Malgorzata Mirga-Tas, Adrien Missika, Ryts Monet, Antoni Muntadas, Paulo Nazareth, Liv Schulman, Riccardo Vicentini.
Il primo nucleo mira a visualizzare i confini, mostrando come essi si materializzano tanto come dispositivi politici- fisici e simbolici- quanto come elementi che incidono concretamente nel paesaggio naturale. Il secondo nucleo raccoglie opere che si soffermano sulle conseguenze generate dal confine inteso come spazio di fruizione: dalle dinamiche sociopolitiche alle ricadute economiche e culturali che esso produce. Il terzo nucleo considera il confine come luogo della possibilità: le opere immaginano l’attraversamento, la dislocazione e la risignificazione dei limiti, attivando forme di resistenza e disobbedienza.
La selezione delle opere in mostra presenta prestiti da alcuni tra i principali artisti internazionali che lavorano con il tema del confine, e che con la loro arte parlano di globalizzazione, disuguaglianze, colonialismo, identità.
I lavori, che spaziano dalla pittura all’installazione, dalla scultura al video, affrontano il tema dei confini con l’obiettivo di renderli visibili, intelligibili e, infine, superabili, disinnescando le modalità discriminatorie e coloniali che essi portano con sé.
All’interno del percorso espositivo sono presenti, in forma di mappe visive, le riflessioni dell’antropologa Chiara Brambilla, professoressa associata del Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università di Bergamo, che ha contribuito in modo significativo allo sviluppo teorico del concetto di borderscape, il tema guida della mostra.
Le opere di Imago Mundi Collection – tutte nel formato di 10×12 cm –, provengono da diverse collezioni e quindi da diverse aree del mondo, quali Messico, Corea del Sud, Palestina, Venezuela, Kurdistan, Cipro, Siria, Italia, e altre, tracciando una geografia segnata da tensioni legate ai confini e a questioni irrisolte sulle frontiere.
“Tracciare un confine- ha spiegato il curatore Mattia Solari- non è mai un gesto neutro. Delimitare lo spazio è, sin dall’antichità, un’azione carica di implicazioni simboliche e politiche, di mistero e di violenza. Miti e narrazioni sulla nascita dei confini attraversano le mitologie e le storie, restituendo genealogie tutt’altro che pacifiche e lineari”.
La project manager della Fondazione Chiara Longhi ha sottolineato come “l’interdisciplinereità della mostra, che include prospettive che vanno oltre la storia dell’arte, indagando l’antropologia e le relazioni internazionali, apre uno sguardo attento ed inedito sulla complessità internazionale”.
La Galleria delle Prigioni è essa stessa mostra nella mostra, segno e contenuto di un mondo che per secoli ha rinchiuso e che oggi invece apre lo sguardo sul mondo che cambia, capace di interrogarsi, darsi risposte e creare nuovi linguaggi.
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