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È morto Osvaldo Bagnoli, il Mago della Bovisa

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L’ex allenatore è scomparso all’età di 91, grande conoscitore di football e autore dell’impressionante cavalcata scudetto targata Verona nel 1985

A chi gli chiedeva lumi sull’attaccante macedone Pandev, all’epoca l’Osvaldo che allenava l’Inter rispondeva: “Sarà, ma io sono della Bovisa e non sono mica un pirla“. In questa frase lapidaria, condensato di pragmaticità ed empatia spiccia, risiedeva buona parte della personalità, a volte spiazzante, di Bagnoli, anzi dell’Osvaldo, con quell’articolo prima del nome che a lui calzava a pennello, in nome della sua milanesità. Nato in Bovisa, il quartiere di Milano dalla genesi operaia, popolare e schietta, dove la lima ha sempre fatto rima con schiscetta, area industriale in cui Ermanno Olmi ci ha ambientato il suo romanzo e dove sorgeva la Montecatini, luoghi oggi trasformati, con una piega diversa, figlia della modernità e dei cambiamenti globali. Inizia a calzare gli scarpini con i sei tacchetti nell’Ausonia 1931, vincendo subito il campionato di categoria Allievi quando il Milan, con Malatrasi, gli mette subito occhi e tesserino addosso, acquistandolo per 75mila lire, una cifra che oggi fa sorridere, ma siamo nel 1955 e l’epoca è figlia di un paese che attende il boom, Bagnoli è un tipo che si adatta ed è veloce nel mettersi in mostra, quindi esordisce subito in serie A, giocando l’ultimo scampolo di campionato. L’anno successivo gioca le prime 5 partite prima di lasciare il posto a Tito Cucchiaroni e nelle due annate rossonere vince uno scudetto e una Coppa latina. Subito dopo arriveranno le maglie di Verona, città del destino, Udinese, Catanzaro e Spal. Ma il Mago della Bovisa ha nel suo dna la panchina, e, dopo i primi approcci alla Solbiatese, arrivano il Como, cercato da Marchioro, Rimini, Fano, Cesena, Verona, Genoa e infine Inter, dove Pellegrini lo esonera, commettendo un errore di cui si pentirà, al termine di un’annata complicata, che è quella del 1994. Da quel momento Bagnoli saluterà il calcio per rientrare a tempo pieno in famiglia, appena sessantenne. Ma parlando di destino e riavvolgendo il nastro torniamo al 1981, quando l’Osvaldo si accasa a Verona e non sa ancora che nella città dell’Arena, degli innamorati Giulietta e Romeo sarà l’autore di una delle pagine più romantiche del calcio giocato degli ultimi anni. Perchè dalla serie cadetta Bagnoli porterà gli scaligeri sul tetto della serie A al termine di un campionato sublime nella stagione 84/85. Con la ceralacca in difesa, blindata ad oltranza e salvaguardata da un certo Garella, il fosforo a centrocampo di Di Gennaro, le scorribande sulla fascia di Pierino Fanna, e l’esterno alto di Marangon. Il tutto a guarnire una torta con ciliegine tipo il duo Briegel, Elkjaer, Fontolan, Volpati, Ferroni e Nanu Galderisi, che davanti avrebbe vissuto un’annata ispiratissima. Una squadra, che domenica dopo domenica diventerà invincibile, masticando laicità e religione, catenaccio e pressing, fuorigioco, zona e una difesa che beccherà solo 19 gol, diretta da Tricella. Una fantastica alchimia, romantica e visionaria, con quella maglia gialloblu che diventerà un vanto per Verona, una favola moderna scritta, diretta e interpretata da Osvaldo e i suoi ragazzi terribili, invincibili.

Photo Credit by figc.it

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