È la domanda che rivolgiamo quasi d’istinto a qualcuno dello staff quando ci troviamo disorientati, un po’ spersi e confusi, all’interno di un grande magazzino, di un centro commerciale affollato o di un luogo sconosciuto con una segnaletica poco visibile. L’addetto interpellato ci risponde, a volte cortesemente, a volte meno; nel migliore dei casi ci accompagna, indicandoci la via. Noi ci fidiamo, scorgiamo finalmente quel cartello che prima ci sfuggiva e usciamo sulla strada, al sicuro.
Se fossimo diffidenti o semplicemente arroganti, faremmo di testa nostra. Con molta probabilità sbaglieremmo strada, finendo per aggirarci a vuoto o, peggio, finendo dritti “nella bocca del nemico”. È una dinamica che il cinema e la storia ci hanno raccontato spesso. Nel film Piccolo grande uomo, così come nella realtà storica di Little Big Horn (25-26 giugno 1876), il generale Custer si rivolse alla sua guida indigena. Lo scout gli aveva indicato la via corretta, ma Custer – accecato dal pregiudizio – non poteva fidarsi di un “selvaggio” che riteneva potesse ingannarlo. Finì col farsi massacrare insieme ai suoi uomini. C’è un quadro dell’epoca che riproduce magnificamente quel momento di tragica incertezza, e si intitola, non a caso, The Query: il quesito.
Cercare una via d’uscita, d’altronde, non è mai facile. Nella complessità della vita siamo costantemente costretti ad affidarci a qualcuno che ne sa più di noi: un medico, uno psicologo, un avvocato, un architetto, o semplicemente un amico sincero. Spesso non abbiamo altra scelta che cedere il passo alla fiducia.
Eppure, qui si inserisce un dilemma profondo: è sempre preferibile tirare avanti su una strada larga, comoda e sicura, oppure ogni tanto serve inoltrarsi in un sentiero di cui non si conosce la fine?
Quando si visita un luogo nuovo, a volte l’approccio migliore è proprio lo smarrimento deliberato. È l’esperienza di chi entra in libreria per acquistare un volume preciso e finisce per uscirne con un altro, scoperto per caso, che si rivela molto più interessante. Il consiglio per il “turista fai-da-te” è proprio questo: lasciarsi andare, abbandonare la meta e scoprire con curiosità ciò che si trova fuori dai circuiti culturali standard. Se si è fortunati, si stringono tra le mani dettagli unici, capaci di farci capire davvero dove siamo e cosa ha da dirci quel luogo sconosciuto.
In fondo, funzionò così anche per Cristoforo Colombo: cercava le Indie e scoprì l’America. Ci vuole coraggio per farlo; si parte con un disegno preciso, ma si impara ad accontentarsi – e a meravigliarsi – di ciò che si è scoperto lungo la deviazione.
Di fronte ai drammi dell’esistenza, però, siano essi figli del destino o delle nostre scelte sbagliate, il dubbio ritorna. Viene da pensare, con un pizzico di ironia amara, che forse il Padre Eterno avrebbe fatto bene a riposarsi un giorno in più, prima di decidersi a creare l’Uomo. Dalla grandiosità sconfinata dell’universo emerge questo piccolo essere: fragile e pauroso, oppure arrogante e intraprendente, ma comunque destinato a consumarsi in pochi anni e non sempre gloriosamente.
Eppure, in questo contrasto risiede un significato profondo. La mostruosità monumentale dei corpi celesti si scontra e si confronta con la bellezza intrinseca di questo piccolo essere intelligente e curioso. La stessa mitologia classica ci mostra questo passaggio: dal periodo di Saturno, che generava figli mostruosi e psicopatici, si passa al regno di Giove, che ordina le relazioni umane e le proietta nel cielo sotto forma di costellazioni e stelle fisse, nate per orientare lo spazio e il tempo.
In questo immenso teatro, il Dio fatto Uomo resta il grande prodigio della creazione. Smarriti nel nostro grande magazzino terreno, non dobbiamo fare altro che ritrovare l’umiltà dello sguardo: se ci rivolgeremo a Lui, Egli saprà indicarci la Strada.
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