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Tutti pazzi per Basaglia

TUTTI PAZZI PER BASAGLIA

Torna forte, a ogni fatto di cronaca nera, una voce dal basso: sarebbe colpa della legge Basaglia se tanti “fuori di testa” tornano liberi dopo aver commesso delitti orrendi o, più comunemente, dopo aver disturbato la quiete pubblica.

Ho sentito dire che, quando si vede qualcuno per strada fare “cose da matti”, si dovrebbe chiamare il 118 immaginando che dall’ambulanza balzino quattro robusti infermieri pronti a bloccare il malcapitato, portarlo chissà dove e gettare via la chiave.

A chi la pensa così — colto o meno che sia — è utile ricordare cosa sia davvero il lavoro psichiatrico. Lo psichiatra non si occupa solo del corpo materiale, in quanto medico, ma, come medico della mente, si occupa del “corpo vissuto”: quel corpo attraversato dall’esistenza, che si esprime nelle interazioni sociali e vive lo spirito dei tempi.

Il lavoro psichiatrico non serve alla neutralizzazione della follia, ma alla sua comprensibilità antropologica. Tutto ciò che esprime l’esistenza fa parte dell’esistenza: non esiste alienazione, né difetto, ma solo la variabilità umana nella sua imprevedibilità. Il vero compito è far comprendere che l’essere malati è la norma e la salute un’eccezione soltanto teorica. La malattia e la diversità non sono altro che l’esasperazione della nostra “normalità”.

La psichiatria serve a riconoscere e dare libertà a chi la malattia l’ha negata, seppure temporaneamente. La vita stessa è una convalescenza: dal momento in cui nasciamo dobbiamo affrontare qualcosa che può farci del male o del bene. Attendere con fiducia l’imprevisto è ciò per cui siamo fatti. Essere magnanimi vuol dire avere una grandezza d’animo tale da comprendere tutto ciò che avviene e farlo rientrare, superando le apparenze e i pregiudizi, nella bolla esistenziale di cui siamo parte.

Nel 2024, in occasione dei cento anni dalla nascita di Franco Basaglia — un gigante del pensiero e dell’agire politico del Novecento — ho scritto un articolo per la rivista Spiritualità e qualità di vita (n. 17/2024), dal titolo Il dovere della libertà. Ci tengo a sottolineare il titolo che ho dato e la cornice editoriale scelta.

Perché la qualità di vita è innanzi tutto un dovere, più che un diritto. La componente immateriale dell’individuo è ciò che lo rende umano. E il dovere della libertà spetta all’individuo stesso e tutti siamo chiamati a difenderlo, quando esso sembra venire meno. Si nasce liberi, ma per conservare questa libertà bisogna lottare.

Il lavoro terapeutico non può che essere, prima di tutto, un continuo esercizio di libertà, se psiche e mente sono l’oggetto della psichiatria. I singoli comportamenti si possono modificare; la condotta, intesa come stile di vita, habitus mentale, è più complicata, a volte anche inutile e ingiusta da modificare.

Non per questo il pensare psichiatrico si esclude da queste importanti riflessioni che riguardano la convivenza sociale. Non esiste una medicina sociale perché la medicina, compresa quella della mente, è strettamente interconnessa con le dinamiche sociali dell’individuo e del suo contesto. Fare medicina vuol dire agire nel sociale, e la medicina non si può estraniare da questo compito.

Ma, se guardiamo all’obiettivo della medicina come cura dell’Uomo, possiamo e dobbiamo accettare che l’intervento medico e psichiatrico, in particolare, ha valore solo se inteso come prendersi cura. E quale cura migliore è quella di occuparsi della libertà?

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