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Quando l’anguria costava due lire al chilo

QUANDO L’ANGURIA COSTAVA DUE LIRE AL CHILO

Abbiamo da pochi giorni superato una improvvisa tempesta di vento e grandine. Campagne e giardini sono stati presi a schiaffi da raffiche di vento accelerato che ha defogliato le piante e abbattuto frutti e fiori, compromettendo visibilmente i raccolti e i guadagni di un’intera stagione. Ma mentre i contadini legittimamente si preoccupano di cosa fa la natura, alla natura stessa non interessa affatto cosa pensano i contadini. Invero, per quanto possa suonare paradossale o persino crudele agli occhi di chi vive della terra, questo schiaffo ci voleva.

L’arrivo della primavera, quest’anno, era stato esplosivo, quasi prepotente. Le piante si caricavano di foglie, fiori e frutti con una crescita così rapida, dirompente e accelerata che non si era mai vista a memoria recente. La vita, con questo ipervitalismo straripante, doveva in qualche modo essere calmata, ricondotta entro argini sostenibili. La fotosintesi doveva tornare alla sua costanza abituale, a quel ritmo lento e saggio che garantisce la durata. Lo schiaffo della natura alla vita, dunque, ha fatto bene: ha rimesso, a modo suo, le cose a posto.

Qualche tempo fa, interrogato dalla mia curiosità, un vecchio giardiniere mi rispose con una lucidità disarmante: «Le piante prendono la direzione e la forma che noi vogliamo». Alle piante non interessa affatto la forma esteriore, estetica o geometrica che noi imponiamo loro; a loro interessa unicamente la vita. La pianta si ribella e soffre non per la forma geometrica in sé, ma quando esageriamo nella vitalità artificiale e nella produttività esasperata che pretendiamo da lei.

La natura non segue alcun ordine precostituito, né riceve ordini da alcuno. Fa il suo lavoro con l’assoluta, magnifica imprecisione che la caratterizza. Non è governata dal modo indicativo della certezza assoluta; è piuttosto il condizionale che la definisce intrinsecamente. Non è, ma potrebbe essere. Questo ce lo insegna mirabilmente la fisica quantistica moderna attraverso il concetto di entanglement — un termine che letteralmente significa intreccio, ma che sotto la superficie nasconde anche la sfumatura dell’imbroglio, del gioco di prestigio, dell’imprevedibilità di fondo che governa la materia. Ma anche interazione, due corpi a distanza infinita comunicano tra loro!

D’altronde, la nostra stessa mente si muove seguendo due binari paralleli e contrapposti: l’algoritmo, che si esprime come un processo lineare, rigido e statico, e la risonanza emotiva, che è al contrario un processo casuale, fluttuante e profondamente dinamico. Uno compensa strutturalmente l’altro. Ed entrambi entrano in funzione contemporaneamente nel nostro vissuto quotidiano, senza dare alcuna possibilità di previsione sul risultato finale. Possiamo comportarci seguendo la logica più ferrea oppure muoverci secondo scelte istintive, empatiche o persino antipatiche. Tutto, nell’universo come nell’animo umano, avviene secondo oscillazioni, frequenze e un’assoluta assenza di una direzione predefinita.

Sono passati pochi decenni da quando, appunto, l’anguria costava appena due lire al chilo, e oggi il mondo ci appare enormemente cambiato, trasfigurato. La vita ci sembra diventata più difficile, decisamente più costosa e inutilmente complicata. Ma non possiamo fare altro che rassegnarci a questo straordinario, misterioso e caotico funzionamento delle cose. Dobbiamo accettare lo schiaffo della natura perché ci fa bene. Se due corpi distanti tempi infiniti comunicano tra loro, come possiamo non pensare alla nostra prossimità, confinata entro il limite della nostra piccola sfera che è il mondo. Dunque nell’universo delle interazioni possibili, c’è un’unica certezza, comprovata dalla fisica almeno per ora: algoritmo e risonanza emotiva scandiscono il nostro spazio-tempo esistenziale. Dalle interazioni della materia dobbiamo dedurre che anche la nostra felicità è tale solo se è condivisa.

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