C’è un fantasma che si aggira per le piazze mediatiche d’Italia, ed è il fantasma del moralismo travestito da impegno civile. Il recente dibattito sulla grazia a Nicole Minetti ha scoperchiato un paradosso che merita di essere analizzato con la freddezza del chirurgo e la memoria dello storico: com’è possibile che le forze sedicenti libertarie e progressiste siano diventate le più feroci custodi della gogna pubblica?
La vicenda dell’ex consigliera regionale è nota: una parabola che l’ha portata dallo scranno di onorevole incensurata a una condanna definitiva per favoreggiamento della prostituzione e peculato. Più di tre anni di carcere. Un verdetto che, per molti, non è stato solo una sentenza giuridica, ma un’occasione, ennesima, per colpire anche chi ora non c’è più a difendersi.
Per comprendere la profondità dell’ipocrisia odierna, bisogna però voltare le pagine del tempo fino al 25 maggio 1895. Quel giorno, a Londra, veniva condannato a due anni di lavori forzati Oscar Wilde. L’accusa? “Gross indecency”. Il giudice Willis, nel pronunciare la sentenza, ebbe persino a rammaricarsi che la legge fosse troppo clemente. Avrebbe preferito applicare una vecchia norma, già abolita ai tempi di Wilde, che prevedeva la pena di morte.
I suoi libri furono messi al bando e non più venduti, le sue commedie rimosse dai cartelloni, i legami familiari — moglie e figli — per sempre recisi. La giustizia era uguale per tutti e Wilde fu condannato, ma soprattutto esposto alla pubblica riprovazione. La rigorosa giustizia puritana dell’età vittoriana aveva vinto, mettendo a tacere la voce più brillante della sua generazione.
Oggi guardiamo a quei fatti con un senso di profonda vergogna e ingiustizia. Eppure, se spostiamo lo sguardo sul presente, ritroviamo lo stesso identico meccanismo di esclusione sociale e accanimento. Il vero scandalo non risiede nella grazia — strumento di umanità previsto dal nostro ordinamento per bilanciare i rigori di una giustizia che non sempre coincide con l’equità — ma nella reazione di chi, per missione ideale, dovrebbe difendere l’individuo dalla morsa dello Stato.
Perché i progressisti, sempre pronti a invocare il garantismo per i rei di opinione o per i compagni che sbagliano, si trasformano in inflessibili inquisitori quando il soggetto in questione non appartiene alla loro estetica politica? Da un lato, la difesa della libertà individuale come dogma assoluto. Dall’altro, la richiesta di una pena senza sconti, quasi a voler punire non il reato — già sanzionato dai tribunali — ma la persona e ciò che essa ha rappresentato.
Una questione di specchi, dunque. Se la colpa di Wilde fu quella di sfidare i costumi di un’epoca ipocrita, la “colpa” della Minetti sembra essere diventata lo specchio su cui una certa politica proietta i propri fallimenti morali. Alzare lo scudo dello scandalo contro una grazia significa negare la possibilità di un oblio riparatore, lo stesso che oggi, postumo, concediamo con estrema facilità al commediografo inglese.
Dovremmo provare la stessa riprovazione per chi oggi solleva polveroni mediatici dove regna, invece, il diritto alla clemenza. Perché se la giustizia diventa solo un’arma per abbattere l’avversario o per compiacere il “sentimento popolare”, allora non siamo diversi dai giudici vittoriani che distrussero Wilde. Cambiano i codici, cambiano i nomi dei reati, ma il riflesso di chi lancia la prima pietra resta, purtroppo, lo stesso.
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