Il Consiglio regionale approva il provvedimento con 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astensioni. La legge divide il centrodestra e accende lo scontro sul modello sanitario regionale. Critiche da “Ditelo sui tetti” e dal patriarca Moraglia: «Preoccupazione per le persone fragili e sole»
VENETO. Il Veneto apre una nuova e delicatissima pagina sul fine vita. Il Consiglio regionale ha approvato la legge che disciplina le procedure per l’assistenza sanitaria al suicidio medicalmente assistito nei casi previsti dall’ordinamento. Il voto finale ha registrato 32 favorevoli, 14 contrari e 5 astensioni, delineando una maggioranza trasversale che ha superato le tradizionali divisioni politiche.
Il provvedimento arriva dopo anni di confronto e in un contesto nel quale, a livello nazionale, manca ancora una disciplina organica sul tema. La scelta del Veneto assume quindi un peso politico che va oltre i confini regionali e riapre una discussione destinata a coinvolgere istituzioni, mondo sanitario, associazioni, Chiesa e società civile.
Cosa prevede la legge
Il testo approvato non si limita a riconoscere un percorso per il suicidio medicalmente assistito, ma definisce una procedura sanitaria articolata.
Al momento della richiesta, qualora il paziente non stia già usufruendo delle cure palliative, dovrà essere informato della possibilità di accedervi. Se intenderà intraprendere questo percorso, le cure dovranno essere garantite con criterio di priorità assoluta. È inoltre previsto un percorso di sostegno psicologico finalizzato ad aiutare la persona a valutare consapevolmente le alternative, comprese cure palliative e altri strumenti terapeutici e assistenziali.
La legge affida poi la verifica dei requisiti a una Commissione medica multidisciplinare permanente, che dovrà essere istituita entro trenta giorni dall’entrata in vigore della norma presso ogni Azienda Ulss. La Commissione comprende, tra gli altri, un medico palliativista, un neurologo, un bioeticista, uno psichiatra, un medico legale, un internista, uno psicologo, un dirigente farmacista e un infermiere.
La procedura prevede anche il coinvolgimento del Comitato etico per la pratica clinica. La Commissione dovrà verificare la documentazione sanitaria e, quando richiesto, interloquire direttamente con la persona malata. Prima dell’eventuale accesso alla procedura dovrà inoltre essere garantita un’informazione adeguata sulle cure palliative, compresa la sedazione palliativa profonda continua, e sul diritto di rifiutare o revocare il consenso ai trattamenti sanitari, anche di sostegno vitale.
Il testo stabilisce infine che l’intero procedimento debba svolgersi senza ingiustificati ritardi e in tempi compatibili con le condizioni cliniche e le esigenze della persona. Le attività previste dalla legge saranno gratuite per chi ne faccia richiesta.
La spaccatura politica
Il voto ha però evidenziato una frattura significativa all’interno del centrodestra. La legge è passata grazie a un fronte trasversale, mentre una parte consistente della maggioranza ha votato contro o si è astenuta.
Il dato politico più rilevante è proprio questo: il fine vita si conferma una questione sulla quale le appartenenze di partito lasciano spazio alle convinzioni personali e alla libertà di coscienza.
Anche su questo terreno che si concentra una parte delle critiche. Per gli oppositori, infatti, non è sufficiente stabilire una procedura: la vera questione riguarda il modello culturale e sanitario che una Regione sceglie di promuovere davanti alla sofferenza, alla malattia grave e alla fragilità.
Menorello: «Il Consiglio regionale ha umiliato il popolo veneto»
Tra le reazioni più dure c’è quella di Domenico Menorello, coordinatore del network Ditelo sui tetti, che parla apertamente di una «pagina contro il Veneto».
Secondo Menorello, il Consiglio regionale avrebbe adottato una modalità «gravemente autoreferenziale», rinunciando, a suo giudizio, a un confronto sufficientemente ampio con la società civile. La critica riguarda anche il percorso che ha portato al testo definitivo: «non si conosce nemmeno il testo approvato», sostiene, riferendosi agli emendamenti intervenuti durante l’iter e denunciando che sarebbero stati conosciuti soltanto a ridosso del voto.
Una contestazione che si concentra dunque non soltanto sul merito della legge, ma anche sul metodo con cui è stata approvata.
Menorello mette inoltre in discussione le conseguenze culturali del provvedimento. A suo giudizio, il rischio è che passi un messaggio di «disvalore della vita fragile», con l’effetto di lasciare più soli i malati e di indebolire la determinazione del sistema sanitario pubblico nel garantire cure alle persone più gravi e anziane.
La posizione di Ditelo sui tetti è quindi netta: le istituzioni, sostiene Menorello, dovrebbero essere orientate a «promuovere la cura della vita senza condizioni», evitando che la questione del fine vita venga ricondotta a un’impostazione esclusivamente individualista.
Moraglia: «Preoccupazione per le persone fragili e sole»
Sulla stessa linea, pur con accenti propri, si è espresso il patriarca di Venezia Francesco Moraglia, che dopo l’approvazione ha manifestato «amarezza» e preoccupazione per il modello culturale e sanitario che, a suo giudizio, potrebbe derivarne.
Il patriarca pone l’attenzione soprattutto sulle persone fragili, sole e anziane, interrogandosi su quanto possa essere realmente libera una scelta compiuta in una condizione di abbandono, mancanza di sostegno umano o insufficiente accompagnamento.
Un altro punto indicato da Moraglia riguarda la valutazione della sofferenza psicologica. Secondo il patriarca, gli ampi margini di interpretazione soggettiva potrebbero determinare nel tempo un’estensione delle situazioni considerate ammissibili, ponendo il problema di come definire in maniera oggettiva una sofferenza «insopportabile».
Da qui l’appello a rafforzare una cultura della prossimità e dell’accompagnamento, soprattutto quando la vita diventa più difficile. Moraglia distingue esplicitamente questo approccio dall’accanimento terapeutico e richiama invece il ruolo delle cure palliative nella riduzione del dolore.
Il patriarca chiede infine che l’obiezione di coscienza sia effettivamente garantita in ogni fase e per tutti i soggetti coinvolti nei protocolli sanitari.
Il nodo delle cure palliative
È proprio il rapporto tra suicidio medicalmente assistito e cure palliative uno dei punti più delicati del nuovo quadro veneto.
Da una parte, i sostenitori della legge sottolineano che la procedura non viene presentata come alternativa automatica alla cura: il testo prevede infatti che chi non riceve cure palliative venga informato della possibilità di accedervi e che, se lo desidera, queste siano garantite con priorità. È previsto anche un sostegno psicologico destinato a mettere la persona nelle condizioni di valutare le diverse possibilità.
Dall’altra, le critiche di Menorello e Moraglia pongono una domanda più ampia: quanto è realmente libera una decisione sul fine vita quando a determinare la percezione della propria condizione possono concorrere solitudine, fragilità economica, età avanzata, sofferenza psicologica o la sensazione di essere un peso per gli altri?
È questo probabilmente il terreno sul quale continuerà a svilupparsi il confronto.
Una legge che porta il dibattito fuori dall’Aula
Il Veneto non ha semplicemente approvato una procedura sanitaria. Ha scelto di entrare direttamente in uno dei territori più controversi del dibattito contemporaneo: quello del rapporto tra autodeterminazione, tutela della vita, responsabilità del sistema sanitario e dignità della persona.
Il testo cerca di costruire una procedura fatta di verifiche multidisciplinari, valutazioni mediche, pareri etici, informazione sulle cure palliative e sostegno psicologico. Ma le opposizioni culturali restano profonde.
Per i sostenitori, si tratta di dare una risposta concreta a persone che si trovano in condizioni estreme e di evitare che l’assenza di una procedura regionale produca disparità o incertezze nell’accesso a quanto già riconosciuto dall’ordinamento.
Per i contrari, invece, il rischio è che la possibilità di ricorrere al suicidio assistito finisca progressivamente per modificare la stessa idea di cura, soprattutto nei confronti dei più vulnerabili.
La partita, dunque, non si chiude con il voto del Consiglio regionale. Comincia ora la fase più delicata: quella dell’applicazione concreta della legge e della verifica di come il nuovo sistema riuscirà a tenere insieme libertà individuale, responsabilità medica e protezione delle persone fragili.
Su questo equilibrio, più ancora che sullo scontro politico che ha accompagnato l’approvazione, che si misurerà il vero significato della svolta veneta.
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