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Nepal e Tibet, è una catastrofe: oltre 630 morti e quasi 3.000 dispersi dopo l’alluvione

3 minuti di lettura

Il crollo di un ghiacciaio avrebbe innescato una devastante ondata di piena lungo i corsi d’acqua himalayani. Migliaia di persone ancora senza notizie. Le operazioni di soccorso ostacolate dal maltempo e dal rischio di nuove esondazioni

NEPAL. È una corsa contro il tempo quella in corso tra Nepal e Tibet, dove una delle più gravi catastrofi naturali degli ultimi anni ha travolto intere comunità lungo il confine himalayano. Il bilancio continua a salire: in Nepal i morti sono almeno 626, ai quali si aggiungono sette vittime confermate in Tibet. Le persone ancora disperse sono complessivamente quasi 3.000, secondo gli ultimi dati diffusi dalle autorità nepalesi e dalle agenzie cinesi.

La tragedia è iniziata mercoledì con una gigantesca piena che ha investito le valli dell’Himalaya, spazzando via abitazioni, strade, ponti e interi insediamenti. Tra le aree maggiormente colpite ci sono i distretti nepalesi di Rasuwa e Nuwakot e la zona di confine tibetana.

Il ghiacciaio che si è trasformato in un muro d’acqua

All’origine della catastrofe ci sarebbe il collasso di una massa glaciale ad alta quota, seguito dalla liberazione improvvisa di enormi quantità d’acqua e detriti verso valle. Il fenomeno avrebbe generato una devastante cascata d’acqua capace di propagarsi rapidamente lungo i corsi d’acqua della regione.

La dinamica resta oggetto di analisi da parte degli esperti, ma il rischio non è ancora completamente rientrato. Dopo il collasso si è infatti formato un lago naturale alimentato dai detriti, una sorta di bacino temporaneo che potrebbe provocare una nuova ondata nel caso in cui gli argini naturali cedessero.

Le autorità cinesi hanno tuttavia riferito che il livello di rischio del lago formatosi vicino al confine è diminuito: le immagini satellitari hanno mostrato una progressiva riduzione della superficie del bacino, mentre l’acqua defluiva lentamente. La situazione resta comunque monitorata con droni, sistemi satellitari e apparecchiature di sorveglianza.

Quasi 3.000 persone ancora disperse

Il dato più drammatico riguarda le persone di cui non si hanno ancora notizie. 2.426 risultano disperse in Nepal, mentre secondo l’agenzia cinese Xinhua sono 554 quelle mancanti in Tibet. Numeri che portano il totale a quasi 3.000 persone.

Le operazioni di ricerca proseguono senza sosta, ma le condizioni ambientali rendono estremamente difficili gli interventi. Il maltempo sta ostacolando soprattutto i soccorsi aerei, mentre frane e infrastrutture distrutte impediscono di raggiungere rapidamente alcune delle zone più isolate.

Finora, in Nepal, oltre 3.700 persone sono state tratte in salvo. Ma l’emergenza coinvolge una popolazione molto più ampia: secondo la Croce Rossa, sono almeno 93.000 le persone colpite dalla catastrofe.

Comunità cancellate dall’acqua

La violenza dell’alluvione ha lasciato dietro di sé paesi devastati e famiglie senza più una casa. Ponti e strade sono stati distrutti, isolando alcune delle comunità maggiormente colpite. Almeno 18 scuole sono state completamente distrutte e altre 20 hanno riportato danni, con circa 10.000 bambini in età scolare coinvolti dall’emergenza.

Le testimonianze raccolte nelle aree devastate raccontano una tragedia consumatasi in pochi minuti. A Mailung, nel distretto di Rasuwa, una donna di 61 anni ha assistito impotente alla scomparsa del marito trascinato dalla corrente. Anche il figlio risulta disperso e il villaggio nel quale viveva è stato praticamente cancellato dalla piena.

L’allarme per il futuro

La tragedia riaccende anche l’attenzione sulla crescente vulnerabilità dell’Himalaya di fronte allo scioglimento dei ghiacciai e alla formazione di laghi glaciali. L’India ha già annunciato un rafforzamento del monitoraggio dei ghiacciai e dei laghi glaciali nelle proprie regioni himalayane confinanti con Nepal e Cina.

Solo nello Stato indiano dell’Uttarakhand sono presenti 1.266 laghi glaciali. Il timore è che lo scioglimento dei ghiacciai possa aumentare la quantità d’acqua accumulata in bacini naturali instabili, creando le condizioni per improvvise e devastanti inondazioni.

Intanto il Nepal si prepara a una fase altrettanto difficile: quella della ricostruzione. Il ministro delle Finanze Swarnim Wagle ha stimato che il Paese potrebbe aver bisogno di fino a 5 miliardi di dollari per ripristinare infrastrutture e territori devastati, precisando però che si tratta ancora di una prima valutazione e che la quantificazione dei danni è in corso.

Mentre i soccorritori continuano a scavare tra fango e macerie, resta la speranza di trovare ancora persone vive. Ma con il passare delle ore, la priorità diventa anche impedire che una seconda emergenza colpisca le stesse comunità già messe in ginocchio dalla prima.

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