È la domanda che il secondo di un vascello rivolge al suo comandante in un celebre racconto di Joseph Conrad, La linea d’ombra. Il dialogo è l’epilogo di una vicenda tragica e spinosa che porta chi fa la domanda, alla malattia e alla necessità di sbarcare, dopo aver cercato a lungo di impressionare negativamente il capitano, considerato suo rivale al comando.
Il capitano, tuttavia, si mostra comprensivo: lo cura e lo aiuta come un vero fratello marinaio. Il secondo resta meravigliato di tanta generosità e virtù d’animo, consapevole di essere stato, al contrario, invidioso, malvagio e avido di potere. Alla domanda, il capitano, ritratto accanto al letto d’ospedale, non risponde, rimane in silenzio.
Al pessimismo di Conrad noi dovremmo rispondere in modo affermativo. Certo che gli uomini cambiano. Altrimenti a cosa servirebbero la benevolenza, la compassione, il perdono? A cosa servirebbero l’aiuto degli altri, le cure della psicologia e della religione, della medicina e della filosofia, fino ad arrivare al valore stesso della fiducia e della speranza?
Recentemente ho osservato un servizio di cronaca in televisione. Un ministro e un sacerdote, scortati da un piccolo gruppo, si appressavano a un luogo purtroppo noto di Milano: un parco dove giorno e notte si spaccia droga e dove, tra rifiuti e degrado, si aggirano spacciatori e disperati di ogni età e provenienza. Una giovane donna inveisce con rabbia contro i visitatori non graditi, lanciando sassi e insulti per allontanarli. Poco distante, invece, un giovane si lascia avvicinare e accenna alla propria storia di dipendenza e devianza, la quale lo ha condotto implacabilmente lungo una rotta di emarginazione e disperazione.
Di fronte a quelle immagini, la domanda che mi sono posto è, quale dei due potrebbe davvero cambiare?
La mia esperienza mi porta a sostenere che spesso è proprio la persona da cui meno ce lo aspettiamo a compiere una vera e propria conversione. Al contrario, chi viene aiutato e tenta e ritenta senza successo rischia di indurci al rassegnato giudizio che «non ci sia più nulla da fare». Quali sono, allora, gli indicatori di una metamorfosi possibile? E siamo davvero sicuri che essa dipenda soltanto dalla volontà individuale, anziché dal caso o dal destino che spinge gli individui nell’una o nell’altra direzione?
Le mete che ci prefiggiamo diventano irraggiungibili quando ci ostiniamo a non cambiare prospettiva; quando ci affidiamo unicamente alla ragione o ai soli sentimenti, incerti su quale direzione seguire. Intuiamo il successo o il fallimento, ma ciò che accade non è mai del tutto prevedibile. Dobbiamo continuamente misurarci con la nostra capacità di adattamento, senza mai arrenderci — proprio come i due protagonisti di un altro celebre racconto di Conrad, I duellanti.
Il silenzio del capitano di Conrad ci invita a considerare una verità fondamentale: le nostre azioni producono cambiamenti, indipendentemente dalla nostra sola determinazione. Questo non è pessimismo né relativismo; è l’accettazione degli eventi per continuare a resistere e, dunque, per esistere. Anche da vinti possiamo rialzarci, senza mai smettere di credere che gli uomini cambiano. Cambiano sempre, anche se non sempre nella direzione che noi avevamo scelto per loro.
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