Come una coincidenza astrale può cambiare la nostra vita
Quando entriamo in una sala cinematografica per guardare un film, talvolta siamo attirati dal titolo, che in questo caso è risultato particolarmente calzante. Infatti, questo lungometraggio persiano, osannato dalla critica internazionale, riesce a dare l’idea di come le nostre vite siano interconnesse e come delle semplici coincidenze riescano a chiarire il senso della nostra vita.
Tornando a casa la sera con la moglie e la figlia piccola, un uomo sfascia la sua auto investendo un cane e cerca aiuto nei paraggi. Questo semplice incidente avrà conseguenze inaspettate perché Vahid, il meccanico dell’officina a cui l’uomo si rivolge, ritiene di riconoscerne il passo strascicato dalla protesi come quello dell’anonimo ufficiale dei servizi segrete da cui anni prima era stato torturato in carcere.
Desideroso di vendetta, Vahid lo rapisce ed è in procinto di ucciderlo e seppellirlo nel deserto quando viene assalito dal dubbio: essendo rimasto sempre bendato durante le torture, non può essere sicuro di aver preso l’uomo giusto.
Riunisce quindi altri ex prigionieri come lui per aiutarlo nell’identificazione del presunto aguzzino, soprannominato Eghbal (“Gamba di legno”); Shiva, una fotografa per matrimoni, ne ricorda il puzzo di sudore; l’operaio Hamid è certo di riconoscerne la voce; la sposina Golrokh non si presenta all’altare pur di vendicarsi dello stupro subito. Ma le cose si complicano ulteriormente.
Ed ecco che le varie personalità coinvolte sono un campionario di come le vittime ricordano le angherie che hanno ricevuto dal loro carnefice e di come esprimono la loro rabbia, il loro dolore e il desiderio di vendetta. L’analisi psicologica dei vari personaggi è molto sottile, perché intessuta in una black commedy in cui in una dimensione tragicomica il regista Panahi sa gestire con raffinatezza e sagacia il coro di attori, tra cui ha avuto menzione speciale Vahid Mobassen, tra i vari premi che ha ricevuto il film: Palma d’Oro a Cannes e designazione francese per l’oscar al film internazionale.
Per dare l’idea del valore di questo regista persiano, ha raggiunto l’Olimpo dei Cineasti come Antonioni e Altman, avendo realizzato la triplete cinematografica dei tre più importanti premi del cinema: la vittoria a Venezia, a Berlino e Cannes.
Ma se questo può essere un indicatore di qualità e professionalità, pur connotando ancora una volta una sua pellicola in chiave politica, questa volta arretra il suo punto di vista e si addentra nelle dinamiche psicologiche del rapporto tra vittima e carnefice: quanto ognuno di noi è disposto a rinunciare ai suoi valori per compiere una vendetta che forse sarà liberatrice da una vita di fantasmi e di dolore?
E proprio il finale di questo film vale tutti i riconoscimenti che ha ricevuto, facendo deflagare il senso nella magnifica sequenza di chiusura, destinata a rimanere dentro e ben oltre la parola fine.
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