Di mestiere fa l’allenatore e ha pure un fratello famoso di nome Pippo, ora forse meno visibile.
Simone Inzaghi, che in attacco vive da sempre, da quando nella Lazio il vizietto del gol non lo mandava a dire, anzi lo manifestava appena aveva tra i piedi uno straccio di occasione.
Il ciuffo sempiterno e la voce bassa, il piumino o la cravatta, Simone si fa trovare sempre in ordine, anche dopo le sconfitte. Costi quel che costi.
Educato e a modo, piace a un certo tipo di tifoseria e meno ad altri, all’Inter arriva dopo il ciclone Conte che lascia in eredità entusiasmo e scudetto e proprio per questo non è facile.
Perde qualche “piccola grande pedina” ma tira avanti, senza grandi proclami, credendo nel lavoro e nello spogliatoio, nell’educazione e nel campo.
Lo scorso anno gli tocca comandare ancora e ci prende gusto fino al derby, quando in vantaggio non riesce a portare a casa nulla soccombendo malamente. E sotto la Madunina si sa cosa vuol dire lasciare 3 punti così. Poi a Bologna il cerchio si chiude con il famoso svarione nell’annoso recupero regalando ai cugini gioia e tricolore.
Da allora si porta dietro scorie e accuse, quelle di non cambiare il volto alla partita, di non leggere subito i cambi e via andare. Per arrivare al distanziamento odierno dal Napoli, oggettivamente inenarrabile vista la qualità della rosa.
Fino a ieri, quando stringendo forte, quasi fosse un salvagente in mare aperto il gol di Lukaku dell’andata soffre con l’Inter fino alla fine, uscendo imbattuto dal ritorno dell’ottavo di Champions Leaugue contro un Porto ostico e ostile che lascia fuori impunemente dallo stadio 1.000 tifosi nerazzurri.
Portando la beneamata ai quarti dopo anni.
Zero Biscuit di Mauro Lama
Credit photo – Wikipedia
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui

