Un salto nella storia
Aldo Moro, politico italiano tra i fondatori della Democrazia Cristiana ne divenne prima segretario (1959) e poi presidente (1976) e fu più volte ministro; cinque volte Presidente del Consiglio dei Ministri, guidò governi di centro-sinistra (1963-68).
Il 16 marzo 1978, giorno della presentazione del nuovo governo, il quarto guidato da Giulio Andreotti, la Fiat che trasportava Moro fu intercettata da un commando delle Brigate. Gli uomini delle Brigate Rosse uccisero, in pochi secondi, i cinque uomini della scorta e sequestrarono il presidente della Democrazia Cristiana.
Dopo una prigionia di 55 giorni le Brigate Rosse decisero di concludere il sequestro uccidendo Moro: lo fecero salire dentro il portabagagli di un’automobile Renault e gli ordinarono di coricarsi e coprirsi con una coperta dicendo che avevano intenzione di trasportarlo in un altro luogo.
Dopo che Moro fu coperto, gli spararono dodici proiettili, uccidendolo. Il corpo di Aldo Moro fu ritrovato nella stessa auto il 9 maggio. Aveva 61 anni.
Il 9 gennaio del 1979, alla Camera, il ministro Sarti disse: “Lo Stato non tratta con i criminali, il Governo di questa Repubblica non scende a patti con i terroristi: non lo ha fatto, non lo fa e non lo farà mai”.
Sempre alla Camera, il 14 gennaio l’On. Forlani “E’ una guerra, è stato detto. Io non so se possiamo definire così questa torbida trama, questa criminalità subdola e feroce, manovra dei nemici della democrazia; so soltanto che, per quanto ci riguarda, non saremo noi ad arrenderci”
Certo, il terrorismo va combattuto con risolutezza. Nessuno spazio di libertà può essere concesso a che ne abusa, per minacciare la vita e la libertà di tutti. Se una libera democrazia non sa difendersi con energia dalla violenza di ogni tipo non resterà a lungo tale. Le debolezze di ieri si pagano oggi, e quelle di oggi si pagano domani. (A. Caruso).
Anche ora nel 2020, Moro è uno dei quattro Presidenti del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana ad aver ricoperto questa carica per un periodo cumulativo maggiore di cinque anni.
A seguito le Brigate Rosse vennero completamente debellate.
Silvia Romano, la questione dell’arrivo
Da allora i tempi sono cambiati, è stata salvata la vita di una ragazza che ha passato mesi orribili di prigionia. Mesi di terrore in cui probabilmente è stata plagiata e manipolata. Nessuno conviene sulla conversione, è sacrosanto diritto poter scegliere la propria religione. Ci si domanda quanto libera può essere tale scelta in questa circostanza.
Il problema è un altro. Il Silvia non si è presentata con un comune abbigliamento islamico, ma vestita da jihadista, simbolo dei terroristi.
Una persona vestita da jihadista in mezzo al capo del governo e al ministro degli Esteri di un Paese che fa parte del G7.
Possibile che i nostri rappresentanti siano stati così superficiali nel compiere un’azione simile?
Mostrare al mondo Silvia Romano che torna a casa in buona salute e soprattutto convertita all’Islam di sua spontanea volontà è lo strumento migliore di propaganda per i terroristi.
Di fatto le sue foto hanno fatto il giro di tutti i canali social estremisti dove la fotografia del rientro di Silvia è stata condivisa e commentata come un successo. Le reti dei jihadisti non fanno che mostrare questa scena.
Carlo Jean. Curriculum stellare, il suo: 83 anni, incarichi di altissimo prestigio nell’esercito italiano e nella Nato, medaglie e onorificenze che non si contano. È stato direttore del Centro militare di studi strategici, consigliere militare di Francesco Cossiga al Quirinale, presidente del Centro alti studi per la Difesa. Dalla sua cattedra universitaria ha insegnato a generazioni di diplomatici cosa sono gli Studi Strategici, è autore di decine di libri e di un numero imprecisato di saggi sulla geopolitica e la geoeconomia. È uno dei maggiori esperti italiani in materia di jihad e terrorismo internazionale.
Carlo Jean ha affermato «Ho studiato abbastanza il terrorismo per sapere quanto sia efficiente nelle sue comunicazioni e nello sfruttare ogni occasione favorevole e quanto curi i particolari», scrive Jean. È convinto che i due esponenti del governo fossero consapevoli di ciò avrebbero potuto scatenare.
Ma che abbiano deciso di fregarsene, «per amore della passerella» e per la smania di «celebrare la gloria del governo».
La linea diplomatica
Secondo i sostenitori della “linea dura”, trattare con i terroristi e pagare riscatti è sbagliato per più motivi.
Giovanni Giacalone, Laureato in Sociologia (Università di Bologna), Master in “Islamic Studies” (Trinity Saint David University of Wales), specializzazione in “Terrorism and Counter-Terrorism” (International Counter-Terrorism Institute di Herzliya, Israele). È analista senior presso l’Italian Team for Security, Terroristic Issues and Managing Emergencies (Università Cattolica di Milano) e il Kedisa-Center for International Strategic Analysis. Docente in ambito sicurezza per security manager, forze dell’ordine e corsi post-laurea li evidenzia sul portale “Centromachiavelli.”
Punto di vista pragmatico
Se da una parte potrebbe eventualmente assicurare un rilascio privo di spargimenti di sangue, senza mettere a repentaglio la vita di sequestrati e uomini dei reparti speciali e con tempistiche relativamente brevi (non è questo il caso della Romano visto che ci sono voluti quasi due anni), dall’altro rischia di incentivare altre azioni del genere, magari con una posta in palio più alta.
I terroristi potrebbero infatti valutare la strategia dei sequestri nei confronti di quei Paesi disposti a pagare come vincente mettendo a rischio la vita di tutti i cittadini di quel Paese.
Un governo che tratta con i terroristi mette di fatto a rischio la vita dei propri cittadini presenti in aree sensibili.
Il riscatto
Il denaro versato ai terroristi potrebbe inoltre essere utilizzato per altre carneficine. L’immagine del Paese che decide di pagare i terroristi viene poi seriamente compromessa nella sua capacità di deterrenza.
Etico
Si rischia di legittimare il terrorismo. È vero che nel mondo del contro-terrorismo vi è spesso un dibattito su linea dura e linea morbida da adottare (in questo caso nei sequestri a scopo di estorsione volti a finanziare gruppi terroristici); linea morbida intesa con lo scendere a patti con i terroristi per assicurare il rilascio dei sequestrati.
Attenzione però: perché ciò non implica la non-perseguibilità dei terroristi che andrebbero successivamente rintracciati, neutralizzati e privati di quel “bottino” che rischia altrimenti di essere investito in altre azioni terroristiche.
Nel caso della liberazione della Romano non sembra però trattarsi di “linea morbida”. Una trattativa fine a sé stessa, senza il recupero della somma versata e la neutralizzazione dei terroristi non è una “linea morbida”, ma una semplice resa al terrorismo, cosa inaccettabile. (Fonte Giovanni Giacalone )
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