Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!
La nebbia, quando arriva, arriva lentamente, impercettibile. Si solleva dall’acqua e striscia sull’erba, sulla terra, sull’asfalto, si insinua tra le crepe dei muri e raggiunge la cima degli alberi, i tetti delle case, una goccia sospesa dopo l’altra, fino a coprire il sole, il cielo limpido. Ed è tutto grigio.
Il grigio del piatto metallico, freddo a contatto con la pelle. I piedi paralleli, in equilibrio. È stata la prima cosa che ha dovuto imparare l’uomo, stare in equilibrio, quando ha cominciato a reggersi su due gambe, improvvisamente consapevole del proprio peso. Lo sguardo puntato tra gli alluci. Un numero. Cifre che cambiano, che crescono. Il dubbio: è un otto o un nove? È un otto o un nove? Poi la certezza, e un sorriso. L’angolo sinistro delle labbra arricciato, il compiacimento. È un otto. L’aria attraverso il naso, un respiro trattenuto troppo a lungo, come se anche il contenuto dei polmoni potesse avere un impatto. Un sospiro di sollievo, un peso in meno dal petto.
Stella rimette i piedi sul pavimento, prima il sinistro e poi il destro, afferra i pantaloni da terra, li infila velocemente, movimenti ormai automatici. Allaccia il reggiseno, anche una piuma può avere peso e cadere nella nebbia opaca e senza vento. Nell’aria che entra dalla bocca come una nuvola densa. Opprimente. Nell’umidità fastidiosa che increspa e gonfia i capelli e di cui non ci si accorge se non quando li si tocca per scoprirli bagnati. Se non quando ha ormai invaso tutto. Nessuno bada alle singole gocce che salgono da terra, gocce piccole, insignificanti. Il problema però è che poi si sommano.
Una piccola goccia. Una foto. Una ragazza in posa davanti allo specchio. Un paio di jeans stretti sulle cosce e più larghi verso i piedi. E delle gambe belle, sottili, che non si toccano. La nebbia arriva, ma nessuno se ne accorge. Il confronto. Un desiderio. Un obiettivo. Il suo maledetto perfezionismo. La determinazione. Un attimo di superficialità, la bellezza nell’apparenza, l’immagine più importante della sostanza, ed è tutto grigio. Lo diceva anche Hume, la bellezza delle cose esiste solo nella mente di chi le guarda. E noi, col nostro sguardo, siamo i giudici più severi di noi stessi.
Altri numeri. A Stella piace la matematica, ha nove in pagella. Sta immobile a guardare l’ago che si muove e poi si ferma. Toglie la pasta dal piatto della bilancia. Mangia piano, lentamente, masticando ogni boccone finché non rimane più niente da sminuzzare. Ci si sente così forti, a sconfiggere tutte le tentazioni. Non un biscotto a merenda. Soltanto del tè per riempire lo stomaco e una mela, che sempre acqua è. Una sazietà ingannata, per non sentire il morso della fame a cui ha imparato ad essere indifferente. Perché c’è l’orgoglio di mezzo, a governarla, a impedirle di cedere. E lei non cede perché è forte. La forza con cui indossa la maschera della normalità davanti ai suoi amici e alla sua famiglia e che tiene così stretta che ormai è diventata parte della sua stessa pelle. Non rifiuta una singola uscita dopo scuola, non un sushi, non una pizza, non un piatto di pasta al ristorante, tanto sa che a casa c’è il bagno ad aspettarla, le basta inginocchiarsi davanti alla tazza ed attendere.
Ultimamente ci impiega poco tempo, ha preso l’abitudine e sa come fare, nessuno se ne accorge. La sua nuova normalità.
Chiudersi in camera, farsi spazio per terra, togliersi la maglietta. E muoversi. Muovere le gambe, le braccia, allenare gli addominali, i tricipiti, i polpacci, le cosce, i glutei. In ogni momento libero, ossessivamente. Una crescente felicità ad ogni goccia di sudore che le scende sulla pelle. Anche le più piccole sono importanti e fanno la loro parte. Come nella nebbia. Quando ci si è dentro, chi penserebbe che ci possa essere qualcosa, oltre quel muro grigio? Perché l’uomo giudica in base ai sensi e non si accorge dello scalino davanti al piede finché non ci inciampa e non cade a terra.
L’equilibrio ottenuto con tanta fatica perso in un secondo. Felicità apparente. Ad ogni sorriso soddisfatto un macigno nel petto, che trascina sul fondo. È paradossale. Ma la corrente è fatta per guidare e lei ci si abbandona. E senza accorgersene sprofonda.
Stella. Le stelle, però, dovrebbero essere in cielo. Una notte limpida, un blu intenso trapunto di un bianco lucente. Sogni che nascono, un punto che si sposta e cade. Un desiderio. Gli occhi fissi, verso l’alto, il respiro sospeso, il collo dolorante. Ma si resta là, fermi, in contemplazione, nonostante tutto.
Macchie lattiginose, le stelle indistinguibili le une dalle altre in quegli aloni sospesi, eterni, incredibilmente distanti. Quelle notti che sono tali solo quando si è in montagna, l’aria fresca nei polmoni, pungente sulla pelle. Nessuna luce artificiale, non c’è campo, non un lampione. Irraggiungibili. Autentici. Gli occhi, le orecchie, il naso, la bocca, la pelle, nient’altro. Soli con le
stelle. Così tante, tutte diverse, più o meno luminose. In un armonico equilibrio. Così meravigliosamente imperfette, incostanti. Perché alla fine non si tratta che di idrogeno ed elio in continuo movimento. Eppure stiamo ad ammirarle a bocca aperta. E forse è proprio la loro imperfezione a determinarne la bellezza, l’unicità. La stessa cosa vale per la luna. Anzi, lei è anche peggio. L’irregolarità dei crateri, buchi sulla sua superficie. Visibile solo perché illuminata dalla luce del sole. Ma se non ci fosse, il cielo sarebbe vuoto. Perché quelli che vengono chiamati difetti, alla fine, sono ciò che rende uniche le cose. I tratti distintivi. E l’unicità è una caratteristica innata negli esseri umani, è parte della loro essenza. Forse a volte basterebbe solo alzare di più gli occhi al cielo per rendersene conto. Specchiarsi nelle stelle. Prendere un po’ di coraggio e salire su una nuvola,
soffice, bianca. Lasciarsi trasportare dal vento, perché da soli non si può fare niente, bisogna affidarsi a qualcuno, lasciarsi guidare. Non dalla corrente che trascina a fondo, però. Imparare a riconoscere chi è il pastore buono a capo del gregge dei propri pensieri. Il vento in cui le piume riprendono a volare. Una nuvola ricca di pioggia, che, levandosi, lascia cadere una goccia alla volta sul terreno sempre più distante. E, liberandosi dell’acqua che contiene, si allontana anche dalle gocce che compongono la nebbia. Perché la nebbia sembra dappertutto, ma basta sollevarsi di qualche metro per accorgersi del cielo che la sovrasta e per diventarne parte. Liberarsi dei pesi dell’anima. Dentro, leggerezza. La leggerezza che sta a metà tra il cielo e la terra, il giusto equilibrio che rimette in piedi.
Distesi su una nuvola, a pancia in su, le mani dietro la testa, lo sguardo verso il cielo limpido. Illimitato. Pensiamo tanto alla cifra in più sulla bilancia, e sì che non siamo che un puntino nell’immensità dell’universo. Piccolo. Imperfetto. Un riflesso di stella. Ma che, sommato agli altri, forma qualcosa di bellissimo.
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