In occasione del centenario della sua morte, il cinema italiano ha pensato di commemorarla in due modi:
il documentario Duse, the Greatest di Sonia Bergamo, intitolato e il film Duse di Pietro Marcello
ITALIA – Il film è “Duse, The Greatest”, un documentario del 2024, che esplora la figura e l’arte di Eleonora Duse attraverso una ricerca personale e artistica, indagando il suo impatto sul mestiere dell’attrice e il suo essere un’icona ancora influente. Il film si basa sulle sue lettere, immagini e la sua unica apparizione cinematografica in Cenere, collegando la sua vita alla sensibilità teatrale di Bergamasco, di cui è anche il debutto alla regia di un lungometraggio.
Il film affronta il mestiere dell’attrice, il rapporto tra corpo e personaggio e la funzione biografica e sociale dell’arte. E questa mission è raggiunta con grazia e delicatezza, soprattutto perché ricerca i motivi per cui la divina risulti ancora affascinante e carismatica, nonostante l’età e la malattia.
Il documentario inoltre introduce anche il tema di come mai un’attrice riesca ad essere significativa per più generazioni, attraverso un confronto di Sonia Bergamo con altre attrici donne, che vedono in Eleonora Duse ancora un faro.
Ma che cosa si può dire di un’artista che Charlie Chaplin ha definito “la più grande che abbia mai vista”, che Lee Strasberg ha descritto come “la migliore attrice di tutti i tempi”, e di cui Marilyn Monroe e Anna Magnani hanno tenuto il ritratto sempre accanto a loro? Tanto, e mai tutto, perché raccontare la Duse fino in fondo è impossibile: anche perché lei ha fatto di tutto per non raccontarsi attraverso interviste o autobiografie.
E’ quello che invece ha cercato di fare Pietro Marcello nella sua Duse, scegliendo una strepitosa Valeria Bruni Tedeschi per interpretarla.
Il film è ambientato sul finire della prima guerra mondiale, quando la “divina” Eleonora Duse è una star del teatro, che manca dalle scene da quasi un decennio. La fine del conflitto ed un ritrovato stato di salute, oltre alle difficoltà economiche, la spingono a rimettersi in gioco, recitando Ibsen assieme alla sua troupe.
Ma il mondo sta cambiando: per le strade le camicie nere picchiano e l’orrore della guerra deve ancora essere metabolizzato. Spinta dalle parole di Sarah Bernhardt, la Duse prova allora a intercettare il nuovo che avanza affidandosi a Giacomino, aspirante autore senza esperienza.
Lo spettacolo è un fallimento e metterà in crisi l’attrice, che tornerà ad avvicinarsi al “suo” D’Annunzio mentre la figlia Enrichetta continua a sentirsi trascurata da una madre che si consacra all’arte e alla recitazione.
Mentre un viaggio in treno, lento e inesorabile, unisce il paese nel trasporto del Milite Ignoto (e nell’uso dei materiali d’archivio restituisce al regista la sua cifra stilistica più celebre stavolta), la Duse procede a strappi, torna sui suoi passi, percepisce una fine ma cerca di esorcizzarla con mille nuovi inizi.
Non è quindi un biopic quello che ci si propone, piuttosto la definizione di un preciso momento di incontro con la figura “della più grande attrice del mondo”. Il periodo cui Marcello sceglie di dedicarsi è quello degli ultimi anni, dal 1920 circa in poi, uno spaccato preciso che segna il ritorno sulle scene della Duse, avvenuto, dopo una dozzina d’anni di ritiro e silenzio, il 5 maggio 1921 a Torino con la messinscena de La donna del mare di Ibsen.
La costruzione dell’immagine all’occhio vive di un cromatismo denso plasmato dall’opposizione netta fra i toni scuri dell’ambiente e di parte dei costumi (verde, ottanio, nero) e quelli chiari la cui palette varia dal bianco alle sfumature cretacee del beige e del marrone.
In questa direzione sembrano avverarsi diverse associazioni possibili, le suggestioni veneziane del Visconti di Senso così come diversi accostamenti pittorici – immediato quello di chi scrive tra il quadro del pic-nic in campagna con la figlia Errichetta e Le Déjeneur sur l’herbe di Manet ad esempio.
Ma per ritornare alla “vera “ Duse, lei era emotiva nella recitazione e nella vita, passionale all’occorrenza, assorta in una fissazione contemplativa personalissima eppure talmente vera nelle sfumature umane dei suoi personaggi da non sembrare nemmeno che recitasse in palcoscenico, ma pure fondatrice della Casa delle attrici nel 1914, relatrice critica al Congresso Nazionale delle Donne nel 1917, finanziatrice di operazioni teatrali più o meno riuscite e infinite altre cose.
Sono talmente tanti i fattori storici, tecnici e i sortilegi che ne fecero un emblema dell’evoluzione della figura della donna e dell’attrice , che ci viene da credere che la maggior parte di loro furono tutt’altro che casuali, fatali, inconsapevoli o inevitabili, bensì scelti e portati avanti da lei stessa con un rigore e un’integralità talmente espressi da non poter essere riconvertiti nemmeno per estrema ratio.
Ecco perciò la difficoltà di interpretarla anche per un’attrice così completa come Valeria bruni Tedeschi, che in certi passaggi l’ha resa con un’esacerbazione emotiva ed emotivizzante non sempre necessaria e che finisce per depotenziare il profilo della Duse e la sua assertività per alcuni aspetti avanguardista non solo nel lavoro: l’occhio perennemente lucido, i toni languidi che a tratti svettano in urla che paiono dipendere da qualche forma di squilibrio (interpretativo) più che da tumulti dello spirito o da traviamenti interiori, la continua impressione di una personalità in balia degli eventi, non in grado di governare la propria qualità della presenza emotiva e professionale, una certa nevrastenia sfiancata da una postura comportamentale post-contemporanea.
La Duse di Valeria Bruni Tedeschi risulta quindi una forza spiritata che non vuole arrendersi all’obsolescenza, “donna del mare” ibseniana in un mondo ancora gravato dalle ferite molto terrene della guerra.
Come si può evincere dal contenuto e l’approccio dei due film sulla Duse, la sua figura è talmente complessa e ricca di sfaccettature che risulta impossibile coglierne interamente lo spirito. Importante però è aver suscitato ancora l’interesse verso questa donna straordinaria, un’icona non solo per la sua epoca e per la sua professione, musa ispiratrice per la sua capacità interpretativa, della quale ancora oggi non si è riusciti a carpirne il segreto.
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