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La tregua

È la parola che oggi fortunatamente è sulla bocca di noi tutti, ma quale è la sua origine?

Derivante da “trewwa“, ossia un patto, ma nell’accezione comune anche contratto. Di origine germanica, nello specifico longobarda, il termine nasce proprio per essere legato, agganciato come concetto, alla sospensione delle ostilità, seppur temporaneamente. Da ricordare che siamo in epoca medievale e che in longobardo non si scriveva, quindi atterriamo nel campo delle ipotesi, anche a partire dalla loro latinizzazione.

Tregua, cessazione delle ostilità, guerra. Tre termini purtroppo sempre di grande attualità che si si cibano uno dell’altro, invischiati in un loop che prevede sangue, speranza e attesa. Perché la tregua non è altro che un’attesa di pace, un tempo sospeso dove la speranza resta congelata, temporanea e ansiosa.

La tregua dei giorni nostri tra Palestina e Israele prevede invece un piano di pace che porta in dote diversi punti, reso noto dalla Casa Bianca e da Donald Trump, per porre fine alla guerra a Gaza, durata due anni, liberare gli ostaggi detenuti da Hamas e definire il futuro prossimo e non solo dell’enclave palestinese.

Saranno liberati gli ostaggi israeliani e circa duemila detenuti palestinesi, le truppe dell’Idf pronte a ritirarsi dalla striscia di Gaza, Israele e Hamas hanno raggiunto a Sharm el Sheik l’accordo. Ma è solo una prima fase, che consolida la tregua e innescherà la fase successiva del piano di Trump. Che prevede la creazione di un organismo internazionale, il Board of Peace, ideato per supervisionare l’amministrazione post bellica di Gaza. L’intesa c’è, anche se il percorso per il raggiungimento di un totale silenzio delle armi appare ancora non del tutto prevedibile. Saranno ora decisivi i prossimi giorni per l’autentico scoppio della pace.

Instacult di Mauro Lama

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