Oggi la fisica moderna cerca di rispondere alle domande fondamentali di cosa è fatta la materia e da dove veniamo. Ma per farlo non le basta più scrutare il cielo profondo con i suoi potenti telescopi.
La scienza si immerge nelle viscere della terra e negli abissi marini per scovare i mattoni dell’universo, catturati e custoditi là dove l’essere umano non era mai giunto. La fantascienza di Jules Verne cessa di essere mito e si fa laboratorio. Ab inferis ad astra, diceva il motto: dalle profondità alle stelle.
Il sotto nasconde la verità su chi siamo. È una dinamica che la psicologia del profondo conosce bene. Ciò che sta in superficie è spesso inautentico, mutevole, alterato. Il profondo, come il sottosuolo, è invece ciò che è sempre stato: immutabile e perenne. I mostri degli abissi marini diventano così l’equivalente interiore dei processi cosmici più estremi — la fusione e le esplosioni stellari che un giorno segneranno anche il nostro Sole.
La discesa agli inferi degli eroi omerici ha sempre avuto questo scopo: svelare agli umani la realtà nuda delle cose, rendendoli capaci di affrontarla e comprenderla. Ed è proprio nel sottosuolo delle nostre emozioni che troviamo le ragioni ultime del nostro esserci.
La rete di legami che temiamo di spezzare ogni volta che entriamo in conflitto con il mondo non scompare: resta intatta nel profondo, anche quando smettiamo di percepirla. Sono questi legami invisibili a sostenerci e difenderci, simili alla ragnatela, alla forza di gravità o alla continuità delle generazioni a cui indissolubilmente apparteniamo. Una trama che dobbiamo imparare a ritrovare e ad ammirare, con lo stesso stupore con cui guardiamo le stelle o con cui ci immergiamo nel mare.
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