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I giorni della Resistenza e della Libertà a Treviso

presentazione di un libro a più mani a cura dell’ISTRESCO

Parlare di Resistenza in questo periodo, in cui la vita politica è agitata dalla discussione sugli esiti del referendum sulla giustizia e ora anche sulla legge elettorale, può sembrare fuori luogo.

In realtà parlare di Storia aiuta a comprendere sempre i fatti che si svolgono nel presente e quindi la proposta che è stata fatta ieri nella Sala Guadagnin del Palazzo Rinaldi dall’Istresco è stata estremamente interessante .

Infatti è stato presentato un libro, scritto a più mani, che parlava della Resistenza a Treviso; dalle prime riunioni in cui è nata al giorno della liberazione vera e propria della città, avvenuta definitivamente il 30 aprile con l’arrivo dei carri armati alleati.

La conferenza si è aperta con i saluti dell’Amministrazione comunale da parte dell’assessore alla cultura De Gregorio, con la quale c’è stata sempre una proficua collaborazione con l’istituto, come ha ribadito anche la presidente dell’Istresco Chiara Scinni nella sua presentazione dell’evento.

Ha sottolineato poi come tra le 207 pubblicazioni dell’Istituto, 80 sono dedicate alla Resistenza, come per ribadire la centralità dell’interesse dell’Istresco per questo argomento.

La presidente ha concluso il suo intervento citando una frase di Calamandrei, in cui rilevava come già da 10 anni dopo la conclusione della guerra, sia iniziato un progressivo discredito della Resistenza e questo ha creato una memoria divisiva. L’unico baluardo rimane perciò la Costituzione, esito della collaborazione della condivisione di tutte quelle parti politiche che avevano contribuito alla liberazione del nostro paese e alla fine della guerra.

E’ intervenuta poi la direttrice scientifica, Emilia Peatini, che ha chiarito come questo libro non è in grado di prendere in considerazione tutti gli aspetti della Resistenza, ma che invece è composto da degli interessanti contributi di alcuni dei ricercatori dell’istituto, che riguardano il periodo che va dal 25 luglio 1943 fino al giorno della liberazione di Treviso nel 1945 ed è completato da alcuni podcast inerenti all’argomento presenti nel sito dell’Istresco.

E’ iniziata poi la carrellata degli interventi con Giorgio Sbrissa, giornalista e caporedattore della Tribuna di Treviso e del Mattino di Padova. Ha scritto anche per l’Espresso ed è stato membro del Comitato Scientifico dell’Istresco.

Lui ha confessato che era 40 anni che non faceva ricerca storica, ma sull’onda della pubblicazione dell’Istresco sull’assalto delle squadre fasciste a Treviso, in particolare a dei giornali, si è sentito parte in causa e perciò ha cominciato a fare delle ricerche nell’emeroteca della Biblioteca del Seminario, dove ha consultato tre quotidiani di quel periodo: il Gazzettino di Venezia, nella pagina riguardante Treviso, L’Azione e la Vita del Popolo, nelle date prima e dopo il 25 luglio 1943.

Al di là della presenza della censura molto attenta di allora, gli articoli riguardavano il mercato nero, le multe a chi non consegnava le merci. Ma nei 45 giorni dopo il 25 luglio, il tono degli articoli non cambia, al di là della testimonianza di un testimone oculare che aveva visto l’esercito sfilare in fuga quando era uscito dallo stadio per una partita di calcio.

Altra questione riguardava i direttori di testata, cambiati perché troppo antifascisti. Tra questi bisogna ricordare anche Diego Valeri, che solo dopo un giorno di incarico dovette scappare in Svizzera per sfuggire alle leggi razziali.

Il secondo intervento è stato affidato a Lucio De Bortoli, docente di Lettere alle scuole superiori, già direttore scientifico dell’Istresco. Il suo saggio si occupa degli albori della resistenza, quando a Bavaria, in una canonica, vennero ospitati gli sbandati dell’esercito dopo il 25 luglio.

Qui si incontra la resistenza politica e quella di liberazione. Quest’ultima affermava che i tedeschi vanno cacciati. Presente a quella riunione del 26 luglio vi era anche Umberto Lorenzoni, della Brigata Piave, piantone di quella sera. Si parla in questo momento di una Resistenza con impatto morbido, perché vuole evitare rappresaglie. Viene perciò accusata di attendismo, ma in realtà voleva preservare la sopravvivenza fisica dei civili.

Il terzo intervento è stato affidato a Maria De Santi, che è stata una delle due prime donne che si è laureata in Storia all’Università di Padova . Ci ha parlato del sottotenente Ermenegildo Pedron, che partecipò a quella riunione, con nome di battaglia Spirito, che poi fu cambiato in Libero.

Pur essendo un militare, spesso usufruiva di congedi, perché si stava discostando dal pensiero del regime, in particolare dopo il matrimonio con Lea Casagrande, proveniente da una famiglia di noti antifascisti.

Quando decide da che parte stare, lui vuole fare una lotta armata come militare. In queste riunioni conosce persone di varie estrazioni sociali e di vari enti. Entra a far parte del Battaglione Vittorio Veneto, che poi sarà assorbito dalla Brigata Nanetti, dalla quale però manterrà sempre una certa autonomia. Definiva la sua lotta tra spada e calamaio, tra pianura e montagna, perché voleva con i suoi spostamenti tenere sotto controllo la lotta armata.

Il quarto intervento è stato di Livio Vanzetto, che è stato il primo direttore dell’Istresco, professore all’Università di Trieste. Lui ha voluto fornire un quadro interpretativo del periodo, che sta alla base del saggio contenuto in questo libro e di altri saggi che ha scritto. Ha dichiarato che prima del Novecento la società veniva divisa in due parti: l’elite borghese ed artigiana e dall’altra vi era la massa dei contadini poveri. Il rapporto tra le due componenti era di 30-70%.

Erano due realtà contrapposte e conflittuali, separate da una diffidenza atavica, rinfocolata dal razzismo sociale anti-contadino, che era nato durante la Belle Epoque. Nei venti mesi della Resistenza queste due componenti sembravano collaborare. Ma la maggior parte degli storici hanno raccontato la resistenza borghese, considerando secondaria ed irrilevante quella dell’altra componente, la classe oggetto.

Tutti i dati di cui disponiamo ci dicono che l’80% dei partigiani proveniva da ceti popolari di ascendenza contadina. La loro istruzione arrivava al massimo alla quinta elementare. Ma questi partigiani della base sono stati studiati con le classi di valore borghese. Per cui la Resistenza è stata narrata come una guerra di popolo. Quindi questa fu un’ennesima occasione perduta, un grande equivoco in cui il ceto contadino appoggiò la resistenza non per amor di patria o per autodifesa (molti di loro erano renitenti alla chiamata alle armi del RSI).

In realtà i contadini speravano di uscire dalla loro condizione di miseria e dal loro ruolo secondario.

Invece solo i borghesi dopo la guerra entrarono nei ranghi del potere e perciò i contadini si sentirono traditi ed emigrarono, per non andare a chiedere il lavoro a chi li aveva ingannati.

Chi perse dunque il 25 aprile? Sicuramente i tedeschi, ma anche la resistenza popolare.

Ci furono due grandi risultati. La Repubblica e la Costituzione, pagati però ad un prezzo altissimo.

Vinse l’Italia degli opportunisti e per molti anni la Costituzione non fu applicata.

Emilia Peatini, in qualità di coordinatrice degli interventi dei relatori, si chiede se nella Resistenza ci fu solo la lotta armata o ci fu anche una resistenza civile. Una degli autori del saggio, Francesca Meneghetti, ha dato il suo contributo per derimere questo argomento. Laureata in Storia e modernista prestata alla Storia Contemporanea, si è dichiarata principiante nell’argomento, anche se ha iniziato una ricerca di genere sulle donne che partigiane o patriote che hanno contribuito alla Resistenza. Ne risultano più di 650. Un numero elevato anche se poche si sono concesse a delle interviste.

Francesca Meneghetti è nota per le sue ricerche sul campo di concentramento di Treviso, ma ha anche rilevato delle forme di solidarietà proibite dal regime. Le categorie interessate a questi aiuti erano senz’altro gli ebrei stranieri che dal 1941 in fuga da Hitler erano provenienti dai Balcani; gli slavi della Slovenia e del Quarnaro; i prigionieri di guerra Neozelandesi e Sudafricani “ospiti” della caserma Cadorin. Infine gli ebrei italiani e stranieri, divenuti dei bersagli umani dopo la Carta di Verona del novembre del ‘43.

Riguardo a queste categorie di sfortunati, ci fu uno scatto di coscienza di molti cattolici che si organizzarono in reti e dimostrarono la loro opposizione al regime, anche con le loro scelte quotidiane (everyday politic). Ci fu una resistenza civile sommersa, non solo nei 20 mesi in questione. Si parla perciò di una resistenza lunga, che interpreta l’antifascismo in una forma endemica, quasi carsica, perché emerge quando meno te l’aspetti.

Ecco allora perché si apre l’ambito semantico della Resistenza in Resistenze.

Sempre riguardo a questo argomento è intervenuta Maura Mattiuzzo, ricercatrice che ha fatto studi di scienze politiche. Lei si è occupata di persecuzione degli ebrei ed in particolare di coloro che hanno cercato di salvarli, come Don Angelo Dalla Torre. Lui ha ricevuto a Treviso un gruppo di loro provenienti dal sud della Francia, che erano arrivati a Firenze, seguendo le truppe italiane, sperando di mettersi in salvo. Ma da lì poi sono stati accompagnati a Treviso da un sacerdote per essere nascosti da Don Angelo, che aveva anche dei rapporti anche con la Resistenza.

In particolare a Portogruaro, che era un contesto territoriale particolare, perché era la zona di operazione del litorale adriatico, Don Angelo ricorda in una relazione che fece nel 1970 di un fatto avvenuto a Pramaggiore, dove fu ucciso il presidente dell’Azione Cattolica con una bomba in faccia. In un’altra occasione Don Angelo intervenne con il comando tedesco in Val Tramontina perché permettesse ai civili di scendere dalle montagne per rifornirsi di grano.

Ancora gli è successo che gli fu chiesto di nascondere un partigiano ferito. Lui accettò ma ad alcune precise condizioni: che non si doveva sapere dove fosse e ci doveva essere un unico contatto con l’esterno. Così il ferito fu nascosto dalle suore francescane in un casetta all’esterno dell’edificio.

Ma con i bombardamenti fu spostato a Paderno.

In un secondo momento fu chiamato a dare rifugio ad un fascista, il medico Bartolini, suo amico d’infanzia, che fu nascosto nell’ala ovest del Collegio Pio X, dove c’erano i sacerdoti del Seminario. Bisogna ricordare che gli altri tre lati dell’edificio erano occupate dalle Brigate Nere.

Poi in seguito pare che si costituì e fu processato.

E’ venuto poi il momento di parlare del momento della liberazione, a cura di Federico Maistrello, uno dei ricercatori più prolifici dell’Istresco. Per preparare questo momento epico, esisteva un centro di informazioni della Brigata Garibaldi in via Tolpada, che aveva come copertura la vetreria Maffioli. Gli informatori prendevano nota degli arrivi che erano in partenza sia alla stazione che all’aereoporto. Un altro centro d’informazione di indirizzo cattolico si avvaleva di due giovani ufficiali, Baccaletto e Galante, di cui il secondo era esperto in topografia. Con dei ricognitori riuscivano ad individuare i movimenti dei fascisti anche fuori della città.

Durante il 1945 infatti le truppe alleate si dirigevano verso nord, con bombardamenti anche verso la nostra provincia. Era in atto perciò un piano di difesa con dei reparti militari alla Caserma Tommaso Salsa, pronti ad intervenire e con delle trincee scavate da mano d’opera retribuita, soprattutto femminile.

Il 13 aprile il federale comandò a tutti i distaccamenti di arrivare a Treviso. Alcuni non seguirono gli ordini e fino al 25 aprile continuarono a perseguitare i partigiani. Il 27 aprile venne prospettata al Vescovo Mantiero una proposta di resa, a patto che i partigiani non facessero rappresaglie.

La mattina stessa furono liberati i pochi detenuti politici ancora nelle celle. Alle 14 le Brigate Nere fuggirono. I partigiani si fermarono davanti alle mura, perché erano ancora in corso delle trattative: dalla resa senza condizioni alla richiesta dei tedeschi di andarsene con armi e bagagli.

Ma dalle 18 di quel giorno fino al 29 aprile ci fu l’occupazione della città.

I componenti del CNL provinciale entrarono nella Prefettura con il neo prefetto Ramanzini.

I residui reparti tedeschi se ne andarono sventolando bandiera bianca. Ma a complicare la situazione sembrava che stessero arrivando dei carrarmati da Mestre. In realtà erano alleati e non tedeschi.

Finalmente il 30 aprile si festeggiò la Liberazione e i cittadini si sentirono liberi di festeggiare. Con vessilli tricolore, mentre gli aerei alleati volavano a bassa quota. Alle 8 del mattino entrarono in città i carrarmati americani, scortati dai camion di partigiani. E finalmente suonarono le campane, anche quelle della Rossignona, che ormai tacevano da tempo.

I sentimenti che si sentivano erano sì quelli di gioia, ma anche di dolore peri 200 caduti in quella manciata di giorni. Tra la gente infatti un cittadino esortava la degna sepoltura di questi morti.

Per concludere in bellezza è stato chiamato in causa l’emerito professor Brunetta, uno dei fondatori della sede Istresco di Treviso, che ci ha descritto come era la nostra città dopo 20 mesi e in particolare il governo degli alleati.

Innanzi tutto ci ha chiarito che c’era già un’amministrazione prevista prima della liberazione, scelta dal comitato regionale, un’esarchia del nord Italia, in cui cinque partiti erano in lotta tra loro per il potere.

Questo atto era necessario per garantire dei servizi ai cittadini. Ad esempio il sindaco di Milano si vantava che il tram non aveva mai cessato di funzionare durante la guerra, tranne il giorno dello sciopero.

Sul fatto che a Treviso ci sia stata una vera e propria insurrezione, il professor Brunetta ha dei dubbi. Piuttosto pensa che l’incontro del Vescovo con le Brigate nere abbia avuto anche un referente civile. Intanto nella circonvallazione esterna alla città, l’esercito era fiaccato, anche se in ogni esercito che si rispetti ci sono i pionieri d’arresto che dovevano coprire la ritirata, che avvenne definitivamente il 4 maggio, anche se alcuni tedeschi erano ancora presenti nella zona di Monastier.

Ma nella piazza dei Signori, da sempre connotata da due caffè, uno per i cattolici (al Sacro Cuore) e l’altro (Caffe Roma) per i laici, era seduto ad uno dei tavolini anche il professor Brunetta, che beveva un tamarindo.

Da quella posizione privilegiata ha visto i partigiani entrare in bicicletta. E i famosi carrarmati, che secondo lui non erano americani ma degli scozzesi. Non c’era solo gioia , comunque come avevamo rilevato in una precedente relazione. Nelle foto infatti si vedono dei volti preoccupati per l’imminente futuro, ancora privo di certezze.

La carrellata degli interventi si è concluso con un ringraziamento della direttrice scientifica Emilia Peatini a tutti quelli che hanno contribuito all’uscita e alla riuscita di questo volume a più mani ed in particolare ad Amerigo Manesso che lo ha impaginato ed editato.

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