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Hormuz, l’Europa valuta pedaggi volontari per la navigazione. Pressioni Usa su Teheran

L’Europa cerca una via diplomatica per garantire la sicurezza nello Stretto di Hormuz senza mettere in discussione il principio della libertà di navigazione. A Bruxelles sono infatti allo studio alcune proposte che consentirebbero l’introduzione di tariffe volontarie destinate a finanziare servizi di assistenza alla navigazione, purché non si trasformino in pedaggi obbligatori e siano compatibili con il diritto internazionale e con le regole dell’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO)

BRUXELLES. L’ipotesi prende forma mentre cresce la tensione tra Stati Uniti e Iran sulla gestione di uno dei corridoi marittimi più strategici del pianeta, attraverso il quale transita una quota significativa del commercio mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto.

Il vice primo ministro britannico David Lammy ha ribadito che qualsiasi imposizione obbligatoria sarebbe «disastrosa», sottolineando come il diritto di passaggio negli stretti internazionali non possa essere subordinato al pagamento di una tassa. All’interno del governo britannico, tuttavia, viene riconosciuto che esistono già modelli internazionali nei quali contributi volontari finanziano servizi per la sicurezza della navigazione senza compromettere la libertà di transito.

Il riferimento è allo Stretto di Malacca, dove da anni opera un sistema di cooperazione internazionale sostenuto anche da contributi di Paesi utilizzatori della rotta, come il Giappone. Proprio adattando quel modello, l’Oman, con il supporto di esperti legali britannici, ha elaborato una proposta che potrebbe rappresentare la base di un futuro accordo anche per Hormuz. Muscat si è detta disponibile a inviare propri giuristi a Teheran per illustrarne i dettagli alle autorità iraniane.

Nel frattempo Washington continua ad aumentare la pressione diplomatica sull’Iran. L’amministrazione americana chiede una dichiarazione pubblica con cui Teheran garantisca che lo Stretto di Hormuz è pienamente aperto alla navigazione commerciale e che nessuna nave sarà più oggetto di attacchi. Secondo funzionari statunitensi, le difficoltà nel raggiungere un’intesa stabile dipendono anche dalle profonde divisioni interne alla leadership iraniana, dove convivono posizioni più pragmatiche e l’intransigenza di alcune componenti delle Guardie della Rivoluzione.

Il presidente Donald Trump ha intanto dichiarato conclusa la fase del cessate il fuoco provvisorio, pur assicurando che i negoziati per una soluzione permanente proseguiranno. Nelle stesse ore ha rivolto nuove minacce a Teheran, affermando che gli Stati Uniti reagirebbero con forza a qualsiasi tentativo di attentato nei suoi confronti.

La diplomazia dell’Oman continua a svolgere un ruolo centrale. Secondo l’agenzia di stampa iraniana IRNA, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi è atteso a Muscat per una nuova tornata di colloqui dedicata proprio alla sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz e alla definizione di un quadro stabile per la gestione del traffico marittimo.

Pur rifiutando qualsiasi forma di pedaggio obbligatorio, l’Oman ritiene possibile sviluppare un sistema di contributi volontari destinati esclusivamente a migliorare la sicurezza della navigazione, la protezione ambientale e la gestione delle emergenze in mare. Una posizione ribadita anche davanti al Consiglio dell’Organizzazione Marittima Internazionale, dove Muscat ha ricordato che il diritto di transito negli stretti utilizzati per la navigazione internazionale è garantito dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare.

Diversa la posizione del Qatar. Doha teme che attribuire all’Iran un controllo più esteso sullo Stretto significhi esporre il commercio internazionale a continui ricatti politici. Il portavoce del ministero degli Esteri qatarino ha avvertito che una simile soluzione rischierebbe di trasformare la comunità internazionale in ostaggio delle componenti più radicali del sistema iraniano.

Le divergenze sono emerse anche all’interno dell’IMO. Nelle ultime settimane il segretario generale dell’organizzazione aveva cercato di ottenere il consenso di Teheran all’utilizzo della rotta meridionale dello stretto, una soluzione che avrebbe consentito di smaltire il traffico accumulato e facilitare il passaggio di migliaia di marittimi. L’Iran avrebbe inizialmente dato il proprio assenso, salvo poi ritirarlo, costringendo l’agenzia delle Nazioni Unite a sospendere il piano.

Al centro del confronto resta anche il memorandum firmato il mese scorso tra Washington e Teheran. L’intesa prevedeva che l’Iran garantisse per sessanta giorni il libero passaggio delle navi commerciali senza imporre alcun costo di transito, avviando parallelamente negoziati con l’Oman per definire una soluzione di lungo periodo. Gli Stati Uniti sostengono che l’accordo non attribuisca a Teheran il potere di autorizzare preventivamente il passaggio delle imbarcazioni, mentre le Guardie della Rivoluzione rivendicano di aver rispettato pienamente gli impegni assunti e continuano a sostenere che la presenza militare straniera nello stretto non abbia alcuna legittimità.

Il confronto resta aperto e riguarda non solo la sicurezza regionale, ma anche la stabilità dei mercati energetici globali. Per l’Europa, il modello dei contributi volontari ispirato allo Stretto di Malacca potrebbe rappresentare un compromesso capace di conciliare libertà di navigazione, sicurezza marittima e cooperazione internazionale. Molto dipenderà però dalla disponibilità dell’Iran ad accettare una gestione condivisa di uno dei passaggi navali più importanti del mondo.

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