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Francesco Cremonese


Il pittore che dipinge nella notte

Ci sono degli artisti che cercano il consenso ed altri che cercano l’assoluto.

Francesco Cremonese appartiene a questa seconda categoria.

Infatti la sua non è stata una carriera costruita sul rumore, bensì sul silenzio; non sulla sua visibilità, ma sulla sua profondità. Non sulla moda, ma sulla fedeltà ad un’idea alta e rigorosa bellezza.

Ed ecco perché l’Amministrazione comunale di Spresiano, nella persona del sindaco Marco Della Pietra, in collaborazione con l’Associazione Accademia 88, che ha accompagnato e proposto alla famiglia dell’artista di condividere con la comunità il suo patrimonio artistico ed umano, ha deciso di far esporre alcune sue opere di pittura e di scultura presso la chiesa dei Giuseppini, ora divenuta spazio espositivo dal 2025.

Già nell’autunno del 2020 si tenne a Treviso la presentazione ai soci dell’Alliance Française dell’artista Francesco Cremonese spresianese di nascita, ma attivo in Francia.

Lui ogni anno veniva in vacanza a Spresiano, perché amava il suo paese natio come amava il Piave, dove raccoglieva dal greto del fiume i sassi che scolpiva.

Anche il sindaco di Saint Etienne ha voluto partecipare ai saluti introduttivi del catalogo della mostra, perché, come ha ricordato, Francesco Cremonese arrivò nella loro città nel 1925 all’età di 17 anni e lì frequento i corsi serali della scuola delle Belle arti, dove ottenne numerosi premi, tanto da essere chiamato nel 1931 da Alfred Rochette, lo scultore del monumento ai caduti , a onorare i 6000 soldati della città morti per la Francia. Collaborò con lui in questo progetto così importante, che, quando fu realizzato, fu inaugurato dal presidente della repubblica di allora Albert Lebrun.

Il figlio Emmanuel ha voluto sottolineare come la storia di suo padre, nato nel 1907, abbia attraversato il XX secolo, due guerre, l’esodo, la miseria, l’immigrazione, ma ha sempre conservato in sé l’amore per l’arte. Con la sua famiglia, nel treno dell’esodo che trasportava tutti gli abitanti di Spresiano, in fuga dalla zona di guerra del Piave, arrivò in un magnifico paesaggio mediterraneo della Sicilia, vicino alle rovine dei templi greci.

Suo nonno gli parlò dell’antica Grecia , del Rinascimento italiano di Fidia e di Michelangelo: questo sarà il suo risveglio artistico. Quando torna, Spresiano è distrutta. A 11 anni comincia a lavorare a Lovadina e frequenta corsi serali e di disegno. Ma la miseria è tanta e la famiglia decide di emigrare in Francia nel 1925, a Saint- Etienne, città industriale e mineraria dove la polvere nera del carbone ricopre tutto.

A 26 anni, dopo i suoi studi, a cui abbiamo già accennato, e alle reminescenze degli insegnamenti del nonno, immagina e scolpisce una statua di Venere in marmo di Carrara, alla maniera degli antichi greci. Grazie ad un particolare stratagemma, la sua Venere diventa la Venus de Brizet riconosciuta prima dagli esperti come autentica ed addirittura dichiarata monumento storico dal governo francese nel maggio 1938. Centinaia di articoli, libri e trasmissioni radiofoniche e televisive racconteranno la sua storia .

Nel 1951 si sposa con Romana Barbon e avrà 3 figli. Nonostante il lavoro estenuante per far vivere la famiglia, continua instancabilmente la sua ricerca della bellezza. Ogni giorno dalla mattina alla sera, disegna, dipinge e scolpisce senza mai fermarsi, realizzando un corpus di opere (150 sculture e 430 dipinti) molto originale, caratterizzato dalla ricerca della semplicità e della purezza: non devono esserci ombre e tutto deve essere luce.

Muore nel novembre del 2002 all’età di 95 anni, ma il giorno prima disegnava ancora.

Giordano e Michela Russo, curatori del catalogo della mostra, innanzi tutto sottolineano questo artista sperimenti ugualmente nella pittura e nella scultura per raggiungere gli stessi fini rappresentativi.

Come Michelangelo Buonarotti scrive in una lettera a Benedetto Varchi, intellettuale fiorentino del XVI secolo, che prima pensava che la scultura fosse la lanterna della pittura, che la relazione fra le due fosse come quella del sole e della luna. Poi invece giunge alla conclusione che entrambe derivino dallo stesso tipo di intelligenza. Ogni pittore dunque dovrebbe dunque occuparsi ugualmente di pittura e scultura e così ogni scultore sia di scultura che di pittura.

La scultura, continua Michelangelo nella lettera, “ciò che si fa per forza levare”: per esempio togliere materia da un blocco di pietra. La pittura all’opposto è ciò che si fa “per via di porre”(materia, pigmenti, linee e forme su tela per far uscire una figura).

Ed è proprio in queste due operazioni semplici e fondamentali che si può riconoscere l’opera di Francesco Cremonese nel percorso della mostra, dove dialogano sia opere pittoriche che scultoree.

Ecco allora perché l’esposizione ed il catalogo sono organizzati secondo criteri stilistici e non meramente cronologici.

In particolare il catalogo è suddiviso in due parti: la prima si sofferma sul percorso strettamente scultoreo e individua tre linee riflessive principali; la seconda su quello pittorico, che evidenzia le peculiarità stilistiche, coloristiche e tematiche delle opere in mostra.

Infine la mostra e il catalogo prendono il nome da uno dei quadri in esposizione,dal sapore propriamente autobiografico: Il sogno del pittore che dipinge nella notte.

Il dipinto risale agli anni ‘90 e rappresenta una figura di spalle , sospesa come quelle del pittore franco-russo Marc Chagall, che con i pennelli in mano, sembra intenta a dare forma la mondo.

La superficie pittorica è attraversata da una diagonale che divide geometricamente il piano di lavoro in due parti. Nella parte superiore vediamo una larga stesura cromatica blu notte che riecheggia un cielo stellato, comparso di puntini luminosi come diamanti. Nella parte inferiore, quasi specularmente, una tinta verde scura configura la terra vista dall’alto. E’ un prato cosparso di fiori che rispecchiano il cielo stellato come altrettanti punti iridescenti. Ed è un pittore: la figura umana così sospesa tra cielo e terra. Anch’essa in tinta verde, riflettendo su di sé la tonalità della notte, la figura è colta nell’atto di dipingere, uno per uno, i punti luminosi, come lucciole annunciatrici dell’arrivo della bella stagione e di un nuovo ciclo di vita.

Il quadro esprime un senso di profonda calma e serenità e si fa metafora, suggerendo un messaggio universale di ricostruzione del mondo, rappresentando così il sogno non di un solo individuo o di un solo paese, ma nell’umanità intera. E proprio questa intensa spiritualità si respira visitando la mostra, osservando attentamente le opere, che portano in loro un forte senso di sacralità, che si nota dalla delicatezza con cui, soprattutto in scultura,bsi esprime l’artista e rappresenta i soggetti che ha scelto. In pittura invece varie sono le suggestioni che le opere di Cremonese ispirano: Picasso, i pittori naif, Modigliani, Gaugain, ma particolarmente toccanti sono quelle opere che si ispirano alle miniere, a chi ci lavorava dentro e a chi aspettava fuori dopo i disastri minerari.

E proprio di quell’umanismo, che rileva Michela Russo nel suo saggio, che sembra permearsi l’opera di questo artista, con il suo percorso artistico che si apre dopo le due guerre, a partire dagli anni ‘50 del Novecento, e che sembra individuare la necessità di ripartire dall’umano, dal proprio sentire, dal corpo e dalle vicende quotidiane, ma al tempo stesso di oltrepassarlo nelle sue pretese di centralità del mondo. Un’altra questione che si pone l’artista è che cosa sia l’arte e che cosa definisca un’opera d’arte. E la vicenda della Venere di Brizet sembra proprio toccare queste due questioni: quella di concetto di arte ed insieme quella complementare sull’autore o su che cosa sia un autore.

La questione dell’umanismo, dello statuto dell’arte e del concetto di autorialità, cui le vicende biografiche ed artistiche di Francesco Cremonese ci portano a riflettere, condividono lo stesso sostrato-etico: la necessità di ritrovare una relazione intima e privilegiata con il mondo e con il cosmo che, in quanto umani, abitiamo. Ci esorta inoltre ad avere una relazione di attenzione e cura nei confronti di questo stesso universo.

Ecco perché la mostra delle opere di Francesco Cremonese non è solo uno spazio espositivo, ma soprattutto può divenire un momento di riflessione sulle tematiche care a questo artista, ma anche ci offre un respiro universale su quei temi esistenziali che ogni essere umano si pone.

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