Due eventi high light della rassegna dedicata a Tiziano
Dal 2005 la Fondazione Tiziano organizza una serie di eventi dal Cadore a Belluno, poi nel trevigiano e da quest’anno anche a Padova e Venezia.
Come ha evidenziato Maria Giovanna Coletti, presidente della fondazione, questa proposta ha raccolto l’esigenza della gente di ritrovarsi intorno ai temi culturali.
Anche l’iniziativa promossa quest’anno di visitare le dimore storiche come il Castello di Collalto, nasce dell’idea di essere “ospiti” dei proprietari e non solo dei visitatori, e poter come loro godere dei paesaggi che circondano i loro possedimenti.
Dal 18 luglio inoltre si apre la mostra su Tiziano e il paesaggio a Pieve di Cadore, con la riapertura della casa natale in occasione dei 450 dalla morte, che riporta il tema del paesaggio come conoscenza e una riflessione sulla necessità di promuovere il turismo lento per apprezzare fino in fondo le bellezze che ci circondano.
Il 18 giugno invece vi è stato l’ultimo incontro della rassegna “Racconti d’arte” promossa da Chiese aperte per la formazione permanente dei suoi volontari, ma anche aperta al pubblico, che ha dato inizio anche all’estate tizianesca.
Si tratta della relazione tenuta da Maria Agnese Chiari Moretto Wiel, docente di Storia dell’arte veneta presso la sede veneziana della Wake Forest University (Winston Salem, N.C.). I suoi interessi scientifici hanno come oggetto la pittura e la grafica veneziana del Cinquecento e le Scuole veneziane, in particolare la Scuola Grande di San Rocco e la sua chiesa, con numerose pubblicazioni. Il titolo dell’intervento era “Due Annunciazioni, un maestro: Tiziano tra Treviso e Venezia”.
La relatrice ha iniziato la sua conferenza raccontandoci quale sia stata la sua formazione e come sia giunta agli studi su Tiziano nella Scuola di San Rocco, una delle più antiche istituzioni veneziane, non soppressa da Napoleone, e di cui la mariegola, ossia lo statuto, risale al 1478.
Il primo quadro della scuola è proprio l’Annunziata di Tiziano. Lui era un confratello dell’istituzione e sperava che questa condizione lo favorisse per lavorarci all’interno.
Ma Tintoretto ormai aveva già cominciato a lavorare nella Chiesa di San Rocco e gli faceva una concorrenza spietata. Lui si offrì di fare un dipinto, ma era troppo caro.
Intervenne così un privato, un tal Melio da Cortona, un giure consulto, che era stato assoldato dalla scuola per un contrasto con i frati dei Frari, ed a causa di questo vi era una lite in corso tra lui e l’istituzione di San Rocco. Nonostante questo decide di lasciare questo dipinto alla scuola, purché sia posizionato nella sala dell’albergo, dove si riunivano i confratelli.
Questo però non è un risarcimento. Lui desidera che la sua abitazione di San Rocco sia data al nipote. Se questo non accadrà lui lascerà il dipinto al cimitero di San Michele.
Il dipinto alla fine viene accettato e posizionato sopra l’arco dello scalone e diventa un modello per molti pittori dell’epoca: Andrea Schiavone, Van Dick, ma anche delle epoche successive come John Ruskin.
Ma la sua rivalutazione avviene nel 1990, con la mostra monografica su Tiziana a Palazzo Ducale, dove questo viene riconosciuto come autografo, nonostante permangano delle incertezze sulla datazione.
Certa invece è la lacerazione sul manto della Madonna, al ritorno del ricovero di tutte le opere d’arte agli Uffizi durante la guerra, che viene restaurato con una garzatura.
Finalmente nel 2014 l’opera viene ricollocata dove era stato pensata.
Con una serie di studi sul quadro , con i vari strumenti che gli esperti hanno, Maria Agnese Chiari Moretto Wiel ha fatto notare tutte le incertezze dell’autore e le parti del quadro che sono stati cambiati , nonché i particolari aggiunti e il loro significato.
A Castelfranco il 22 giugno alle ore 18,30 presso la Casa del Giogione è continuato questo discorso sugli strumenti di cui dispongono gli esperti per studiare un‘opera d’arte e quanti scenari si possono aprire con le scoperte che vengono rivelate. Questa volta l’esperto in causa era Gianluca Poldi, che attraverso delle analisi non invasive e con la ricerca di tecniche pittoriche sottese in un’opera, ha preso in considerazione il fregio di Giorgione, presente nel museo a lui dedicato.
L’esperto ha sottolineato come questa sia una strada alternativa per studiare un‘opera, rispetto a quella delle fonti e degli studiosi di Storia dell’arte. Con la riflettografia e la radiografia ha studiato questo fregio che è un grande disegno che descriveva il mondo giorgionesco, di cui facevano parte anche il Lotto e il vescovo di Treviso, Bernardo De Rossi, con il suo circolo culturale.
Si notano nel fregio anche quegli strumenti astronomici che permettevano ai grandi studiosi come Galileo e Newton di fare gli oroscopi, come anche esperti di Astrologia. In definitiva lui vuole descrivere le arti meccaniche ma non con un fine classificatorio.
Ed accanto ad ogni sezione vi è una scritta, a parte nell’ultimo spazio che è vuoto, perché rappresenta un futuro ancora da scrivere.
L’esperto ha poi iniziato a descrivere una serie di analisi underdrawing (del disegno sottostante) sia delle opere del Giorgione che del Bellini, per capire come l’analisi pedissequa di tante opere permetta di trovare delle permanenze nello stile degli autori.
Ad esempio in Giorgione si rilevano le linee spezzate e gli occhi vuoti, non disegnati, come nei clipei (medaglioni) del fregio, mentre sulla biografia di Giorgione si sa ben poco, pur lui essendo già famoso in vita.
E pensate che la sua data di nascita è stata desunta da un codice della Divina Commedia che si trova a Sidney. Ultima chicca della relazione di Gianluca Poldi, ci ha mostrato a che cosa serviva uno degli ultimi attrezzi rappresentati da Giorgione nel suo fregio, che serviva per per appoggiare il braccio mentre dipingeva.
In entrambe le relazioni quindi ci sono state una serie di rivelazioni che hanno certamente soddisfatto il pubblico alla ricerca di temi culturali interessanti e stimolanti.
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