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Essere cristiani in Tunisia

La-cattedrale-di-Tunisi


Conoscere altre realtà per capire la nostra identità

Nell’ambito del pellegrinaggio dedicato alla conoscenza dei luoghi di predicazione di Sant’Agostino e dei primi martiri Cristiani, che si è svolto dal 24 aprile al 1 maggio in Tunisia, organizzato dall’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Giovanni Paolo I” e la Scuola di Formazione Teologica di Treviso, i partecipanti hanno potuto avere l’esperienza di tre incontri emozionanti.

Il professor Claude Lepelley sosteneva che “Il cristianesimo occidentale non è nato in Europa, ma nel sud del Mediterraneo”. Il cammino di questi pellegrini è stato una scoperta in questo senso, supportata dalle visite ai vari siti e dalle letture che sono state affrontate in loco. Non è stato tralasciato di fare scoprire la bellezza della Tunisia: i suoi siti, le origini puniche, il sovrapporsi della civiltà romana, bizantina ed araba, i meravigliosi mosaici dove si trova raccontata tutta questa storia, senza tralasciare le caratteristiche geografiche: il deserto, le oasi, le montagne e i laghi.

Dopo l’arrivo in mattinata a Tunisi e la visita dello strepitoso Museo del Bardo nel primo pomeriggio, verso le 17 abbiamo incontrato il Vescovo di Tunisi, insieme ad un altro gruppo di pellegrini di Roma, monsignor Nicolas Lhernould.

Nominato da Papa Francesco il 4 aprile 2024, è succeduto all’arcivescovo Ilario Antoniazzi (originario proprio della provincia di Treviso, di San Polo di Piave), che ha guidato l’arcidiocesi fino alla pensione. Lhernould, di origini francesi, è stato ufficialmente insediato l’8 giugno 2024.

Lui è arrivato in Tunisia molto prima di ricoprire questo ruolo. Infatti mentre studiava al liceo Sainte-Marie di Neuilly-sur-Seine, è partito alla scoperta della Tunisia con un gruppo di giovani insegnanti nel 1994. Nel 1997 è partito per questo paese come cooperante e qui ha insegnato matematica  per due anni.

Dopo la nomina a Vescovo, dal febbraio 2025 è presidente della Conferenza episcopale regionale del Nordafrica. Dal 15 febbraio 2022 al febbraio 2025 è stato vicepresidente della stessa.

Quindi è un prelato che ha voce in capitolo nel poterci dare una vision su ciò che significa essere cristiani a Tunisi e nella Tunisia.

Oltre al francese parla l’italiano, l’inglese, il tedesco, l’arabo tunisino. Quindi ci accolti parlando nella nostra lingua.

Innanzi tutto è partito dalle statitiche: in Tunisia ci sono 30.000 cristiani e la libertà di culto e di coscienza è garantita. Infatti se una persona decide di cambiare religione non sarà punito. Ma una cosa è dirlo giuridicamente, un conto è accettarlo culturalmente. In Tunisia infatti la società è basata sul gruppo.

Il vescovo poi entra in merito al come professare la propria fede. Si parla di contemplazione come prima testimonianza: ossia essere persone che pregano tra persone che pregano. Basta pensare ad un libro scritto da un musulmano su Charles de Foucauld, in cui si dice che la preghiera fa il senso ed il significato della sua missione. La Tunisia infatti è un luogo permeato di fede.

Qui ci sono nove scuole cattoliche frequentate da bambini mussulmani. Solo lo staff è cattolico ed è formato da suore e da frati. I genitori mussulmani scelgono questo tipo di scuole perché c’è un capitale di fiducia. Infatti non si cerca di convertire i bambini, ma di aprire alle diversità.

Vi sono anche biblioteche e centri culturali per giovani. In Tunisia la cultura è una corda molto sensibile. Basti pensare all’attentato al Museo del Bardo nel 2015: per i tunisini è stato uno shock perché in questo modo si è toccato anche il valore dell’ospitalità e della cultura.

Questa una chiesa povera. Più di quella tunisina lo sono solo quella di Algeri e della Libia. La via è seguire l’insegnamento del Vangelo: praticare una fratellanza vissuta nella diversità.

Nella settimana successiva alla nostra visita, sarebbero arrivati dei gruppi Caritas della Sicilia con i quali collabora la diocesi di Tunisi. La collaborazione è in atto anche con i gruppi Scouts e con l’OIM, l’ente che si occupa del rimpatrio volontario. In merito il Vescovo ci dice che questo viene considerata una vergogna di fronte la famiglia d’origine, che tanto si è spesa per permettere questa impresa ad un loro congiunto. La realtà è che non ci sono più strutture per i migranti. Ne rimane solo una gestita dalle suore di Madre Teresa di Calcutta.

Quindi il proselitismo è vietato ma non lo è il testimoniare. Questo significa anche accogliere dentro l’intimità dell’altro. Infatti si trova più gioia nel dare che nel ricevere. E’ necessario perciò mettersi al posto dell’altro. Ed in questo modo si apre una curiosità verso la figura di Gesù.

A Tunisi convivono persone provenienti da 5 continenti, con 80 nazionalità diverse. Il segreto di questa convivenza pacifica è l’amore fraterno. Ma il Vescovo ribadisce che noi siamo collaboratori dell’unico missionario che è Cristo.

Il Vescovo ci ha poi parlato della società tunisina, in cui vi è il valore della famiglia e in particolare la logica gruppale. Gli anziani stanno a casa propria fino alla fine della loro vita. La figura della mamma ricopre una grande importanza. La condizione delle donne è stata inquadrata dal padre dell’Indipendenza tunisina Habib Bourguiba nel 1956.

Il Vescovo ha poi concluso la sua conversazione con noi dicendo che quella della chiesa in Tunisia è una presenza missionaria permanente, in cui non si possono applicare gli stessi metodi, ma bisogna valutare il contesto. Cita poi Benedetto XVI, che ha affermato che la Chiesa vive sempre uno stato di minoranza, tanto che è come un grano di incenso che non si vede ma si sente.

Un altro momento forte che il gruppo di pellegrini ha vissuto come cristiani è stata la celebrazione della messa presso la chiesa di Sousse. La nostra è stata una celebrazione privata in cui alla fine della cerimonia abbiamo potuto conoscere il parroco Robert, un trentenne che ci ha spiegato le gioie e le difficoltà che vive nella sua parrocchia.

Per concludere un altro momento clou del pellegrinaggio è stata la celebrazione di una messa presso il convento delle suore di Ain Draham, accanto all’asilo cattolico frequentato ora da bimbi del paese, ma da anche dalle generazioni precedenti, proprio per quella fiducia di cui parlavamo prima nelle scuole cattoliche da parte dei mussulmani.

Le suore erano soltanto tre, due di origine africana ed una di origine indiana, ed erano coaudiuvate da un prete francese, Jacques-Bertrand che con loro celebrava le messe. Quindi quattro cristiani in una cittadina di diecimila abitanti. Come si sentiranno? Nonostante ciò le suore hanno predisposto una casa dell’accoglienza per chi ha bisogno di essere ospitati.

Forse questo vuol dire essere con convinzione cristiani.

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