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Dino Buzzati e la cucina


Un convegno a Ca’Robegan per ricordare uno dei tanti aspetti della sua personalità

Sabato 14 marzo, presso Ca’Robegan a Treviso, si è tenuto un convegno intitolato Buzzatti e il cibo, per celebrare ciò che il celeberrimo autore definiva così:” Mangiare bene non significa soltanto che ti portino davanti dei piatti di cose buone. Non basta. Ci vuole l’ambiente. Ci vuole la gentilezza.”

Questa iniziativa è stata promossa dall’Associazione Internazionale Dino Buzzati e dalla Camera di Commercio Treviso – Belluno – Dolomiti, nonché dalla Fondazione Mazzotti, nell’ambito di quel progetto intitolato Buzzati e la rete dei miracoli, un ambizioso progetto di promozione territoriale . L’obiettivo è creare un itinerario di turismo “slow” e culturale che colleghi le province di Treviso e Belluno, seguendo le tracce dell’ultimo capolavoro dello scrittore, I miracoli di Val Morel, pubblicato nel 1971. Un ponte ideale tra la pianura del Prosecco e le valli bellunesi, unite dalla riscoperta delle tradizioni enogastronomiche,intese come elemento identitario prima ancora che turistico.

Per una piacevole coincidenza nel giorno del convegno, oltre a commemorare i 120 anni si celebravano anche i 60 anni dalla nascita della “Strada del vino bianco” (la prima in Italia), e quindi era doveroso che il Veneto rendesse omaggio a questa sfaccettatura inedita del grande autore bellunese.

Il convegno ha avuto inizio alle ore 9,30 e dopo i saluti istituzionali sono iniziate le relazioni.

La prima è stata tenuta da Danilo Gasparini, professore dell’Università di Padova, ed era intitolata”Maffioli, Mazzotti & compagni: la tentata costruzione di un’identità gastronomica veneta.” Con un excursus interessantissimo, ha saputo spiegare come dalle differenti cucine della nostra regione e dai letterati gastronomi, come Pellegrino Artusi, sia risultato evidente che il patrimonio culinario sia di origine contadina.

Un’altra fonte importante per ricostruire la storia della cucina veneta sono i ricettari, come quello più celebre del Cucchiaio d’Argento, o quello meno noto di Zuan dee Fritoe, pseudonimo di uno scrittore gastronomico del 1908. Ma sorprendentemente anche le grandi inchieste ottocentesche, come quella della Riforma Sociale (1894-1935) o quella di Felice Mantovani sui bilanci di trenta famiglie nella provincia di Treviso, ci danno delle notizie interessanti sull’alimentazione contadina.

Un altro capitolo si potrebbe aprire anche sulle guide e sulle carte gastronomiche. Un esempio eclatante ci è stato fatto citando il famoso giornale della terza armata “La tradotta”, che durante la prima guerra mondiale ci mostra come vengono accolti i nemici, a colpi di specialità alimentari e di una poesia satirica che le raccoglie tutte. Per quel che riguarda le guide gastronomiche invece la prima del Touring è del 1931, mentre la prima carta gastronomica di cui si ha notizia è siciliana ed è del 1895.

Nel tono che è consono alle relazioni di Danilo Gasparini, ha sintetizzato la cucina veneta dalla Pellagra al Tiramisù, ricordando che solo nel 1968 l’Italia è diventato un paese moderno, perché ha raggiunto le 3000 calorie nell’alimentazione giornaliera. Un altro fenomeno che è durato vent’anni, Carosello, ha saputo diffondere anche le mode alimentari, mentre le eccellenze sono state raccolte nella prima Guida Michelin del 1956.

La relazione del professore si è conclusa con una domanda aperta: dove si celebra oggi il racconto della cucina veneta?

Il secondo intervento è stato di Enrico Zucchi, un altro professore dell’Università di Padova, che ha saputo coniugare la letteratura con il vino che lo cita. Infatti oggi come non mai è importante la narrazione di un vino ed una pietanza. E lui lo ha fatto in particolare riguardo al Prosecco, il vino che oggi come non mai identifica il nostro territorio. Il tutto lo ha fatto analizzando delle fonti documentarie, in cui si evidenzia il fattore che va sottolineato: è difficile trovare oggi lo stesso prodotto alimentare descritto nel tempo, perché le cose cambiano sia per quel che riguarda il gusto che il mercato. Il prodotto infatti mantiene il nome, ma cambia la forma. E questo è proprio il caso del prosecco ed anche l’occasione per scalfire alcuni dei pregiudizi sui prodotti di grande successo.

Il prosecco nasce per motivi culturali: il suo nome inizialmente era Pucino ed è stato descritto già da Plinio, che aveva una predilezione per questo vino, visto che era l’unica bevanda di Giulia Augusta, che grazie ad esso probabilmente era vissuta fino all’età di 86 anni, un’età ragguardevole per quegli anni.

Pietro Bonomo, poi, umanista triestino del Cinquecento, conferma che il vino che si beve ai suoi tempi è lo stesso di quello del tempo dei Romani. In realtà lui beveva un Ribolla, più inerente alle terre che abitava. Questo è solo uno dei tanti esempi che ci ha portato il professor Zucchi in merito all’identità del prosecco nel tempo, ma poi ha continuato ad enumerare una serie di citazioni letterarie, dove questo vino è nominato. Tra queste si possono citare una commedia in cui Arlecchino vuole conquistare delle ragazze con il prosecco di Pantalone o Gianni Stuparich che lo cita in un ode a Venezia ed in catalogo di osterie triestine. Un’altra citazione famosa di questo vino è di Andrea Zanzotto, che ne parla in articolo scritto per il Corriere della Sera nel 1970, intitolato “Il Veneto che se ne va”.

Ma il clou della storia del Prosecco avviene nel Settecento, quando a seguito di alcuni esperimenti di spumantizzazione, che sono poi proseguiti da Antonio Carpenè, che lo esportò a Vienna come “Champagne italiano”. Poi seguirà la sboccatura e il metodo Martinotti.

La terza relazione è stata a cura di Marco Perale, Presidente dell’Associazione Buzzati, che ha approfondito il rapporto tra cibo e corpo nell’opera buzzatiana, tra eros e morte. Per coinvolgerci in questo percorso, ci ha parlato del Poema a fumetti di Dino Buzzatti, che ha messo insieme le sue passioni: saper scrivere e dipingere. Dopo che vince il Premio Strega nel 1958, si sente sdoganato e perciò fa la sua prima mostra come pittore, dicendo di essere “un grande pittore che ha perso tempo a scrivere”.

Possiamo descrivere il suo Poema a fumetti come una prima grafic novel, dove palesa il suo amore assoluto per le donne nelle storie difficili e complicate che ha vissuto. Da ricordare è la sua storia d’amore con una prostituta siciliana, Carla Marchi, durata 15 anni e il suo forte legame con la madre con cui è vissuto fino alla sua morte nel 1961.

Il cibo diventa per lui un trade union tra amore e morte. La tavola è per lui qualcosa di ordinato ed ordinante, come si evince dalla sua descrizione della tavola degli ufficiali nel suo celere libro “Il Deserto dei Tartari”. Ecco perché decide insieme a sedici amici di fondare l’Accademia della Cucina Italiana, copiando forse l’idea di quella francese, nata in quegli anni.

Del 1961 abbiamo un menù firmato da lui, in un simposio a Palazzo Tè a Mantova per le celebrazioni del Mantegna ed una serie di quadri in cui vi sono motivi alimentari come la tavola imbandita di funghi velenosi o le donne travestite da verdure per un califfo. Ma la sua creatività si è anche espressa per decorare artisticamente una torta per un compleanno di un amico.

Ma lui rimaneva pur sempre uno scrittore e scrive un libro su come si mangia a Milano.

L’ultima relazione è stata curata da Emanuele Zoppellari dell’Università di Torino, in cui ha descritto il rapporto di Buzzati con gli animali ed in particolare con la selvaggina. Per fare ciò ha proposto un confronto tra Buzzati ed Ernst Jünger sul tema della caccia in due loro racconti, in cui il primo è in Africa in un safari ed a caccia di un facocero. Il secondo invece descrive la caccia al cinghiale di due bambini che vogliono emulare gli adulti. Entrambe danno risalto nel loro racconto di una sorta di umanizzazione dell’animale e alla difficoltà di morire per i colpi inferti dagli uomini, che loro guardano con occhi tristi e che sembrano domandare il perché di un gesto così efferato. Dalla letteratura non si possono aspettare delle risposte morali, ma in questo caso possiamo vedere nei due autori in questione un’anticipazione della sensibilità che ci lega oggi agli animali.

Come ogni riflessione sulla cucina che si rispetti, questa densa mattinata si è conclusa con un’esperienza sensoriale: una presentazione con degustazioni guidate dei prodotti d’eccellenza dei due territori: dai formaggi della Latteria di Frontin e della Latteria Turnaria di Valmorel (luogo dell’anima di Buzzati), ai sapori di ApiDolomiti e della Bottega di Combai, fino ai vini della Cantina dea Rivalta, con il supporto degli esperti dell’Onaf di Belluno.

In un’epoca di consumo rapido, questa iniziativa ci ha invita a riscoprire il Veneto con gli occhi di Buzzati: un territorio dove ogni sapore racconta una storia e ogni paesaggio nasconde, ancora, un piccolo miracolo. E noi il miracolo degustativo l’abbiamo vissuto con i deliziosi prodotti e vini che ci sono stati offerti per concludere in bellezza questo evento.

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