L’attesissimo film “Boléro”, che è giunto nelle nostre sale da pochi giorni, e che è liberamente tratto dalla monografia su Maurice Ravel di Marcel Marnat, è un biotic che si distingue dagli altri per una serie di motivi.
Il primo va senz’altro ricercato nella interpretazione magistrale di Raphael Personnaz, che riesce a rendere perfettamente la figura del compositore in eterna lotta con se stesso e con il suo unico amore: la musica. La sua fragilità emerge fin dall’inizio, quando, bocciato l’ennesima volta all’esame di composizione, si getta dal balcone del Conservatorio di Parigi, senza fortunatamente rimetterci la vita .Tutto perché dice alla madre di aver sentito una melodia e di averla seguita .
Nello stesso modo nel 1928, quando la ballerina russa Ida Rubinstein commissiona a Ravel un brano per un nuovo balletto, lui la porta in una fabbrica per consegnarle la composizione terminata con tanta fatica, perché l’ispirazione non arrivava. E lì le confessa che è il luogo giusto perché i rumori ossessi e ripetitivi dei macchinari, sono quelli per cui è germogliata una partitura che sfida ogni convenzione: un motivo di sedici battute ripetuto ossessivamente, un crescendo inesorabile che accumula strumenti e tensione senza mai cambiare realmente tema.
Un’idea che molti contemporanei giudicarono provocatoria , ma che si è impressa nell’immaginario collettivo come una delle forme più riconoscibili della musica moderna. Infatti nei titoli d’inizio (assolutamente da vedere) vengono rappresentate delle brevi clip da tutto il mondo in cui viene suonato il Boléro di Ravel in tutti i generi musicali e prima dei titoli di coda viene data allo spettatore un’informazione che sembra assurda: ogni 15 minuti in tutto il mondo viene eseguito il Bolero di Ravel.
Questo ci fa comprendere la genialità di questo compositore, che con la sensibilità del suo orecchio scorge suoni per la composizione ovunque e non disdegna neppure di consultare la sua domestica sulla canzone che preferisce per trovare l’ispirazione che non arriva, anche se con determinazione maniacale si applica nella composizione. Perchè, anche quando c’è talento, si attraversano dei momenti di buio. E la regista, Anne Fontaine riesce a rendere il sentimento di inadeguatezza che prova Ravel durante le sue crisi.
Lo stesso prova anche nei suoi rapporti con le donne. In particolare con la sua musa ispiratrice Misa Sert, sorella di un suo amico, e la sua amica Marguerite Long, nonché con colei che le ha commissionato la musica del balletto, che poi lo renderà universalmente famoso, la ballerina Ida Rubestein, che crede nel suo talento inespresso e lo incita a liberare l’erotismo che c’è in lui.
Ma il vero protagonista resta il Boléro stesso, brano che attraversa il film come un personaggio vivo. Fontaine lo utilizza non come semplice colonna sonora, ma come struttura narrativa e visiva, spina dorsale che guida lo spettatore dentro la mente ossessiva del compositore. Ogni ripetizione musicale diventa specchio della ripetizione dei gesti, delle manie, delle rigidità di Ravel, fino a confondere autore e opera in un unico respiro.
Anne Fontaine costruisce un’opera intima e ipnotica, che non cerca la cronaca biografica ma la verità segreta di un uomo divorato dalla sua stessa musica. Nel ripetere ossessivamente lo stesso tema fino a saturare l’aria, la partitura di Ravel non offre una soluzione, ma un’esperienza: come il film, che si chiude senza pacificazione, lasciando nello spettatore la sensazione che, nella circolarità della musica, resti il battito fragile e irripetibile di una vita.
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