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Anche corteggiare una donna è un azzardo

ANCHE CORTEGGIARE UNA DONNA E’ UN AZZARDO

Giacomo Casanova lo sapeva bene. Era proprio quel rischio, la scommessa sull’impossibile e la successiva vittoria, a procurargli il piacere più intenso. Ma perché nella testa degli esseri umani esiste questo strano meccanismo che collega indissolubilmente il gioco al piacere, e viceversa?

La risposta non è solo filosofica, ma affonda le radici nella nostra biologia e nella nostra storia antropologica. Nelle prime fasi della gestazione, l’embrione umano è poco più di un tubo cavo. Gradualmente, questo tubicino prende forma e dà vita al proencefalo, la parte anteriore del cervello. È proprio in questo organulo che risiede la chiave del mistero. Da qui hanno origine le strutture cerebrali che, connettendosi tra loro, creano i presupposti per i meccanismi della gioia e del dolore. Sono i circuiti che fanno nascere pulsioni, bisogni e desideri: le fondamenta di una vita che scopriamo essere molto più emotiva che razionale. È questa spinta biologica che ci porta a sfidare il destino e a cercare risposte che non avremmo mai pensato di inseguire.

Ma da dove nasce l’abbinamento tra gioco, abilità e fortuna? L’azzardo sta negli esiti di questa sommatoria di variabili interconnesse. Lo vediamo in questi giorni con i Mondiali di calcio: la gente scommette pur sapendo che non sempre vince il migliore. Chi punta inserisce nel sistema una variabile incerta, imprevedibile per definizione. L’azzardo, in fondo, è il piacere puro della sfida.

Si tratta dello stesso meccanismo che scatta nell’alcolista o nel fumatore, convinti di poter smettere “quando vogliono”. Anche noi, da bravi benpensanti, siamo certi di possedere la libertà di scegliere, perché riteniamo il gioco e la sfida normali attitudini umane. In realtà, nel gioco in quanto tale la libertà non esiste. Esiste solo il desiderio nascosto di riprodurre una realtà virtuale in cui non siamo mai perdenti; o in cui, se perdiamo oggi, avremo la certezza di vincere domani.

È qui che si spalancano le porte della ludopatia. Il gioco che inizialmente fa bene perché dona piacere, porta con sé la sua stessa punizione: il senso di colpa dovuto all’impossibilità reale di vincere sempre. Ricompensa e punizione sono circuiti psicobiologici intrecciati, non molto diversi da quello stato di prostrazione e malinconia che si prova subito dopo un amplesso d’amore.

Viviamo così, in un costante oscillare tra necessità biologiche e nevrosi. La nostra unica esistenza possibile si consuma tra abitudini noiose ma sicure, piaceri modesti e bisogni rinviabili. Resta la sfida come atto individuale di ribellione, ma anche questo istinto va limitato e controllato, per evitare che si trasformi in un’altra terribile malattia: il fanatismo ideologico.

Oggi la ludopatia è finalmente riconosciuta come una malattia, una dipendenza comportamentale e una devianza patologica. Eppure, un immenso giro di denaro alimenta questo disturbo, spesso con la cinica connivenza dello Stato che ci guadagna, e l’inevitabile intrusione della malavita. D’altronde, l’ipocrisia del proibizionismo non aiuterebbe: eliminare il gioco legale servirebbe solo a ingrassare il ben più pericoloso gioco clandestino.

Non ci resta che accettare la nostra natura: comprendere il nostro disperato bisogno di azzardo e curarlo, laddove possibile, prima che il gioco si prenda tutto.

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