Due storie parallele per raccontare la vita da esule
Premiato come miglior film all’Edera Festival 2026, Yalla Parkour è un film che parla degli esiti della guerra ed in particolare degli esuli, senza far vedere la guerra, tranne che nella distruzione e in qualche lontana esplosione. Racconta invece dello strazio degli esuli, di quelli che sono già partiti come la regista Areeb Zuaiter, o quelli che stanno cercando di lasciare il loro paese per avere una nuova possibilità come Ahmed.
E’un film documentario del 2024 scritto e diretto da Areeb Zuaiter al debutto alla regia di un lungometraggio. Il film segue la regista alla ricerca di un ricordo, che rafforza il suo senso di appartenenza, e incrocia il cammino con Ahmed, un alteta di parkour a Gaza.
Areeb Zuaiter, all’età di quattro anni, vede per la prima volta il mare a Gaza. Questo ricordo, legato ad un’epoca di spensieratezza e momenti felici, la spinge dopo tanti anni a cercare un senso di appartenenza con la terra palestinese. Dopo la morte della madre, casualmente, si imbatte in un video di alcuni ragazzi che praticano parkour nella striscia di Gaza, Zuaiter si connette col gruppo e crea un legame profondo con Ahmed, in un rapporto che trasformerà la curiosità iniziale in un’urgenza di raccontare la cruda realtà della terra che un tempo considerava casa.
Riconnettendosi con lui, Areeb si muove nel paesaggio devastato di Gaza, esplorando i luoghi del parkour e i simboli dello spirito palestinese. Attraverso la prospettiva di Ahmed, si confronta con la dura realtà di Gaza come prigione a cielo aperto, contrapponendola alla sua vita negli Stati Uniti e all’eredità di sua madre.
Nel tentativo di ricostruire un legame con la propria terra d’origine, la regista Areeb Zuaiter intraprende un viaggio che intreccia così la memoria personale con la realtà contemporanea.
Attraverso l’esplorazione di luoghi segnati — tra rovine, spazi abbandonati come un cimitero, un centro commerciale fatiscente e ciò che resta di un aeroporto e e paesaggi costieri — il film mette in dialogo passato e presente, intimità e contesto politico. Mentre il legame tra Areeb e Ahmed si approfondisce, emerge con sempre maggiore forza la tensione tra il desiderio di restare e quello di partire, insieme al peso emotivo che entrambe le scelte comportano.
Yalla Parkour è perciò una riflessione su memoria, identità e appartenenza, ma anche uno sguardo su una Gaza sospesa tra vitalità e costrizione, restituita in una delle sue ultime immagini prima degli eventi dell’ottobre 2023.
Il documentario si sviluppa lungo l’arco di diversi anni. Zuaiter utilizza tutto il materiale video a sua disposizione per intrecciare la propria storia con quella di Ahmed, fatta di sogni, aspirazioni e del desiderio di evadere da quella dimensione per riuscire a partecipare alle competizioni di parkour. È proprio qui che risiede uno dei punti di forza del film, il legame sincero che si instaura tra i due, una connessione tanto profonda da spingere la regista a raggiungere il giovane palestinese e vivere quei luoghi, le acrobazie, già mostrati in One more jump di Manu Gerosa, un altro documentario sul parkour a Gaza ,il gruppo di amici di Ahmed, i problemi con la burocrazia per ottenere un visto per partire.
Per tutta la durata del film c’è un senso di devastazione imminente, amplificato nella consapevolezza di ciò che sarebbe accaduto anni dopo. La stessa visione del valico di Rafah diventa un’immagine che scuote. Questo accade perché il racconto si svolge interamente prima del 7 ottobre 2023. A differenza di un documentario come No other land , Zuaiter sceglie di non fare della guerra l’oggetto diretto della sua narrazione. Il conflitto non viene mostrato frontalmente, eppure lo si avverte costantemente, è intorno a loro. Il regista preferisce concentrarsi sulla resistenza quotidiana di questi ragazzi palestinesi, sulla loro opposizione vitale a una realtà opprimente.
Yalla Parkour è fondamentalmente un film sulla gioia di vivere, anche quando le condizioni esterne sembrerebbero non doverlo permettere. È un’energia che si condensa tutta in un’immagine precisa: il sorriso di Mohammed, l’amico di Ahmed, che avendo brillato come unico sfondo i bombardamenti.
Ed è questo che del film commuove di più: che in una situazione così estrema, sempre in bilico tra la vita e la morte, si voglia ancora divertirsi, sorridere, sperare, sognare.
Ed è per questo che probabilmente il film ha ricevuto così tanti riconoscimenti: all’Hong Kong International Film Festival 2025 come miglior documentario; al Nordisk Panorama 2025 ha ottenuto il premio del pubblico; al Tirana International Film Festival 2025 è stato premiato come miglior documentari e per la migliore regia. Precedentemente aveva ottenuto il premio della giuria al DOC NYC 2024.
E dulcis in fundo l’Edera film festival lo ha premiato con la seguentemotivazione:«Un film fatto a due mani: quelle di Areeb e di Ahmed in un canto di nostalgia per una casa che non c’è più e un controcanto di desiderio di fuga dall’inferno di Gaza, segnando con un tenue filo di speranza un racconto di resistenza alla follia della guerra che non si perde nella retoricae usa con sapienza di montaggio il doppio registro narrativo».
Un film da vedere per commuoversi e cercare di capire.
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