Un viaggio tra l’Etna, Vulcano e Stromboli: dove la natura è modellata dal magma
Etna: I crateri a bottoniera
Dopo un lungo viaggio da Roma, con mia moglie Marcella, raggiungiamo Villa San Giovanni e dopo aver traghettato, dirigiamo verso Nicolosi dove arriviamo in tarda serata. Ad attenderci gli amici e compagni di avventure sull’Etna di sempre (di cui vi ho raccontato qui), Orazio ed Anna. La cena sotto il pergolato da cui si ammira “a muntagna” è a base di pesce alla griglia freschissimo, accompagnato da verdure e vino prodotti con maestria dall’amico Orazio che è anche un cuoco a dir poco eccellente!
Orazio, una delle migliori guide dei vulcani della Sicilia, ci illustra la nostra escursione di domani…” Conoscete l’Etna, il cratere centrale, avete visto eruzioni, fiumi di lava, la valle del Bove e molto altro, ma vi manca la passeggiata fra le betulle e i “crateri a bottoniera”, vedrete uno spettacolo perché questo vulcano continua a muoversi, a respirare, a cambiare, lasciando tracce della sua millenaria attività”.
A bordo di un fuoristrada ci dirigiamo verso Fornazzo, un piccolo borgo immerso nel silenzio del primo mattino. Ci fermiamo nel cuore del paese per gustare un caffè, mentre la luce tenue dell’alba comincia a rischiarare le strade ancora deserte. Riprendiamo il cammino e saliamo fino al Rifugio Citelli, punto di partenza della nostra escursione a piedi fra i due monti e i monti Sartorius. L’aria è frizzante. Iniziamo a camminare tra i faggi e le grandi distese di felci poi, percorso un breve tratto in salita, si apre davanti a noi una piccola spaccatura nel terreno, dando accesso ad un grande antro. È la grotta dei ladroni. È un ingrottamento lavico, una cavità sotterranea creata dallo scorrere della lava durante un’antica eruzione. Le pareti conservano inequivocabili le tracce lasciate dal magma, insieme ai fori realizzati successivamente per collegare l’interno della grotta alla superficie. Un tempo, infatti, queste cavità venivano utilizzate come deposito naturale per conservare la neve raccolta durante l’inverno. La neve veniva messa in grandi ceste e trasportata in queste grotte. Quindi veniva compressa e stipata all’interno delle cavità, poi isolata con paglia e foglie. Durante i mesi estivi, piccoli blocchi di neve ghiacciata venivano prelevati con argani attraverso i fori praticati nella volta e avvolti da felci, foglie, rami di castagno e sacchi di iuta, venivano caricati sui muli e portati nei paesi a valle e anche molto più lontano. Era un lavoro duro, spesso affidato ai nevaioli, uomini che sfidavano il freddo e le asperità del terreno per garantire un bene tanto prezioso quanto effimero: il ghiaccio, utilizzato per la conservazione degli alimenti, per i medicinali e per la preparazione di squisite granite! Oggi, questi luoghi silenziosi raccontano una storia di sacrifici, di fatica, al contempo di ingegno e resistenza, storie di uomini cha hanno saputo convivere con un territorio tanto affascinante quanto difficile, sfruttandone tutte le possibili risorse.
Proseguendo il nostro sentiero sul versante nord-est dell’Etna raggiungiamo una delle aree più suggestive del vulcano: i Monti Sartorius che prendono il nome da Wolfgang Sartorius von Waltershausen, (1809-1876), geologo tedesco che studiò approfonditamente l’Etna e ne descrisse con grande dettaglio l’attività vulcanica. Intorno a noi le colate laviche che ci circondano sono il segno evidente delle antiche eruzioni che hanno modellato questo versante dell’Etna. Grandi e magnifici alberi di betulle dai tronchi bianchi crescono rigogliosi sui fertili terreni lavici, mentre tra loro si alternano i caratteristici astragali, o cuscini spino santi che decorano le pendici dei Monti Sartorius. “Vedete questi cespugli?” ci dice Orazio, “Nel mese di maggio erano ricoperti di splendidi fiori. Le loro radici hanno importanti proprietà curative: proteggono il fegato, sono potenti antiossidanti e aiutano a contrastare la stanchezza.”
Qui avvenne l’eruzione del 1865, una delle più spettacolari del XIX secolo. Il 28 gennaio 1865, l’Etna si risvegliò con un’intensa attività eruttiva dal Monte Frumento delle Concazze. Boati, cenere e scosse sismiche annunciarono l’inizio di un’eruzione spettacolare. Nella notte del 29 gennaio, un forte terremoto colpì il versante orientale. Nei giorni successivi, si aprirono diverse fenditure tra i 1800 e i 1750 metri di quota, da cui sgorgarono fontane di lava. Poi il 30 gennaio si formò una nuova frattura lunga 400 metri, con bocche eruttive attive. Tra il 4 e il 5 febbraio nacquero sette crateri allineati, La successione di crateri e bocche eruttive si allineò lungo l’asse della frattura, motivo per cui venne utilizzato il termine “a bottoniera”, crateri allineati che ricordano i bottoni in fila di una camicia. Una breve pausa e l’attività riprese a marzo con nuove colate. Le eruzioni si protrassero fino a giugno per poi finire lasciando una rara disposizione di bocche eruttive che si sviluppano lungo una fessura nella crosta terrestre, da cui la lava fuoriuscì. Immagino quelle sette fontane di lava, ben distinte, con lapilli e bombe vulcaniche lanciate in aria, mentre il fumo si alza denso e il fragore del vulcano riempie l’aria: uno spettacolo terrificante, dantesco ma al tempo stesso affascinante. I sette crateri a bottoniera sono ben visibili e davvero suggestivi. Ma oltre alla maestosità della geologia, ciò che cattura subito lo sguardo è la sorprendente varietà della vegetazione che circonda i crateri. Le pareti dei piccoli coni e il terreno intorno sono punteggiati da pini larici, ginepri e betulle, che crescono rigogliosi sul fertile terreno lavico. Il verde intenso delle loro chiome crea un contrasto intenso con il nero profondo della lava solidificata, regalando al paesaggio un’atmosfera di vita che nasce dalla terra di fuoco.
Le ore sono trascorse velocemente, un po’ di fatica c’è, ed è proprio adesso che vedo in lontananza Marcella ed Orazio sistemarsi all’ombra di un pino…è l’ora della colazione al sacco. Siamo soli in mezzo a questa maestosità e mi piacerebbe fermare il tempo!
Poi riprendiamo il cammino verso casa dove ci aspetta Anna che ha preparato una succulenta cenetta. Domani si parte, destinazione Vulcano.
Vulcano: Il Respiro della Terra
Sbarcati dal traghetto si notano subito le fumarole che si sprigionano dalle rocce non lontane dal molo. Terra vulcanica! Sullo sfondo il vulcano si staglia con tutta la sua imponenza. L’isola di Vulcano in tempi antichi era conosciuta dai greci come Therasia, poi Hiera (sacra).
Molto bella è la descrizione che ci tramanda Virgilio nell’Eneide: «…Giace tra la Sicania da l’un canto / e Lipari da l’altro un’isoletta / ch’alpestra ed alta esce de l’onde, e fuma. / Ha sotto una spelonca, e grotte intorno, / che di feri Ciclopi antri e fucine / son, da’ lor fochi affumicati e rosi. / Il picchiar de l’incudi e de’ martelli / ch’entro si sente, lo stridor de’ ferri, / il fremere e ’l bollir de le sue fiamme / e de le sue fornaci, d’Etna in guisa / intonar s’ode ed anelar si vede. / Questa è la casa, ove qua giù s’adopra / Volcano, onde da lui Volcania è detta; / e qui per l’armi fabbricar discese / del grand’Enea…»1
Secondo la mitologia greca, il cratere era la fucina di Efesto, dio del fuoco e fabbro che forgiava armi per i guerrieri, aiutato dai ciclopi, dove venivano anche portati i morti delle isole Eolie perché fossero purificati dal fuoco. Efesto il dio greco del fuoco fu poi identificato dai romani come Vulcano. Vulcano dai romani.
L’amico di Orazio è puntualmente sul molo e con lui raggiungiamo la base del Vulcano. Il sentiero che porta al cratere è un serpente che si arrampica su un terreno non difficile ma stancante. Il caldo quest’anno è particolarmente opprimente, e nei pressi della sommità l’aria satura di zolfo si fa sentire. Arrivati in superficie ecco il cratere, che emette fumi densi che si sprigionano dalle numerose fumarole contornate da zolfo dall’inconfondibile colore giallo canarino. Sembra una bocca infernale pronta ad esplodere. Ma per fortuna il vulcano si è placato da tempo. “Le ultime eruzioni sono avvenute tra il 3 agosto del 1888 e il 22 marzo del 1890” ci dice Orazio, “poi da allora più nulla, solo questa attività che vedete.” Dalla cima, il paesaggio toglie il fiato per la sua bellezza. L’aria tersa, le numerose fumarole, il giallo dello zolfo, lo spettacolo delle isole Eolie: Salina, Lipari, Panarea, Alicudi, Filicudi e poi la mia amata Stromboli, che spiccano dal mare di un blu intenso. Sulle ripide e scoscese pareti del vulcano dal colore ruggine si notano bellissime bombe dalle forme bizzarre che, chissà quando, vennero scagliate incandescenti con forza nel cielo per poi ricadere come volessero adornare il vulcano e testimoniare la sua forza e potenza.
Rimani lì, come sospeso tra il cielo e la terra, e si percepisce, come in tutti i vulcani, una forza primordiale che non si preoccupa di te, che ti osserva con indifferenza. Anche questo vulcano non è solo una meta, è un’esperienza che ti induce a riflettere sulla potenza selvaggia della natura di fronte alla quale siamo sempre impotenti! Basti pensare alle eruzioni in Islanda che hanno fermato per giorni e giorni gran parte del traffico aereo in Europa o, per restare a casa nostra, alle devastazioni dell’Etna, a cui abbiamo assistito anche in tempi recenti.
Guardando l’incantevole paesaggio sono circondato dai soffioni che sbuffano, dall’incessante fumo che sgorga dal terreno, è il respiro della terra in continua evoluzione.
È ora di riprendere il nostro viaggio, ci aspetta un altro vulcano ancora più grande e affascinante, lo Stromboli.
Iddu, lo Stromboli
…” Partito essendo da Napoli per la Sicilia li 24 di Agosto del 1788, e l’entrante notte oltrepassate avendo di molto le bocche di Capri, cominciai a scorgere cotal prodigio di Stromboli, quantunque da me lontano ben cento miglia. Pareva un soffio di vampa, che d’improvviso mi feriva debilmente gli occhi, e che dopo due o tre secondi spariva. Scorsi dieci o dodici minuti primi, ricompariva la fiamma, poi dileguavasi. Per più ore fui contemplatore di quel picciolo spettacolo, il quale diversificava solamente nella maggiore o minore durata, e negl’intervalli alle accensioni frapposti.
I marinai, da’ quali era condotto, guardavano con occhio di compiacimento quei fuochi, senza cui, mi dicevano essi, nelle oscure notti fortunose correrebbero assai volte gran rischio, o di andar naufraghi in alto mare…”.2
Lo Stromboli ha da sempre colpito i viaggiatori!
Stupore, fascino, oserei dire magia, sono le sensazioni che si avvertono non appena vedi “Iddu”, “Lui” (come lo chiamano i locali) da vicino. Stromboli si erge maestoso per un’altezza a ridosso dei 1000 metri sul livello del mare per sprofondare fino ad oltre 2000 metri sotto il livello del mare. Circondato dalle cristalline acque blu, la sua “nascita”, se cosi si può chiamare, è antichissima. Il vulcano ha cominciato a formarsi più di un milione di anni fa, sotto il livello del mare! La parte che oggi vediamo, invece, è più “recente”: è iniziata a emergere grazie a un piccolo cono vulcanico, poco lontano dall’isola, chiamato Strombolicchio, circa 200.000 anni fa. È un vulcano particolare fra i più attivi al mondo con una tipologia di attività a cui ha dato il nome…” l’attività stromboliana”. Questa attività consiste in esplosioni intermittenti dalle bocche eruttive, oggi situate a circa 750 metri di altitudine, che lanciano bombe, brandelli di lava e lapilli incandescenti fino a qualche centinaio di metri d’altezza. I materiali poi precipitano, rotolando verso il mare lungo la Sciara del Fuoco. Uno spettacolo straordinario.
La storia dell’isola è antica e affascinante. Un primo insediamento risale addirittura al XVI secolo a.C., nella zona di San Vincenzo.3 In epoca romana era fiorente, ma fu successivamente abbandonata, fino a rinascere nel XIX secolo, quando la flotta locale di velieri divenne strategica nei collegamenti con le altre Eolie e con la terraferma. L’economia si reggeva su pesca e agricoltura, ma l’arrivo delle navi a vapore e delle ferrovie segnò il declino del porto. Nonostante questo, tra l’Ottocento e il primo Novecento, Stromboli visse un nuovo slancio: oltre 5.000 abitanti popolavano l’isola. Poi, nel 1930, la grande eruzione e il maremoto cambiarono tutto. Molti partirono verso l’America, l’Argentina, l’Australia. E una nuova ondata di emigrazione arrivò subito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il punto di svolta arrivò negli anni ’50, quando Roberto Rossellini girò sull’isola il film Stromboli, terra di Dio, con Ingrid Bergman. L’isola finì sotto i riflettori internazionali, attirando l’interesse di viaggiatori, artisti e amanti della natura incontaminata4. Da allora Stromboli è rinata. Oggi è una meta turistica di richiamo internazionale, viva, ma, fortunatamente si percepisce che la sua anima autentica è rimasta intatta. 5
Appena arrivati sull’isola, Orazio si mette in contatto con il suo amico Antonio, profondo conoscitore del territorio, guida esperta per mare e per terra. È stato lui a organizzare per noi l’ascensione al vulcano, preceduta però da un’escursione in barca per circumnavigare l’isola, visitare Ginostra e, di notte, ammirare dal mare le spettacolari esplosioni del vulcano, entrando così in sintonia con questa terra.
Di primo mattino salpiamo a bordo di una bella barca aperta in vetroresina pilotata da Luca6, anche lui uomo di mare esperto e profondo conoscitore di Stromboli che si rivelerà una guida eccellente. Il mare è uno specchio, immobile, l’acqua è talmente limpida che si vede distintamente il fondo. Attorno a noi si ergono le pareti scoscese dell’isola, interrotte solo dalle antiche “sciare del fuoco”, lingue di lava solidificata che raccontano secoli di eruzioni. Qua e là, tra i pendii, si muovono rapide alcune capre diventate ormai selvatiche. Ogni tanto, tra la vegetazione, compaiono i resti di vecchi pali e fili elettrici: erano parte della rete di comunicazione con il borgo di Ginostra. Lungo la costa e sulle colline si vedono i terrazzamenti, chiara testimonianza del passato agricolo ricco e fiorente. Un tempo, Stromboli era infatti un importante centro agricolo: il terreno vulcanico, incredibilmente fertile, permetteva la coltivazione di fichi d’India, capperi, erbe aromatiche, ulivi e viti.
La prima sosta è al faro di “Strombolicchio” dove tutto è nato. È circondato da acque cristalline che sprofondano nel blu e le cui pareti, con un pizzico di fantasia, assumono forme bizzarre. Proseguendo nel giro intorno all’isola, raggiungiamo il pittoresco borgo di Ginostra, incastonato sulle ripide pendici del vulcano. L’unico accesso è uno stretto passaggio tra due enormi scogli, un varco naturale che i locali chiamano affettuosamente “il porto più piccolo del mondo”. Prima di scendere dalla barca Luca mi suggerisce di fermarmi nel primo negozio di alimentari che incontro e di chiedere del titolare Gianluca perché è sicuro che mi farà piacere conoscerlo…e non sbagliava! Una volta a terra e dopo una ripida salita, siamo nel centro del piccolo borgo. Irraggiungibile se non via mare o percorrendo un lungo e difficile sentiero che porta a Stromboli, abitata da solo 40 persone, senza macchine, la notte senza luce elettrica, Ginostra è un luogo incantevole, perfetto per immergersi nella natura incontaminata e ritrovare le energie dopo lo stress della vita in città. Le case, rigorosamente bianche, costruite con porticati o terrazze sorrette dai caratteristici pilastri cilindrici o quadrangolari, intonacati di bianco, si affacciano sui piccoli viottoli che si inerpicano tra le vie del borgo, avvolte da bouganville di diverse tonalità dai colori meravigliosi. Raggiungo il piccolo negozio di alimentari. Curiosando all’interno fra i prodotti tipici e caratteristici come i capperi, le olive, la famosa malvasia di Ginostra, su uno scaffale noto una serie di libri. Sono i libri scritti dal titolare del negozio, Gianluca Giuffrè, che magistralmente raccontano la storia, le tradizioni dell’isola di Ginostra, dei “miti e leggende sotto il vulcano” taluni ancora vivi nella memoria degli abitanti. È un incontro straordinario. Entrambi amiamo scrivere e raccontare esperienze di vita: io principalmente quelle vissute in Africa, lui qui a Ginostra. Ci accomuna un filo conduttore profondo: la passione per la natura, la cultura e le tradizioni. Quando il sole sta tramontando, sorseggiando una birra sul suo terrazzo da cui si ammira l’immensità del mare, mi immergo nella lettura di uno dei suoi libri…” I fantasmi di Ginostra”. 7 Ripreso il mare ormai a buio, ci fermiamo davanti alla sciara del fuoco. Le intermittenti esplosioni di “Iddu”, che sembrano fuochi d’artificio, catturano la nostra attenzione distratta dall’incredibile cielo notturno illuminato da milioni di stelle. Sopra di noi il Grande Carro dell’Orsa Maggiore. Come colonna sonora lo sciabordio delle onde del mare sullo scafo e i boati del vulcano.
La salita verso il cratere del vulcano inizia alle 16. A mano a mano che si sale il cielo, lentamente, vira dall’oro all’arancio e poi al rosso scuro. Mi tornano alla mente le precedenti escursioni che feci negli anni con la mitica guida Salvatore quando ancora si poteva arrivare non lontano dalle bocche eruttive. Ogni volta era una nuova emozione. L’aria è fresca, ma la fatica della salita si fa già sentire nelle gambe. Il sentiero, accidentato e ripido si snoda tra lunghi canneti prima e poi fra rocce nere di lava solidificata, e ogni passo sembra una lotta contro la gravità. Il panorama che si apre man mano che sali è spettacolare. Il colore del mare, sempre più intenso, contrasta con quello delle nere sabbie e dei lapilli della sciara del fuoco. Ma non è la bellezza a dominare il momento, quanto piuttosto la fatica del corpo per la salita, il peso dell’acqua, della macchina fotografica, del cavalletto. Ogni tanto mi fermo per prendere fiato e ho la crescente sensazione di solitudine in un paesaggio che sembra quasi alieno. Il terreno sotto di me adesso è sabbioso. Il vento si fa sempre più intenso, e le gambe protestano, ma ormai siamo vicini e Orazio ci incalza a proseguire. Quando il sole sta per tramontare, raggiungiamo finalmente i 400 metri, la quota massima autorizzata dopo le forti eruzioni degli ultimi anni, dove si apre una una terrazza naturale, la “terrazza craterica”, proprio sopra la sciara. L’isola sotto di me è avvolta in una penombra che sembra sospesa nel tempo. Il rumore delle onde che si infrangono contro le scogliere è ovattato, quasi irreale, mentre il cielo fa intravvedere le prime stelle. Poi, un boato, un bagliore rosso, una prima eruzione. La luce della lava illumina brevemente il paesaggio, e il cuore accelera. La montagna sembra viva, come se respirasse. E lo Stromboli continua a dare spettacolo, giorno e notte, con un’attività vulcanica continua che dura da più di mille anni. La vista è qualcosa di indescrivibile. Le eruzioni, sempre più frequenti, lanciano lapilli infuocati verso il cielo, che si riflettono sulle acque sottostanti. Il rumore delle esplosioni è assordante. Osservandole percepisco una potenza oltre ogni immaginazione, che ha il potere di distruggere e creare in un batter d’occhio. I boati si susseguono, colonne di fumo si innalzano, poi la lava — scagliata in alto — illumina ancora una volta il cielo buio. Sono le stesse visioni che, molti anni fa, in un altro continente, accesero in me la passione per i vulcani.
Non verrei più via! Il vento persiste e comincia a fare freddo. Mi cambio al volo la maglietta completamente inzuppata di sudore. La salita è stata intensa, abbiamo bevuto molta acqua, poi il sole, l’umidità e la fatica hanno fatto il resto…. Ora è buio pesto, qualche lapillo incandescente rotola lentamente sulla sciara verso il mare dove si intravedono alcune piccole luci in movimento: sono le barche dei turisti, ferme al largo, venuti ad ammirare le esplosioni del vulcano. Il silenzio è irreale, rotto solo dal vento e dagli sbuffi profondi del cratere. Orazio, la nostra guida, ci invita a iniziare la discesa. È tardi, siamo in cima da parecchio, ci vorranno almeno due ore per scendere e in paese ci aspettano gli amici, pronti a condividere una pizza e i racconti di questa giornata incredibile. Ma prima di scendere, Orazio – che non finisce mai di sorprenderci – estrae dallo zaino un piccolo “premio”: “ecco per voi… un uovo sodo con un po’ di sale.”
Un solo uovo. Ma in quel momento di fame e stanchezza, ci sembra la cosa più buona del mondo. Ridiamo, lo dividiamo, lo gustiamo come fosse un dono prezioso. E lo è. La notte è limpida e silenziosa, il cielo terso. Camminiamo in fila indiana lungo il sentiero, illuminati solo dalle nostre lampade frontali. L’aria è fresca, pungente per il vento che non accenna a diminuire.
Orazio, come spesso accade in queste nostre escursioni, ha iniziato a canticchiare una vecchia canzone di montagna. La sua inconfondibile voce risuona nel silenzio, accompagnata dal rumore dei nostri passi sul terreno.
“Quando ti prende la malinconia,
pensa che c’è qualcuno accanto a te.
Vivere non è sempre poesia,
quante domande senza un perché.
Ma l’amicizia, sai, è una ricchezza,
è un tesoro che non finirà.
Metti da parte questa tua tristezza,
canta con noi, la tristezza passerà.
Amici miei, sempre pronti a dar la mano
da vicino e da lontano,
questi son gli amici miei.”
Nessuno parla, ma penso che con un pizzico di emozione stiamo riflettendo su quelle parole profondamente vere. Durante una delle brevi soste, per bere, ho alzato lo sguardo verso il cielo: sopra di noi, un’infinità di stelle brillano nitide e mi ricordano i cieli africani.
La Via Lattea, le costellazioni… tutto appare incredibilmente chiaro, senza alcuna luce artificiale a disturbarne la vista. Dopo un paio d’ore siamo di nuovo in paese. Le stradine sono poco illuminate, le case silenziose, il tempo sembra essersi fermato. Poi, da lontano, ecco le voci: siamo nei pressi della pizzeria. Gli amici ci aspettano! Domani si riparte verso nuove mete della magica Sicilia, ma lasciamo Stromboli con un po’ di nostalgia. I “nostri” vulcani ci hanno regalato anche stavolta qualcosa che non si può comprare: un’esperienza autentica, viva, indimenticabile.
Un viaggio fra i vulcani della Sicilia? Ve lo consiglio, è qualcosa di straordinario!
1 Virgilio: “Eneide” Libro VIII
2 Lazzaro Spallanzani (Presbitero e biologo 1729-1799) “Viaggi alle Due Sicilie e in alcune parte dell’Appennino”, 1792
3 Per saperne di più: https://www.luigibernabobrea.it/file/Villaggio%20preistorico%20di%20S.Vincenzo%201981%20gica_46-47_Dicembre_02.pdf
4 All’epoca fu famoso il contrasto tra Bergman, Magnani e Rossellini: una rivalità sentimentale e artistica che sfociò nella cosiddetta “guerra dei vulcani”, con la realizzazione contemporanea di due film: Stromboli e (R. Rossellini-I.Bergman) e Vulcano (W. Dieterle-A.Magnani)
5 Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Isole_Eolie
6 Gite in barca Stromboli con Luca Taranto e Barbarella https://www.tripadvisor.it/Attraction_Review-g194927-d15277945-Reviews Gita_in_Barca_Stromboli_Boat_Excursion_Con_Luca_Taranto_E_Barbarella-Stromboli_A.html
7 Per chi fosse interessato: www.bazarginostra.com
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