Il cardinale Jean-Marc Aveline rilancia una riflessione teologica radicata nella vita dei popoli mediterranei, fondata sul dialogo interreligioso e sull’impegno delle nuove generazioni per un futuro di fraternità e dignità
ROMA- «Non una teologia del Mediterraneo, ma una teologia dal Mediterraneo». Con queste parole, il cardinale Jean-Marc Aveline, arcivescovo di Marsiglia, riassume il cuore di una riflessione teologica che prende forma a partire dai popoli che abitano le sponde di questo mare antico e turbolento, culla di civiltà e oggi anche luogo di tensioni, migrazioni e ricerca di senso.
Intervistato in occasione di un incontro dedicato al dialogo interreligioso nel Mediterraneo, in occasione della conferenza internazionale della Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice di maggio scorso, Aveline ha sottolineato come questa teologia nasca dalla vita concreta delle persone, dalle sfide comuni che i popoli mediterranei condividono, e dalle risorse umane che ancora oggi possono essere attivate.
«Siamo solo agli inizi di questo cammino – spiega – ma c’è un grande interesse. Il percorso è cominciato a Napoli, poi ha toccato Marsiglia, e continua a svilupparsi in altre città della regione. Il Mediterraneo ci insegna che la condizione di minoranza non è un ostacolo alla cattolicità della Chiesa. Al contrario, ci aiuta a riscoprire la nostra identità in mezzo alla pluralità».
Uno dei pilastri di questa visione è il dialogo interreligioso. Non come concetto astratto, ma come esperienza concreta: «Non è una teoria. È una realtà vissuta, che deve alimentare la comprensione della fede cristiana. La teologia deve avere il coraggio di lasciarsi interpellare dalla vita reale, dalle relazioni, dalle esperienze di incontro tra credenti di fedi diverse».
In un Mediterraneo spesso segnato da instabilità, guerre e crisi migratorie, la speranza diventa una risorsa essenziale. Per questo, spiega Aveline, è fondamentale coinvolgere le nuove generazioni. «A Marsiglia abbiamo scelto di rivolgerci in particolare ai giovani. Vogliamo che facciano l’esperienza di un’amicizia possibile, nonostante tutte le differenze, e che diventino insieme costruttori di un futuro di pace, mobilità e dignità».
Il cardinale non ha dubbi: la teologia deve mettersi al servizio di questa speranza. Deve impegnarsi a fianco delle nuove generazioni, lavorare con loro e per loro, per rafforzare il tessuto sociale e spirituale dei popoli del Mediterraneo.
«È un messaggio per tutti i popoli che abitano questo mare – conclude – ma anche un messaggio che il Mediterraneo può offrire al mondo intero. Un messaggio di fraternità, di speranza e di futuro condiviso».
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