Le Pianure del Serengeti
Il nostro scopo… lo abbiamo raggiunto! Siamo riusciti a vedere e vivere lo straordinario evento “La Grande Migrazione”! Abbiamo certamente avuto fortuna ma anche il meticoloso studio del viaggio, del periodo scelto, l’esperienza delle eccellenti guide e … la pazienza hanno avuto un ruolo non da poco. Riprendiamo il viaggio in questa terra meravigliosa verso sud. Le guide hanno preparato un itinerario particolare in modo che spostandoci avremo comunque modo di continuare il nostro safari
Pianure senza fine. Poi ecco i famosi” Simba Kopjes”, delle piccole colline formate da grandi massi di granito in mezzo ai quali si innalzano bellissimi sicomori ed euforbie. È uno dei luoghi più amati dai leoni. E infatti avvistiamo quasi subito due femmine comodamente sdraiate intente a farsi le fusa su un grande masso levigato dall’acqua e dal vento … Le leonesse sono simbolo di forza intelligenza audacia coraggio…in genere solo loro a cacciare mentre i maschi si occupano della difesa del territorio Allattano i loro piccoli fino a 3 anni di età creando una preziosa sinergia con altre femmine, adoperando una incredibile strategia per proteggere la prole. Sento gracchiare la radio: da uno dei nostri fuoristrada ci dicono di raggiungerli perché sembra che ci sia un’azione di caccia.
Corriamo sul luogo giusto in tempo per vedere una grande nuvola di polvere sono forse antilopi al galoppo? Quando siamo più vicini la guida grida “bufali, bufali, dei leoni stanno cacciano dei bufali!”. Sono davvero tanti. D’un tratto si fermano e ci osservano da vicino … La guida osserva con il binocolo ed esclama: “Ecco, sotto quella acacia grande, dei leoni laggiù hanno catturato qualcosa” … Andiamo sul posto e da pochi metri assistiamo al lauto pasto di un branco di leoni che hanno da poco abbattuto un grosso bufalo.
Leoni e leonesse leccano la pelle del bufalo pregustando il boccone per poi staccare grossi pezzi di carne che mangiano avidamente. Ma intorno ci sono anche diversi cuccioli da latte che imitano in modo buffo i genitori cercando di mordere la pelle, di arrampicarsi sul bufalo per poi scivolare. È l‘istinto che si fa spazio. Finito il pranzo leoni e leonesse si sdraiano al sole esausti. La carcassa verrà aggredita da iene e sciacalli nella notte e domani sarà la volta degli avvoltoi. Quanto ai leoni potranno tranquillamente fare a meno di mangiare per una settimana prima di riprendere a cacciare. Manca infatti nel regno animale la smania dell’ancora di più, ancora di più, che purtroppo è permeato in gran parte del genere umano.
Lasciamo i leoni alla loro meritata siesta e siamo di nuovo nella pianura senza fine.
Ci sono animali ovunque che corrono al nostro passaggio. Qualche ora dopo siamo in una zona dove, non lontano dalla strada, ci sono alcuni villaggi del popolo Masai. Decidiamo di visitarne uno. I Masai (Maasai) sono uno dei popoli più conosciuti dell’Africa Orientale indicati come “nilotici meridionali”. Questa popolazione offre ancora il quadro di una cultura ricca di elementi originali e di un’economia prettamente pastorale anche se hanno tradizione di grandi guerrieri. Il bestiame dei Masai pastori è principalmente costituito dai bovini gibbosi, gli zebù, da pecore, capre e asini. L’allevamento di questi animali fornisce gli alimenti base della dieta dei giovani guerrieri. Essi infatti si cibano quasi esclusivamente di latte, carne e sangue bovino. Quest’ultimo viene estratto dai bovini tramite salassi procurati con una freccia e bevuto caldo da solo o mescolato a latte. La carne bovina generalmente viene riservata per feste rituali. Tutti consumano molto miele. Il tabacco è proibito ai guerrieri mentre è concesso alle donne e agli anziani.
L’abbigliamento prevede oggi un mantello rosso per gli uomini e blu per le donne ma in passato questi indumenti erano principalmente di pelle. Entrambi portano pesanti orecchini di ferro che deformano i lobi, monili per ornare il capo, bracciali, cavigliere e le donne l’inconfondibile “girocollo” a forma di piatto ornato da perline colorate.
I Masai ancora oggi cercano di mantenere tradizioni, costumi e abitudini apparendo molto conservatori e gelosi nei confronti delle loro strutture socio-culturali.
Ci fermiamo davanti al villaggio e un gruppo di persone in abiti tradizionali ci viene incontro. Parliamo con il capo villaggio che è ben felice di farci visitare il villaggio ma prima inscenano una danza tutti insieme. Cantano e camminano in fila indiana girando in tondo. Poi le donne si fermano battendo le mani e facendo oscillare sul collo i loro vistosi e coloratissimi collari, mentre gli uomini spostandosi alternativamente al centro saltano, a turno, cercando di spingersi sempre di più verso l’alto.
Ci coinvolgono nei loro balli ma sono certo che appariamo buffi e goffi. Finito il rituale ci invitano ad entrare nel villaggio.
Un alto recinto di siepi irto di spine protegge il villaggio da intrusioni di animali predatori. Entriamo dall’unica via di accesso. Le capanne, ben allineate chiamate inganghi o magnata sono costruite con rami e frasche interamente ricoperti d’argilla e di sterco di bue, similarmente alle capanne dei pastori di altre aree dell’Africa Orientale. Hanno una forma rettangolare ed è possibile accedervi soltanto chinati attraverso una parte sporgente, a gomito, dove è praticata la porta.
Il capo villaggio ci invita ad entrare nella sua capanna. Oltrepassata la porta ci troviamo in un unico locale ai cui lati sono stati ricavati dei giacigli in fango alti da terra una trentina di centimetri, sui quali sono riposte delle coperte e delle pelli.
La parte centrale è destinata alla cucina e al fuoco quasi sempre acceso il cui fumo fuoriesce da una rudimentale minuscola apertura che permette all’aria di circolare. L’odore di fumo è molto forte. Ovunque sono riposte stoviglie, ciotole in terracotta e legno, noto anche un otre in terra cotta al cui interno c’è una scorta di grano
Tornati all’aperto delle donne ci vengono incontro proponendoci di comprare oggetti di artigianato e monili fatti da loro. Sono molto ben fatti e certamente saranno un bel ricordo una volta tornati a casa.
Soffia un forte vento. Vedere alcuni masai che avvolti dai loro coloratissimi mantelli si muovono confondendosi nella polvere è per me suggestivo. Tutt’intorno il nulla, solo spazi senza fine.
Ripreso il viaggio dopo qualche ora raggiungiamo il nostro campo tendato.
Una doccia calda è particolarmente apprezzata nel contesto in cui siamo. Poi, come ogni sera, ci sediamo intorno al falò per condividere le esperienze vissute in giornata e contemplare il meraviglioso cielo terso costellato di stelle lucenti.
Sdraiato in tenda il silenzio è profondo, ma poco prima di addormentarmi avverto anche stanotte, nitido, in lontananza un ruggito.
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