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VIDEO | Ottant’anni dopo il voto alle donne, Meloni rivendica libertà e merito

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Non è stato soltanto un intervento celebrativo. Nel suo discorso per gli ottant’anni del voto alle donne in Italia, Giorgia Meloni ha costruito qualcosa di più simile a un manifesto politico e culturale, intrecciando memoria storica, rivendicazione personale e una precisa visione della parità femminile destinata a segnare il dibattito pubblico nei prossimi mesi.

ITALIA. L’occasione era istituzionale — la commemorazione del suffragio universale femminile, introdotto con le elezioni amministrative del 10 marzo 1946 — ma il tono scelto dalla presidente del Consiglio è stato quello di un racconto identitario: la democrazia italiana, ha sostenuto, nasce “nel segno delle donne”, e il percorso iniziato allora non può dirsi concluso nemmeno oggi.

Meloni ha ricostruito il passaggio storico che portò milioni di italiane alle urne per la prima volta, citando le parole della giornalista Anna Garofalo, che descrisse le schede elettorali come “biglietti d’amore”. Un’immagine evocativa che la premier ha utilizzato per sottolineare quanto quel momento abbia trasformato non solo le istituzioni ma la percezione stessa della cittadinanza femminile.

Il riferimento non è casuale: la presidente del Consiglio ha legato esplicitamente quella conquista alla propria esperienza personale, ricordando come il suo incarico — prima donna a guidare il governo italiano — sia il risultato di un cammino iniziato molto prima della sua generazione. Un passaggio che ha suscitato l’applauso della platea e che conferma come Meloni continui a costruire parte della propria legittimazione politica anche attraverso la dimensione simbolica del primato femminile.

Ma il cuore politico del discorso è arrivato quando la premier ha affrontato il tema più divisivo: cosa significhi oggi parità.

Meloni ha respinto l’idea che le donne debbano “imitare gli uomini” per affermarsi, sostenendo invece l’esistenza di una “visione femminile della politica”, fatta — nelle sue parole — di concretezza, rapidità decisionale e minore disponibilità al compromesso. Allo stesso tempo ha criticato apertamente quello che ha definito un nuovo conformismo ideologico, secondo cui una donna sarebbe tale solo se aderisse a determinate posizioni culturali o politiche.

È un passaggio che va letto anche come risposta indiretta alle critiche ricevute negli anni da una parte del femminismo italiano, che ha spesso contestato alla leader di Fratelli d’Italia di non rappresentare una visione progressista delle politiche di genere. Meloni ha ribaltato l’argomento: la libertà conquistata dalle donne, ha detto, consiste proprio nel poter pensare diversamente senza essere delegittimate.

Sul piano delle politiche pubbliche, la Presidente del Consiglio ha rivendicato i provvedimenti adottati dal governo: ampliamento dei congedi parentali, incentivi per le madri lavoratrici, sostegno agli asili nido e — dato più volte sottolineato — il record storico dell’occupazione femminile. Numeri utilizzati come prova di una strategia fondata non sulle quote ma sull’accesso equo alle opportunità.

Ed è proprio qui che emerge la linea più netta del discorso: Meloni ha ribadito la sua contrarietà ai meccanismi di rappresentanza obbligatoria, sostenendo che il compito dello Stato non sia decidere quante donne debbano occupare determinate posizioni, ma garantire che “la partita non sia truccata”. Una distinzione che riflette la visione meritocratica rivendicata dall’esecutivo e che continua a dividere il confronto politico italiano.

Accanto ai temi economici e sociali, la premier ha dedicato spazio alla violenza contro le donne, definendola una “sfida di civiltà” su cui ha riconosciuto esplicitamente il contributo delle opposizioni parlamentari. Un passaggio insolito per il clima politico attuale, che segnala come il governo tenti di costruire almeno su questo terreno un consenso trasversale.

Il momento più significativo, però, è arrivato nel finale, quando Meloni ha collegato la celebrazione italiana alla crisi internazionale in corso, citando le donne iraniane che “sfidano carcere e tortura per rivendicare la libertà”. Un riferimento che ha spostato il discorso dalla dimensione nazionale a quella globale, trasformando l’anniversario storico in un richiamo alla fragilità delle conquiste democratiche.

Il messaggio conclusivo — accompagnato dalla citazione di Virginia Woolf “non c’è cancello, nessuna serratura, nessun bullone che potete regolare sulla libertà della mia mente” — è apparso come una sintesi del suo impianto politico: meno protezione istituzionale e più emancipazione individuale, meno quote e più competizione, meno definizioni ideologiche e più identità personale.

Ottant’anni dopo il primo voto femminile, il discorso della premier mostra come la questione della parità resti tutt’altro che risolta — non tanto nei diritti formali, quanto nel modo in cui una società decide di interpretarli. E se nel 1946 la battaglia era entrare nella democrazia, oggi la contesa sembra riguardare chi ne definisce il significato.

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