Gino Gerosa è assessore alla Sanità e alla Programmazione Sanitaria della Regione Veneto. È stato Professore Ordinario e Direttore di Cardiochirurgia presso l’Università Ospedaliera di Padova. Autore di oltre 600 pubblicazioni scientifiche, ha eseguito interventi pionieristici come il primo impianto italiano di un cuore artificiale totale e innovativi trapianti cardiaci, inclusi il trapianto totalmente a cuore battente e il trapianto da donatore a cuore fermo. Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, Medaglia d’Oro al Merito della Sanità Pubblica e cittadino onorario di Padova, è tra i massimi esponenti della cardiochirurgia italiana e internazionale.
Dal bisturi alla politica sanitaria
Assessore, dopo una brillante carriera in sala operatoria ha scelto di mettere da parte il bisturi per guidare la sanità veneta. Qual è stata la motivazione più forte di questa scelta?
La motivazione principale risiede nella possibilità di dare corpo e concretezza a una serie di progettualità che prima rivolgevo strettamente all’ambito cardiochirurgico, mentre adesso posso rivolgerle a un ambito più ampio, quello della sanità pubblica: è una grande opportunità.
Il Veneto viene spesso indicato come uno dei sistemi sanitari più efficienti d’Italia, il cosiddetto “modello Veneto”. Quale modello sta cercando di costruire e quali innovazioni potrebbero essere replicate a livello nazionale?
Il Veneto è un sistema sanitario di riferimento a livello nazionale, questo non vuol dire che non si possa fare meglio — anzi, dobbiamo fare meglio. Chiaramente, quando l’asticella è già abbastanza alta diventa difficile alzarla ulteriormente, non fosse altro per l’ “effetto tetto”. Dobbiamo pensare che la piramide demografica si è completamente invertita negli ultimi 20 anni, con un calo della natalità, ma soprattutto con l’invecchiamento della popolazione. Teniamo conto che il Veneto ha un indice di vecchiaia tra i più alti d’Italia, è una delle regioni più vecchie insieme a Liguria e Sardegna. Siamo una regione in cui gli anziani sono predominanti e nei prossimi 15 anni gli ultraottantenni aumenteranno ulteriormente, di quasi il 40%. La mia volontà è di fare del Veneto il laboratorio internazionale per l’invecchiamento in buona salute.
Cosa vuol dire questo, in concreto?
L’attesa di vita in Veneto è di 84,3 anni, a differenza della media nazionale italiana che è di 83,4. La media nazionale della vita in buona salute è intorno ai 58 anni, la nostra è di 60 anni. Quindi abbiamo un anno di attesa di vita in più e due anni di vita in buona salute in più rispetto alla media nazionale: questo fotografa il fatto che il Sistema Sanitario Veneto è naturalmente un sistema di eccellenza, di riferimento. C’è ancora comunque una forbice di quasi 25 anni tra vita in buona salute e attesa di vita. Allora, facendo del Veneto il laboratorio internazionale per l’invecchiamento in buona salute, vorremmo chiudere questa forbice — o quantomeno ridurla, perché chiuderla del tutto è quasi impossibile — e quindi poter avere più anni in buona salute, perché come diceva Rita Levi-Montalcini, noi “Non vogliamo aggiungere anni alla vita, ma vogliamo aggiungere qualità di vita agli anni”.
La sfida dell’invecchiamento
A proposito della piramide demografica, quindi, come abbiamo detto: meno giovani, più anziani. Come si “ingegnerizza”, per usare una sua espressione, un sistema sanitario che riesca comunque a garantire qualità e universalità delle cure?
Ottima puntualizzazione, questa, perché l’OCSE ci dice che un sistema sanitario universalistico come il nostro non è sostenibile con la sola fiscalità. Allora, se vogliamo mantenere un sistema sanitario pubblico, equo e solidale come il nostro, dobbiamo necessariamente reingegnerizzare il sistema. In questo caso il DM77 – 2022 ci viene in aiuto, perché ci permette di passare da una realtà sanitaria ospedale-centrica a una realtà sanitaria territorio-centrica: ci spostiamo da una sanità che lavorava per silos (modello in cui le diverse aree, funzioni o reparti lavorano come “compartimenti separati”, con poca comunicazione e collaborazione tra loro) a una sanità che invece lavora in maniera orizzontale.
Essendo una società con molti anziani, i quali per definizione sono fragili e presentano malattie croniche con più patologie associate, dobbiamo evitare le acuzie. Passiamo quindi da una medicina reattiva, che interviene quando ci si ammala, a una medicina di previsione: dobbiamo anticipare le riacutizzazioni, perché la riacutizzazione porta naturalmente all’ospedalizzazione mentre è nell’interesse dei pazienti rimanere a domicilio nei territori, perché questo garantisce un migliore outcome.
Dobbiamo quindi sviluppare un sistema sanitario territoriale dove le Case di Comunità e gli Ospedali di comunità diventino sostanziali per garantire il livello di salute di una popolazione estremamente fragile.
Medicina territoriale
Abbiamo già diverse Case di Comunità attive sul territorio, da Codognè a Conegliano, da Farra di Soligo a Vittorio Veneto, che garantiscono un accesso unico, un’équipe multiprofessionale, cure primarie ma anche specialistiche e di prevenzione. Questo, quindi, può davvero aiutare una maggiore cura di prossimità? Qual è la vera innovazione in questo passaggio?
Sono tre i momenti di innovazione. Le Case di Comunità, intanto precisiamo, sono un processo dinamico: sono state aperte, ma poi ogni Casa di Comunità dovrà sostanzialmente mappare il territorio e vedere quali sono le esigenze in termini di bisogno di salute dei cittadini di quel territorio.
Ad esempio, se in un’area prevalgono pazienti diabetici, ci sarà una presenza specialistica focalizzata sull’endocrinologia; dove prevale la broncopneumopatia, si darà maggior risalto alla presenza del pneumologo. È una sanità sartoriale ritagliata su misura sui bisogni di salute del territorio.
L’altra grande aspettativa che abbiamo dalle Case di Comunità è ridurre gli accessi al pronto soccorso: attualmente il 40% degli accessi al pronto soccorso sono codici bianchi, e quindi noi vorremmo intercettare nelle Case di Comunità quel bisogno per evitare chiaramente l’affollamento del pronto soccorso.
Un altro passaggio fondamentale è riuscire a mettere in rete i medici che lavorano all’interno delle Case di Comunità, perché fino ad oggi il medico di medicina generale era sostanzialmente solo nel proprio ambulatorio, quindi non c’era il confronto con altri professionisti; in questo caso, naturalmente, all’interno della Casa di Comunità può confrontarsi con altri medici di medicina generale, ma soprattutto confrontarsi con gli specialisti, e questo amplifica le conoscenze del medico stesso e la possibilità, nel confronto, di trovare soluzioni multidisciplinari, quindi con diverse professionalità che prendono — non in carico, ma in cura — il paziente.
In aggiunta, nella Casa di Comunità c’è il PUA – Punto Unico di Accesso, con la possibilità di utilizzare anche le cure domiciliari infermieristiche e quant’altro, proprio per rispondere al bisogno di salute dei cittadini, lasciandoli al proprio domicilio.
Quindi questo risolve il problema del pronto soccorso in merito ai codici bianchi, per la parte riguardante il livello organizzativo… ma vi è anche una problematica di livello culturale? Quella di recarsi al pronto soccorso anche per situazioni che non sono di reale emergenza.
È anche un problema culturale, perché nelle Case di Comunità abbiamo previsto di istituire delle stanze per il “cittadino consapevole”.
Vogliamo creare all’interno di ogni Casa di Comunità la stanza del cittadino consapevole, utilizzando la realtà immersiva, i visori per fare informazione e formazione ai cittadini: ad esempio sugli stili di vita, sulla riduzione dei fattori di rischio, per incentivare le risposte agli screening oncologici — carcinoma mammario, piuttosto che carcinoma del colon-retto, dell’utero, della prostata. E poi, ad esempio, per gli adolescenti, la conoscenza delle malattie a trasmissione sessuale: in questo momento abbiamo un incremento dell’infezione da HIV perché non ne parla più nessuno, e i ragazzi, se non vengono informati, naturalmente non prendono le loro precauzioni. Quindi la casa del cittadino consapevole serve per fare informazione e dunque formazione.
Il confronto internazionale
Guardando ai migliori sistemi sanitari al mondo, qual è il modello che considera più vicino alla direzione che dovrebbe prendere il Veneto? Ad esempio, Singapore per l’efficienza, il Giappone per la prevenzione, la Danimarca per la digitalizzazione, o i Paesi Bassi per la medicina territoriale?
Naturalmente la risposta corretta sarebbe realizzare tutte queste specificità. Ad esempio l’Olanda per la medicina territoriale: in Olanda i Pronto Soccorso sono sostanzialmente deserti, perché è il medico di medicina generale che invia il paziente in Pronto Soccorso, non come in Italia, dove il paziente va direttamente al Pronto Soccorso proprio perché non trova una risposta di altro tipo, quella che invece dovrebbe trovare nella Casa di Comunità. Corea e Giappone condividono con l’Italia un importante invecchiamento della popolazione, avendo anch’esse un indice di vecchiaia molto alto. La Corea ha già sviluppato, a partire dagli anni ’60-’70, il KAIST, il Korean Advanced Institute of Science and Technology, dove ha cercato di mettere a punto soluzioni tecnologiche — ad esempio utilizzando la robotica — per rispondere alla carenza di personale sanitario infermieristico che avevano previsto e che, soprattutto per quanto riguarda la quota infermieristica, diventa fondamentale per salvaguardare i soggetti anziani. Ma noi non dobbiamo dimenticare che abbiamo molto forte la componente umanistica, e quindi dobbiamo riuscire a coniugare tecnologia e umanizzazione delle cure, perché l’essere umano deve essere al centro del percorso di cura, come ci ricorda Papa Leone XIV nell’ultima enciclica “Magnifica Humanitas”.
Il Giappone investe moltissimo nella prevenzione, con check-up periodici e screening diffusi. Crede che anche in Veneto sia arrivato il momento di passare definitivamente da una medicina che cura a una medicina che previene?
Esattamente. Dicevamo prima che la sola fiscalità non è in grado di sostenere un sistema sanitario universalistico e dobbiamo dunque reingegnerizzarlo: dobbiamo investire assolutamente sulla prevenzione, perché diventa fondamentale. Se prima la prevenzione era considerata un lusso, oggi dobbiamo considerarla un must, un dovere perché la capacità di prevenire le malattie ci permette di ridurre in maniera drastica e significativa il costo delle cure delle malattie su un sistema sanitario universalistico quale è il nostro.
Prevenzione
La prevenzione produce risultati nel lungo periodo, mentre la politica è spesso legata al consenso immediato. Come si può superare questa contraddizione? Come far percepire ai cittadini che c’è una visione di lungo periodo?
Questa è la differenza che sottolinea De Gasperi, riprendendo un concetto elaborato dal teologo ebreo-americano James Freeman Clarke nel XIX secolo: “un politico guarda alle prossime elezioni, mentre uno statista guarda alla prossima generazione. ” Quindi dobbiamo muoverci nell’ambito dello statista, riuscire a fare informazione, perché — come ho già avuto occasione di dire a vostri colleghi — la sanità non è un monolite: la sanità si divide tra sanità prodotta, sanità percepita e sanità raccontata.
Come funziona questa divisione?
La sanità prodotta è quella di cui abbiamo parlato prima: un’attesa di vita superiore di un anno alla media nazionale, due anni in più di vita in buona salute rispetto alla media nazionale. Chiaramente questi risultati non sono casuali, ma sono il frutto di un sistema sanitario che produce salute. Nello stesso tempo, abbiamo una sanità percepita, che è quella del cittadino che guarda le liste d’attesa e dice: “Caspita, devo aspettare”, oppure “devo chiamare il CUP e il CUP non mi risponde” — questa è la sanità percepita che solitamente crea disvalore.
Quindi tu puoi avere una sanità prodotta di livello eccellente, ma poi ti scontri con una sanità percepita in cui viene vanificata la percezione del risultato di salute che avevi fornito. E poi c’è la sanità raccontata, quella raccontata dai media — voi mi insegnate che le cattive notizie sono molto più appetibili delle buone, il male attira molto più del bene dal punto di vista mediatico.
Bisogna riuscire a far sì che la sanità raccontata e la sanità percepita siano pari alla sanità prodotta, e allora il cittadino riesce a comprendere che il risultato non è immediato, ma è un risultato che si raccoglie nel tempo.
Per quanto riguarda, ad esempio, la sanità percepita rispetto alle liste d’attesa, stiamo predisponendo delle soluzioni che permettano, utilizzando algoritmi specifici, al cittadino di uscire dall’ambulatorio del proprio medico di medicina generale senza doversi rivolgere al CUP, ma venga contattato direttamente dal CUP stesso con l’assegnazione della data visita o dell’esame strumentale. Ricordiamoci che non vogliamo fornire prestazioni ma salute, perché per la legge di Roemer della domanda indotta, se ho bisogno di 30.000 prestazioni e ne fornisco 32.000, subito dopo ne servirebbero 40.000. Ma noi non vogliamo fornire prestazioni, vogliamo fornire salute: è un passaggio sottile, non sembra così, ma è importante.
L’altro obiettivo, sui cronici, è fare quello che già accade con le patologie oncologiche: che il cronico venga preso in cura dal sistema sanitario regionale lungo tutto il suo percorso, per cui le visite di controllo e gli esami successivi non deve prenotarseli da solo, ma sarà il sistema a contattarlo e a dirgli: ecco la data della tua visita di controllo e gli esami necessari.
Intelligenza artificiale
È un’ottima cosa: quindi ci sarà un supporto anche dagli algoritmi, quindi dalla tecnologia?
Certo, l’intelligenza artificiale — che io però chiamerei “intelligenza artificiosa”, perché artificioso dà il senso della mancanza di consapevolezza dell’intelligenza artificiale rispetto all’intelligenza umana, che è la nostra intelligenza creativa, mentre quella è un’intelligenza generativa.
Quindi il fattore umano resta importantissimo. Penso al trapianto da donatore a cuore fermo: se avessimo chiesto all’intelligenza artificiale se fosse possibile fare in Italia un trapianto da donatore a cuore fermo con 20 minuti di arresto cardiaco per constatarne il decesso, essendo generativa avrebbe fatto una scansione di tutta la letteratura prodotta e avrebbe risposto “no, non è possibile”. Il fattore umano, invece, ha detto “sì, si può fare” — e infatti si è potuto fare. Ecco perché il fattore umano resta decisivo, anche se sicuramente l’intelligenza artificiale, per quanto riguarda la creazione di algoritmi e non solo, è fondamentale.
L’intelligenza artificiale promette anche analisi predittive, quindi capaci di individuare precocemente i pazienti a rischio.
Esatto, quindi di individuare precocemente possibili malattie. Con l’intelligenza artificiale c’è la possibilità di predire eventi avversi, e questo si applica anche ad altri ambiti, proprio per la capacità predittiva — perché l’intelligenza artificiale riesce a prendere in visione milioni di dati, cosa che l’intelligenza umana non riesce a fare, e quindi riesce a categorizzare tutta una serie di informazioni.
Ma quanto viene già usata, ad esempio, l’intelligenza artificiale?
Nella risposta, ad esempio, agli esami di imaging radiologico, piuttosto che in anatomia patologica.
E il Veneto, in particolare, quali di queste applicazioni ha già implementato?
In anatomia patologica viene già utilizzata l’intelligenza artificiale. Ce ne sono altre che potrebbero essere promettenti, che potrebbero migliorare gli algoritmi a cui facevo riferimento per migliorare la prenotazione delle cure e degli esami, o per la presa in cura dei pazienti. Sicuramente ci sono diverse novità in arrivo.
Risorse economiche
A livello di bilancio dello Stato, la sanità è la seconda voce di spesa dopo le pensioni e la previdenza. Nel Veneto, invece, è la prima voce di spesa delle risorse programmabili: l’80% del bilancio.
Esatto, l’80%, pari a 10,4 miliardi di euro.
La vera sfida, oggi, è secondo lei trovare nuove risorse o ottimizzare meglio quelle che già ci sono?
È chiaro che parlare di incremento delle risorse significa parlare di un aumento del riparto del Fondo Sanitario Nazionale, e questo dipende dalle scelte del Governo centrale rispetto a quanto viene oggi destinato alla sanità.
Quello che invece è nella responsabilità delle Regioni è utilizzare al meglio le risorse disponibili, migliorando l’efficienza del sistema. Il Veneto, in questo senso, parte da una posizione virtuosa: siamo una Regione che non è sottoposta a piano di rientro e possiamo quindi utilizzare questa condizione per accelerare i processi di riorganizzazione.
Un elemento importante è rappresentato dall’aumento delle tariffe dei DRG (prezzi stabiliti per pagare i ricoveri negli ospedali in base alla malattia) a livello nazionale, che ha generato oltre un miliardo di euro di maggiori risorse per il sistema sanitario. Per una Regione caratterizzata da una sanità ad alte prestazioni, ma sottoposta alla pressione dell’invecchiamento della popolazione, questa rappresenta un’opportunità strategica per ottimizzare ulteriormente il servizio sanitario regionale.
La strada passa da alcuni pilastri fondamentali. Innanzitutto il rafforzamento del ruolo di Azienda Zero, attraverso una maggiore centralizzazione operativa e un controllo più efficace dei processi di spesa. Il miglioramento della gestione delle SDO (schede di dimissione ospedaliera) per valorizzare correttamente le prestazioni erogate e recuperare tutte le risorse che spettano al sistema.
Un altro elemento centrale è il monitoraggio dei livelli di spesa, insieme alla maggiore integrazione tra ospedale e territorio: penso agli ospedali di comunità, alle dimissioni protette e a tutti quei servizi che permettono di accompagnare il cittadino fuori dall’ospedale e garantire continuità assistenziale.
Dobbiamo poi lavorare sull’abbattimento delle liste d’attesa, anche attraverso un utilizzo più efficace dell’acquisto di prestazioni, sulla gestione del personale e sugli investimenti tecnologici.
In sintesi, la sfida è ottimizzare le risorse finanziarie che abbiamo a disposizione, perché la sostenibilità del sistema sanitario passa non solo da quante risorse investiamo, ma anche da come le utilizziamo.
Personale sanitario
Molti giovani medici continuano a scegliere il privato o l’estero, ma arriva anche una buona notizia: 176 nuovi medici di Medicina Generale sono appena entrati a far parte del Servizio Sanitario Nazionale in Veneto. È l’inizio di un percorso destinato a proseguire, con nuove assunzioni previste anche in altri ambiti della sanità pubblica?
È un primo risultato del percorso avviato dalla Regione, che ha deciso di aumentare gli investimenti sulle borse di formazione per la medicina generale.
In passato c’era una differenza economica che spingeva molti giovani verso le scuole di specializzazione rispetto al percorso della medicina generale. Abbiamo cercato di riequilibrare questa situazione, aumentando il sostegno alla formazione dei futuri medici di famiglia, con l’obiettivo di rendere questa scelta più attrattiva.
Resta però un problema nazionale: l’Italia forma professionisti di altissimo livello, ma spesso non riesce a trattenerli. E non è solo una questione economica, anche se il riconoscimento economico dei professionisti sanitari all’estero è decisamente superiore rispetto a quello italiano. È anche una questione di prospettive di carriera, di valorizzazione professionale e di possibilità di crescita.
Serve quindi una riforma di sistema, non solo regionale ma nazionale, per trattenere le competenze che formiamo. I nostri giovani medici e infermieri quando vanno all’estero dimostrano di avere una preparazione eccellente: significa che il problema non è la qualità della formazione, ma la capacità del nostro Paese di valorizzarla.
Dobbiamo restituire dignità economica e sociale ai professionisti della salute. Lo dimostrano anche fenomeni inaccettabili come le aggressioni nei pronto soccorso: non è soltanto un problema di sicurezza, ma anche un problema culturale, legato al rispetto del ruolo e delle professionalità.
È una questione che riguarda molte categorie fondamentali della nostra società, dagli operatori sanitari agli insegnanti. Dobbiamo tornare a riconoscere il valore sociale di queste professioni.
Dopo una vita trascorsa a salvare singoli pazienti in sala operatoria, oggi si trova a dover “operare” un intero sistema sanitario. Qual è il risultato che, alla fine del mandato, le farebbe dire che è valsa la pena lasciare il bisturi?
Se riusciremo a realizzare tutti questi progetti, e in particolare a fare del Veneto un laboratorio internazionale per l’invecchiamento in buona salute, questo sarebbe un risultato straordinario.
La vera sfida è ridurre la distanza tra aspettativa di vita e anni vissuti in buona salute. Non basta vivere più a lungo: dobbiamo fare in modo che le persone possano mantenere autonomia, benessere e qualità della vita.
Ma, al di là dei risultati tecnici e organizzativi, se alla fine del mandato potrò dire di aver contribuito a migliorare la vita delle persone, allora sarà valsa la pena intraprendere questo percorso.
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