ROMA. — Giustizia, dignità dell’uomo e il modello di Rosario Livatino al centro del Passo 3 del 3° Festival dell’Umano Tutto Intero, svoltosi il 16 giugno 2026 al Pio Sodalizio dei Piceni. Alla sessione “L’eclissi della giustizia, ultimo presidio contro il conflitto interindividuale e sociale” hanno partecipato Antonio Baldassarre, Guglielmo Borri, Marco Sorbara, Francesco Caringella, Anna Gallucci, Francesca De Stefano Versace e Francesco Paolo Sisto. Tra i relatori Domenico Airoma, Procuratore di Napoli Nord, che abbiamo incontrato a margine dei lavori.
Cosa si può fare per l’umano nell’ambito della giustizia? C’è spazio per una giustizia riparativa?
Innanzitutto desidero ricordare Rosario Livatino in questo contesto. Il festival dell’umano, l’esaltazione della giustizia rivolta all’uomo e non a se stessa, ha avuto un riferimento preciso proprio in lui, che con la sua vita ha incarnato questa dimensione della giustizia come preghiera, come dedizione all’altro e al bene comune.
La breve notizia è che la Conferenza Episcopale Italiana ha approvato la proposta di eleggere Livatino patrono dei magistrati italiani. Abbiamo bisogno di un protettore, di un patrono, per ritrovare la via e sapere chi è il modello del magistrato. Un magistrato non deve essere una persona tutta presa di sé, autoreferenziale, ma deve essere consapevole, con grande umiltà, che deve riconoscere all’altro ciò che gli spetta. Giustizia è dare a ciascuno il suo. E cos’è «il suo»? La dignità, in primo luogo.
La dignità è però diventata un concetto sempre più soggettivo…
Esatto. Se è così smarrito oggi questo senso, se la dignità dell’uomo è diventata qualcosa di evanescente, soggettivo, fluido, bisogna recuperarla in senso oggettivo: cos’è che ci fa uomini, che risponde davvero alla dignità della persona? Se recuperiamo questo, acquista senso anche la giustizia riparativa. Perché ripariamo? Ripariamo un’offesa. Ma possiamo concepire l’importanza della riparazione solo se capiamo che c’è un bene e un male, che abbiamo violato qualcosa che fa parte del fondamento del consorzio civile.
Recuperare l’autentica dignità dell’uomo e la distinzione fra bene e male è il fondamento perché il giudice ritrovi l’autenticità della sua funzione e il corpo sociale possa finalmente pacificarsi.
Le influenze ideologiche possono condizionare le decisioni dei magistrati?
Purtroppo sì. Livatino ha detto una cosa molto importante: il giudice non soltanto deve essere indipendente, ma deve anche apparire indipendente. Deve avere uno stile di vita che lo faccia apparire distante da circuiti di potere affaristici, ma anche ideologici. Quando sono chiamato a giudicare una persona, non devo portare dentro la mia coscienza nessun tipo di condizionamento. La giustizia è raffigurata con una benda sugli occhi proprio per questo: deve giudicare senza farsi condizionare, senza andare alla ricerca del consenso o del plauso della piazza.
È fondamentale anche la separazione delle carriere — la distinzione fra chi accusa e chi giudica. Credo non necessiti spiegazioni: chiunque abbia a che fare con la giustizia coltiva dentro di sé l’auspicio che chi lo accusa appartenga a una famiglia diversa rispetto a chi è chiamato a giudicarlo.
Esistono percorsi concreti di riparazione per chi ha commesso un reato?
La legislazione attuale prevede percorsi di lavoro e reinserimento reale. Quello che occorre fare ora è un’adeguata formazione degli operatori — dei giudici in primis — per creare le condizioni affinché questi percorsi siano davvero effettivi e diffusi.
Negli anni scorsi si è sbagliato dal punto di vista ideologico: si è costruito il percorso di rieducazione come qualcosa che rispondeva a schemi precostituiti. Non funziona così. Dobbiamo capire quella persona, qual è il meglio per lei e qual è il meglio che può fare rispetto alla comunità in cui vive. Ci deve essere una dimensione molto realistica, molto incarnata, senza nulla di ideologico.
3° Festival dell’Umano Tutto Intero — 16-17 giugno 2026, Pio Sodalizio dei Piceni, Roma — suitetti.org
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