Nel nuovo libro l’architetto racconta la storia della città tra il santuario mariano, la pinacoteca scomparsa e il dialogo tra eredità bizantina e longobarda
TREVISO – «Quando dico che sono di Motta, la risposta è sempre la stessa: “Motta la Madonna”». Da questa constatazione, semplice ma rivelatrice, nasce “Motta Città Mariana”, il nuovo libro dell’architetto Alfonso Vesentini Argento, che da anni unisce la professione di progettista alla ricerca storica e alla scrittura.
Il volume parte dal santuario mariano, legato all’apparizione del 1510, che ha reso Motta di Livenza un punto di riferimento religioso e culturale ben oltre i confini locali. Ma il libro non si limita a raccontare la devozione popolare: Vesentini scava nelle pieghe della storia cittadina, riportando alla luce episodi dimenticati, come quello della pinacoteca ottocentesca fondata dall’anatomista Antonio Scarpa, medico personale di Napoleone e rettore della facoltà di Pavia.
Quella raccolta, oggi dispersa, custodiva opere di straordinario valore, tra cui il celebre San Sebastiano di Andrea Mantegna, oggi conservato alla Ca’ d’Oro di Venezia. La vicenda si intreccia con la soppressione napoleonica dei conventi: «Accanto alla basilica francescana che ancora oggi vediamo – spiega Vesentini – esisteva un’altra chiesa, dei conventuali, che venne abbattuta. I terreni furono intestati proprio a Scarpa. È un episodio poco noto, che dimostra come arte, politica e religione abbiano plasmato la città».
Il libro è diviso in due parti, come la stessa Motta, attraversata dai fiumi Monticano e Livenza. Quest’ultimo, per secoli, ha segnato il confine tra Veneto e Friuli, due mondi con radici diverse: bizantine da una parte, longobarde dall’altra. «Ancora oggi – osserva l’autore – mi piace chiedere: sei bizantino o longobardo? Perché queste radici, in fondo, vivono ancora nelle persone e nel loro modo di sentire».


La riflessione si allarga al senso dell’architettura. Per Vesentini, i monumenti e le chiese sono i veri custodi della memoria collettiva: «Un tempo erano i grandi edifici religiosi a raccontare la nascita e l’identità delle città. Le case erano il contorno. Oggi si tende a dire che l’architettura è anche delle abitazioni, ma per capire davvero le radici di un luogo bisogna guardare ai suoi monumenti».
Non è la prima volta che Vesentini affronta temi di storia e architettura. Tra le sue pubblicazioni figurano L’architetto e il faraone (2011), Il cardinale e l’architetto (2013) e Le due chiese (2021), opere che hanno sempre cercato di intrecciare ricerca storica e riflessione sul presente. Parallelamente, l’architetto ha firmato progetti per aziende, hotel e complessi commerciali, mantenendo un forte legame con il territorio e con la sua città natale.
Accanto alla ricerca storica, Vesentini guarda al futuro, con l’auspicio di una valorizzazione concreta dei luoghi legati a questa memoria. Tra i progetti, l’ex Pinacoteca del 1869, progettata dall’ingegner Tagliapietra, vincolata dalla Soprintendenza e per lungo tempo sede scolastica. «È stata il primo edificio della Lepido Rocco – ricorda – oggi dismesso e passato a privati, ma potrebbe tornare a nuova vita proprio come istituto scolastico». Già in passato l’architetto aveva proposto di restituire all’edificio una funzione pubblica, anche come sede di servizi sanitari o culturali.
Con “Motta città mariana”, Vesentini consegna dunque non solo un saggio di storia locale, ma anche una riflessione più ampia sul rapporto tra fede, arte e identità. Un libro che invita a riscoprire Motta non solo come luogo di culto, ma come città che custodisce, nelle sue pietre e nei suoi monumenti, la memoria viva di secoli di storia.
«Scrivere questo libro – conclude Vesentini – è stato come scavare nelle fondamenta della città. Ogni scoperta, ogni documento, ogni edificio racconta non solo il passato, ma anche ciò che siamo oggi. La storia non è mai un esercizio sterile: è la chiave per capire chi siamo e per immaginare il futuro».
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