Lo scultore trevigiano racconta il suo lavoro come un dialogo con il legno, la memoria e il mito. Tra Icaro, Andromaca, il Minotauro e il dramma ecologico, ogni opera è una sintesi che parla da sé
QUINTO DI TREVISO (TV) – Romano Abate non scolpisce per creare, ma per riconoscere. Le sue opere non nascono da un progetto, ma da un incontro con la materia. “Io sono un compositore. Le cose sono già lì, basta saperle vedere”, racconta nel suo studio di Quinto di Treviso, un luogo stratificato, popolato da frammenti, radici, ossa, pelli, oggetti trovati e strumenti. Ogni elemento è parte di un racconto, ogni opera è un frammento di mondo.
La sua filosofia è chiara: l’arte non ha bisogno di spiegazioni, è sintesi. “Se uno capisce, bene. Se no, ci saranno quelli che la spiegano. Ma chi la racconta e chi l’ha fatta è la migliore spiegazione”. Abate non cerca l’estetica, ma la verità. Ogni materiale è scelto per la sua memoria, per la sua capacità di evocare.
In un’opera realizzata per la mostra collettiva Terra Nostra, Abate affronta il tema ecologico con una metafora potente: un cancro del legno che divora il pianeta. Uccellini scheletrici, nidi perduti, interrogano lo spettatore: “Ma la terra non era nostra?”. La risposta, amara, arriva da un piccolo uccello diverso dagli altri: “Illusi”. L’opera è denuncia, ma anche riflessione sul senso di appartenenza e sulla fragilità del nostro rapporto con la natura.
Tra le opere più emblematiche, Aspettando tè nasce da un frammento recuperato da un’archeologia industriale. La figura femminile tesse, come Penelope, in attesa di Ulisse. Ma Abate sovverte il mito: al posto della tela, ci sono bustine di tè usate, simbolo di attesa quotidiana, di gesti minimi che diventano rituali. “Io non ho mai bevuto tè, ma un giorno si è detto ‘beviamo un tè’. E da lì è nata l’opera. Il titolo è cambiato, la storia si è trasformata”.
Il mito è una costante nel lavoro di Abate, ma sempre riletto con sguardo critico. In particolare, la figura di Icaro diventa una chiave psicanalitica: “Nel Canova, il padre prepara le ali al figlio, ma lo fa con un meccanismo imperfetto. Non è il sole a bruciarle: è il padre che lo condanna a cadere. Il sistema è costruito per fallire”. L’opera nasce da un tronco già formato dalla natura, che Abate non scolpisce, ma accentua. “Io non ho bisogno di farlo, è già fatto. Basta ascoltarlo”.
Altro mito centrale è quello del Minotauro. Abate lo rilegge ribaltando la narrazione eroica: “Teseo non vince da solo. Vince perché Arianna gli dà il filo per uscire dal labirinto. Senza uscita, non c’è salvezza. La vera autrice dell’uccisione del Minotauro è lei”. Il labirinto diventa metafora della condizione umana: non basta affrontare il mostro, bisogna trovare la via per tornare indietro.
Una delle sue opere più recenti è Il Pachiderma, nata da una fotografia dell’ultimo elefante bianco morente, accarezzato dal suo custode. Abate traduce quell’immagine in legno, assemblando frammenti e rivestendoli con una pelle ricevuta anni fa. “Non importa se è di rinoceronte o elefante. È il dolore che conta”. L’opera racconta il dramma innaturale del commercio, ma anche quello naturale: la carcassa abbandonata che nutre altri animali. “Mors tua, vita mea”.
Il lavoro di Abate è anche tecnico: incolla, modifica, salva ciò che sembrava perso. Le sue opere sono scatole cinesi che portano alla storia. “La critica fa sintesi, l’artista fa analisi”. E come Michelangelo, crede che l’opera debba parlare da sé. “Io non chiedo a nessuno di scrivere. Se lo fanno, è perché vogliono”.
Romano Abate è uno scultore che sfugge alle definizioni. Le sue opere sono racconti, sogni, incubi, frammenti di storia e di mito. E ogni frammento ha qualcosa da dire. Basta saperlo ascoltare.
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