Il Commissario Straordinario per la Ricostruzione Post-Terremoto riflette sulla necessità di un approccio sistemico: non solo case, ma relazioni, giovani e innovazione per un futuro possibile nei territori colpiti
ROMA – “Dopo un terremoto bisogna pensare alle case, ma anche alle comunità.” Parte da qui la riflessione di Guido Castelli, Commissario Straordinario per la Ricostruzione Post-Terremoto, intervenuto al Secondo Festival dell’Umano Tutto Intero tenutosi a Roma, per raccontare come il concetto di sostenibilità, nella fase di ricostruzione, non possa più essere limitato agli edifici o alle infrastrutture, ma debba comprendere anche il tessuto umano e sociale.
Nel ricordare la Conferenza di Sendai del 2015, dove i maggiori esperti mondiali misero al centro il legame tra ricostruzione e coesione sociale, Castelli sottolinea che ogni processo di rinascita deve lasciare un segno anche nelle relazioni tra le persone. “La sostenibilità che stiamo cercando di costruire – ha spiegato – è fatta di comunità che si ritrovano, di iniziative pensate per evitare che le case rimangano vuote una volta ricostruite.”
Il rischio, infatti, è duplice: accanto alla crisi sismica, vi è una crisi demografica e una crisi climatica che impongono un approccio sistemico. Serve una visione capace di unire intervento concreto e rigenerazione sociale, affinché i giovani abbiano motivo per restare e i territori dell’Appennino tornino ad essere attrattivi.
Per Castelli, la chiave sta nel valorizzare ciò che questi luoghi rappresentano – la culla della civiltà italiana – combinando tradizione e contemporaneità. In questo senso, un ruolo decisivo può giocarlo l’innovazione tecnologica, che oggi consente anche ai piccoli borghi dell’entroterra di superare i limiti geografici, offrendo nuove opportunità a chi vi abita.
“Non dobbiamo aver paura della tecnologia – ha affermato – se ben governata, può rendere possibile ciò che fino a poco tempo fa era impensabile.” Una sfida ambiziosa, che guarda al futuro con concretezza ma anche con visione: restituire senso, radici e prospettiva a territori feriti, ma tutt’altro che arresi.
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