A margine della Conferenza Internazionale della Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice, Giovanni Farese, economista dell’Università Europea di Roma, ha offerto una riflessione articolata sul tema della coesione sociale, individuando tre pilastri indispensabili per contrastare le crescenti diseguaglianze in un mondo sempre più frammentato.
CITTÀ DEL VATICANO. La crisi della coesione sociale non è un fenomeno astratto: è il riflesso di una realtà nuova, segnata da «crescenti ineguaglianze e da una sproporzione crescente tra un potere politico formale e un potere economico sostanziale». È da questa diagnosi che Giovanni Farese, economista dell’Università Europea di Roma, ha preso le mosse nel suo intervento a margine della Conferenza Internazionale 2026 della Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice.
Nel suo ragionamento, Farese ha individuato tre dimensioni fondamentali della coesione sociale, tre punti che si intrecciano e si condizionano a vicenda.
Il primo riguarda il dialogo: «l’importanza del dialogo che richiede ovviamente ascolto, richiede pausa, richiede anche silenzio». In un tempo dominato dalla velocità e dal rumore, saper stare in silenzio e ascoltare davvero l’altro diventa un atto politico e sociale prima ancora che spirituale.
Il secondo pilastro è quello dei beni pubblici: «l’istruzione, la mobilità e la salute. Possiamo pensare di ridurre le diseguaglianze senza un’adeguata fornitura di beni pubblici nel nostro paese, in tutti i paesi?». La risposta implicita è no: senza investimento collettivo nei servizi essenziali, la coesione rimane una parola vuota.
Il terzo aspetto, «non meno importante», è quello dell’azione credibile e della promozione umana:
A questi tre livelli interni si aggiunge una dimensione globale imprescindibile. «Naturalmente di questione dobbiamo parlare a livello nazionale, ma anche soprattutto a livello internazionale», ha sottolineato Farese, richiamando la recente enciclica Magnifica Humanitas:
Un monito chiaro: le diseguaglianze si combattono anche — e forse soprattutto — ripensando le regole del gioco globale. Senza un multilateralismo fondato su diritto, equità e solidarietà tra i popoli, ogni sforzo locale rischia di restare insufficiente.
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