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(VIDEO). Anatolia e Tracia: orme indelebili della Storia. Da Aphrodisias alla Cappadocia, capitolo IV

9 minuti di lettura

Dopo Istanbul, Pergamo ed Efeso il nostro viaggio prosegue verso le altre destinazioni di grande valore sotto il profilo, archeologico e non solo. Ci attendono Afphrodisias, Hierapolis, Laodicea e poi Konia, il Castello di Cotone, con le loro storie, la loro cultura, le loro bellezze naturali.
L’antica città Aphrodisias fu abitata, come rivelano gli scavi archeologici, già durante l’età del bronzo, ovvero tra il 2300 a.C. e il 950-800 a.C. All’ingresso del parco archeologico sono stati posizionati una serie di bellissimi sarcofagi finemente scolpiti con volti e decorazioni di grande pregio.
Aphrodisias, dedicata alla dea dell’amore e della bellezza, Afrodite, è stata una città del periodo ellenistico che continuò a svilupparsi durante il dominio romano e poi bizantino.

Testi, foto e video di Carlo Franchini

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Era una città molto conosciuta quale centro dell’arte scultorea che influenzò tutto il mondo greco- romano come testimoniano le tante statue in marmo firmate dagli artisti di questa scuola e ritrovate in tutto il mondo romano, in Spagna e in Germania[1] . La prima cosa che appare in tutta la sua bellezza è il tetrapilo, ovvero la porta monumentale sulla via per il grande tempio di Afrodite.
Si ritiene che questo monumento di grande pregio ed eleganza sia stato edificato nel II secolo d.C. Il colore bianchissimo delle colonne e il contrasto con il cielo azzurro regalano una magia da osservare in silenzio. Immagino i tanti visitatori, pellegrini, fedeli che attraversavano questa porta diretti al grande tempio. Penso al loro vociare, ai rumori dei passi sul selciato. Immagino la meraviglia di chi ammirava per la prima volta tanta bellezza, le loro speranze e le loro suppliche alla dea.
Poco lontano ecco in tutta la sua maestosità lo stadio di Aphrodisias del I secolo d.C.
Lungo 270 metri, largo 60 metri, ha 30 file di seggi di marmo che potevano ospitare oltre 30.000 persone.

Nello stadio si svolgevano gare di atletica, di corse, ed altre discipline ma anche combattimenti di gladiatori. Successivamente lo stadio fu utilizzato anche per rappresentazioni teatrali…” Una recente indagine ha dimostrato che questa conversione dello stadio in un anfiteatro fu fatta nel 400 d. c. I posti a sedere custodiscono un affascinante corpo di iscrizioni “a luogo” scolpite sui sedili di marmo, riservando spazio a vari gruppi (come le associazioni di conciatori e orafi) e agli individui facoltosi (uomini e donne) sia da Afrodisia che dalle vicine comunità come Antiochia sul Meandro. Gli spettatori hanno mappato le loro affiliazioni sociali e politiche sulle sedi di questo grande forum pubblico.”[2]

Non manca il teatro, del 27 a.C. anch’esso ben conservato e il suggestivo odeion o bouleuterion per i concerti, recitazioni di poesie ma anche per conferenze di carattere politico, musicali e poetiche, spesso però utilizzato anche per conferenze di retori e filosofi, oltre che per riunioni di ordine politico. Infine ci spostiamo fra le quattordici colonne molto ben conservate del tempio di Afrodite, del I secolo a.C. In analogia ad altri templi pagani nel 50 d.C. venne convertito in una basilica cristiana.
Lasciamo il sito e dopo una camminata in salita costeggiando dei campi di grano dove le spighe ondeggiano mosse dal vento, raggiungiamo il bellissimo e raffinato teatro di Hierapolis, edificato in epoca romana (14 d.C. – 68 d.C.).

Tornando a valle visitiamo le antiche tombe monumentali che hanno forme diverse.
Ma prima di lasciare il sito ci attende una meraviglia questa volta offerta dalla natura…il “Castello di Cotone”. È con questo termine che vengono definite le pozze di calcare bianco dove scorre dell’acqua cristallina termale che proviene dal sottosuolo creando un gioco di colori meravigliosi fra il bianco e l’azzurro…” I movimenti tettonici hanno da un lato causato frequenti terremoti, ma hanno anche permesso la nascita di numerose fonti termali, usate a tutt’oggi, in cui l’acqua, satura di ioni di calcio e di anidride carbonica, si combina con l’acqua creando acido carbonico.
Poi man mano che emerge, l’acqua perde gran parte dell’anidride carbonica, dando luogo carbonato di calcio che, anche a causa dell’abbassamento della temperatura, precipita dando luogo a fantastici paesaggi, con spessi strati bianchi di calcare e travertino lungo il pendio della montagna, rendendo l’area simile ad una fortezza di candido cotone o di cascate di ghiaccio opaco.
”[3]

Tappa successiva è l’antica città di Laodicea, nella valle del fiume Lico.
La città, fu fondata da Antioco II Teo, sovrano di Siria, in onore dell’adorata moglie Laodice in un luogo chiamato in precedenza Diospolis. Intorno al I secolo a.C., Laodicea divenne famosa per i suoi tessuti, per le calzature e medicine. Citata nell’Apocalisse di Giovanni e sede di un concilio nel 350, venne totalmente distrutta da un terremoto nel 494 e mai più ricostruita. Quello che resta, la via principale, le colonne del tempio sono molto successive in un contesto paesaggistico unico e incontaminato.
Il nostro viaggio prosegue per la cittadina di Konya dove visitiamo il famoso Museo di Mevlana.
Il nome di Mevlana che significa la “la nostra guida”, venne dato al filosofo mistico fra i più conosciuti al mondo, Celaleddin Rumi.[4] Autore di numerosi poemi lirici raccolti nel libro Dīvān-e Kabīr  composto da 40.000 versi scritti in lingua persiana e del poema “Masnavi” composto da 25.000 versi, Mevlana insegnava il rispetto e la tolleranza testimoniati anche da alcuni versi che ha voluto fossero scritti nei pressi del suo mausoleo…” Vieni, chiunque tu sia ,anche se sei un infedele, un pagano o un adoratore del fuoco, vieni. La nostra non è una confraternita di disperazione. Anche se hai infranto i tuoi voti di pentimento cento volte, vieni.”

Raggiungiamo il mausoleo la cui cupola principale è ricoperta interamente di maioliche turchesi ed entriamo attraverso l’antica porta ottomana dove è scolpita la scritta…” “Chi entra qui incompleto, ne uscirà perfetto“. La tomba di Mevlâna è vicina a quella del figlio Sultan Veled e di altri seguaci importanti. I sarcofagi sono ricoperti da drappi ricamati in oro e su alcune sono posati dei grandi turbanti colorati che” rappresentano simbolo di autorità spirituale; il numero di volute del turbante rappresenta l’importanza spirituale del proprietario”.[5] C’è moltissima gente perché questo mausoleo, meta di pellegrinaggi è particolarmente sacro per i musulmani. È davvero un luogo suggestivo e mistico. Un forte tuono annuncia il temporale che si sta riversando sulla città così lasciamo il sito concludendo una giornata davvero particolare nel corso della quale abbiamo percorso numerosi capisaldi significativi della storia antica di questa terra.
Lasciamo Konya di primo mattino diretti in Cappadocia, e raggiungiamo il Caravanserraglio di Sultanhani (XIII secolo), luogo di ristoro delle carovane che viaggiavano sulla “via della seta” oggi un museo che custodisce bellissimi tappeti turchi antichi. Poi ecco la Cappadocia l’ultima importante meta del nostro viaggio. Visitiamo la città sotterranea di Aziz Mercurios Yeralty, una delle 200 città sotterranee della Turchia.

La città, costruita su sette livelli, un capolavoro d’ingegneria, prende il nome di San Mercurio (225-250 d.C.) e certamente come le altre città sotterranee, fu scavata allo scopo di proteggere le popolazioni dalle continue invasioni.
Enormi pietre rotanti chiudevano ermeticamente i vari ingressi alla città all’interno della quale non mancava nulla come testimoniano i ritrovamenti di macine, pozze per l’acqua, strumenti per la produzione del vino ed olio.
Le varie stanze sono collegate fra loro da gallerie realizzate in modo anche da disorientare un eventuale nemico che fosse riuscito a penetrare.
La luce all’interno è molto fioca e la voce della guida rimbomba fra le parteti di roccia.
Non si può fare a meno di pensare in quali condizioni difficili vivessero quelle genti ma comunque al sicuro dai tanti pericoli dell’epoca.
Lasciamo il sito all’imbrunire. Il cielo è coperto da grosse nubi minacciose che lasciano filtrare solo qualche raggio di sole e la graziosa cittadina di Urgup ci accoglie. Cerco di ricordare le tante cose che abbiamo visto ma alla mente si alternano tante immagini di luoghi straordinari, di esperienze vissute che faccio fatica a mettere in fila nel giusto ordine. Così, mi affido al mio prezioso diario di viaggio fino a tarda notte senza accorgermene. Ma poi è ora di dormire, domani ci aspetta il cuore della Cappadocia, le sue guglie, i suoi monumenti, i suoi luoghi incantati.
Sveglia alle 4 del mattino e mezz’ora dopo siamo sul fuoristrada con il quale la nostra guida ci condurrà nei luoghi più coinvolgenti di questo singolare territorio.
Lasciata la strada asfaltata, dopo circa 1 ora siamo su una pista che in pochi minuti porta ai primi spettacolari pinnacoli che rapidamente vengono illuminati dal sole che sta sorgendo.

Una volpe attraversa lo spazio fra due grandi pinnacoli poi si ferma, ci osserva e riprende la sua corsa. “Porta fortuna” dice la guida “non è facile vederle ma senza altre macchine intorno le volpi si sentono più sicure ed escono all’aperto!” Chi conosce la Cappadocia si chiederà perché non parlo dell’attrazione turistica più nota in questo posto…il volo con la mongolfiera. La cosa mi interessa poco sia per la grande affluenza di turisti, sia perché potendomi fermare un solo giorno preferisco osservare da vicino, per il tempo che voglio, gli scorci di questo meraviglioso paesaggio. E poi… non ho rimpianti…il caso ha voluto che oggi il vento non ha consentito alle mongolfiere di volare! Per cui tutti i turisti, dopo qualche ora di attesa al campo di decollo, sono dovuti rientrare.
Anche per questo motivo siamo soli, circondati da un silenzio interrotto solo dal soffiare del vento! Pinnacoli di ogni forma si innalzano intorno a noi, alcuni sono scavati, segno della presenza dell’uomo in tempi passati. In questa zona sono infatti numerosi i ripari e le chiese in roccia scavate nel corso di secoli.

Siamo in presenza di un fenomeno geologico dove a natura sembra essersi sbizzarrita con risvolti che riguardano l’uomo, che stimolano l’immaginazione e la curiosità…
Chiedo il perché di queste strane formazioni alla mia amica geologa Marialuisa Ronconi in viaggio con noi… “La regione della Cappadocia occupa la parte centrale dell’Anatolia con il suo vasto altopiano circondato, 10 milioni di anni fa, da vulcani di origine terziaria, oggi spenti, disposti lungo le grandi fratture che interessano ancora oggi la regione. Le eruzioni di tali vulcani hanno scolpito paesaggi unici e laboriosi capolavori formati da successioni di rocce depositate durante tre principali periodi di attività eruttiva che hanno colmato, con magma e ceneri, gli antichi bacini di erosione trasformando l’altopiano anatolico in un tavolato. Le ceneri solidificate hanno dato origine al tufo, una roccia facilmente soggetta all’erosione ad opera di agenti atmosferici e spesso fessurata dalle variazioni termiche così da permettere all’acqua di infiltrarsi, erodere la roccia e formare canyon, coni, pitoni, camini e altre formazioni tipiche della regione.
Su queste forme geologiche si è insediato l’uomo, scavando abitazioni disposte su più livelli come anche villaggi a parete e chiese rupestri, quando la penisola anatolica, come il Sud-Est del Mediterraneo, furono interessati da una fase arida con innalzamento della temperatura. Ciò fa pensare che fu il microclima delle cavita artificiali, utilizzate per funzioni diverse, la causa dell’opera di scavo in quel determinato periodo storico.
La mano dell’uomo quindi ha aggiunto bellezza alla perfezione creativa di una natura che in Cappadocia si è molto impegnata a disegnare capolavori dalle forme bizzarre, aiutata da vento, pioggia, ghiaccio e millenni. I suoi paesaggi unici regalano un vero giro del mondo in poche ore, mostrando canyon profondi, grotte e cavità ma soprattutto magiche e colorate piramidi, alte fino a 45 metri, con la punta sormontata da grandi massi stile cappello chiamati camini delle fate, perché i primi abitanti della Cappadocia pensavano fossero proprio i camini di creature fantastiche che abitavano nelle profondità della Terra e che l’Unesco ha inserito tra i patrimoni dell’umanità
.”[6]

Eccole infatti le piramidi con la sommità sormontata da grandi massi stile cappello, come se fossero stati poggiati con delicatezza. In alcune aree le piramidi sono di colore grigio con striature di verde ed arancione per i licheni che si formano sulle pareti. Mentre non lontano, nella valle di Devrent, torri e pinnacoli hanno un colore ocra, come quello della terra da cui sembrano spuntare regalando sculture bizzarre scolpite dal vento. Sono tutti luoghi a cui è stato dato un nome di fantasia…la valle dell’amore, la valle delle spade, la valle dei piccioni, la valle delle rose, la valle di Pasabaq o valle dei monaci con erosioni ancora diverse.
Infine visitiamo la valle di Goreme, un vero e proprio museo a cielo aperto come viene comunemente definito. La valle di Goreme custodisce 7 meravigliose chiese rupestri del VI-XIII secolo d.C. decorate da meravigliosi dipinti di stile bizantino che risentono però del tempo anche con segni di vandalismo dopo che le chiese furono abbandonate. Ma sono in corso varie attività di recupero degli archeologi.
Oggi è l’ultimo giorno nella meravigliosa Turchia. Prima di partire, assistiamo alla Santa Messa officiata dalla guida spirituale in viaggio con noi, in una suggestiva chiesta ipogea in cima ad una collina che domina una grande vallata. L’atmosfera mistica e ricca di spiritualità induce alla riflessione, al raccoglimento. Sulle pareti risaltano sculture di croci testimoni di un tempo lontano.

[1] Fonte: https://www.allaboutturkey.com

[2] Fonte: https://www.romanoimpero.com

[3] Fonte: https://www.romanoimpero.com

[4] Fonte: https://it.wikipedia.org
Alāl al-Dīn Muḥammad Rūmī anche conosciuto come Jalāl al-Dīn Moḥammad Balkhī e in Iran e Afghanistan più comunemente chiamato Mòlānā e Mòlavì (Balkh, 30 settembre 1207 – Konya, 17 dicembre 1273), è stato un ʿālim, teologo musulmano sunnita, e poeta mistico persiano centrasiatico, conosciuto come uno dei massimi autori della letteratura mistica persiana.
In seguito alla sua morte, i suoi seguaci si organizzarono in riti nei quali tentavano di raggiungere stati meditativi per mezzo della danza rituale e musica, (nella quale predominante era il suono del flauto ney, da Rumi esaltato nel proemio del suo Masnavi).

[5] Fonte: https://www.lonelyplanetitalia.it

[6] Maria Luisa Ronconi, Professore Ordinario di Geografia, Dipartimento di Studi Umanistici Università della Calabria – GEOLab Laboratorio di Geografia applicata al territorio e al paesaggio

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