Domenica e lunedì prossimi, il Veneto è chiamato a voltare pagina dopo quindici anni di Luca Zaia. Le elezioni regionali del 23 e 24 novembre 2025 non si preannunciano come una battaglia per la presidenza, ma piuttosto come un cruciale regolamento di conti interno alla coalizione vincente e un esame di sopravvivenza per le opposizioni
VENETO. I dati emersi dagli ultimi sondaggi pre-silenzio elettorale (Demos & Demetra, Ipsos) disegnano uno scenario di schiacciante e di continuità. Alberto Stefani, candidato del centrodestra unito, viaggia con un consenso stimato tra il 62% e il 65%, una cifra che, pur non eguagliando l’apice di Zaia nel 2020, conferma l’assoluta egemonia di quest’area politica. La presidenza è una partita chiusa prima di iniziare.
La vera, e più affascinante, narrazione di questa tornata elettorale si svolge però lontano dai riflettori della corsa presidenziale, focalizzandosi sulle dinamiche interne al blocco di maggioranza.
Il dato che definisce il clima pre-voto è il testa a testa tra i due partiti principali del centrodestra. Con entrambi stimati intorno al 23-24%, il risultato in Veneto assumerà un valore simbolico e politico dirompente a livello nazionale.
Per la Lega, il Veneto è la casa madre, la roccaforte storica. Mantenere il primato qui, anche solo per pochi decimali, è vitale per Matteo Salvini nel ridefinire i rapporti di forza con Fratelli d’Italia. Un sorpasso, o una sostanziale parità in termini di seggi consiliari, confermerebbe la definitiva egemonia di Giorgia Meloni nel Nord e renderebbe più complesso per il Carroccio rivendicare un ruolo di leadership in termini di autonomia e politiche territoriali.
È in questo contesto che si inserisce il fattore Vannacci. L’ex generale e il suo movimento interno alla Lega rappresentano un tentativo di catalizzare l’elettorato più identitario e scontento, spesso proiettato verso FdI, senza dover cedere sul simbolo.
Dall’altro lato, Giovanni Manildo e il “campo largo” che lo sostiene (PD, M5S, AVS) non competono per la vittoria, ma per la credibilità. Con percentuali aggregate che potrebbero raggiungere il 35-37%, il centrosinistra si pone l’obiettivo di superare la propria performance storica peggiore e di consolidare un blocco di opposizione coeso.
Il Partito Democratico, con stime tra il 15% e il 20%, è il perno di questa coalizione. Il risultato non è sufficiente a scalfire il dominio avversario, ma un PD forte e unito può ambire a trasformare la minoranza in una voce più forte e autorevole su temi specifici, in particolare la gestione della sanità e la sostenibilità ambientale, settori dove emergono le maggiori criticità irrisolte.
Un’ultima, ma decisiva, nota riguarda la probabile bassa affluenza. Le proiezioni indicano un tasso di partecipazione in calo, forse sotto il 50%. Quando il risultato è scontato e manca l’elemento di forte polarizzazione del passato, l’astensione premia chi è più capace di mobilitare il proprio elettorato duro. Questo scenario amplifica l’importanza del voto di lista e, di conseguenza, la rivalità interna tra Lega e FdI. Chi riuscirà a portare più elettori alle urne in una contesa a basso appeal presidenziale, si assicurerà il primato politico in Veneto.
La successione a Zaia, dunque, non è una questione di chi governerà, ma di chi avrà il potere di decidere la linea politica e le nomine all’interno del centrodestra veneto. Ed è questo il vero duello che si consumerà ai seggi.
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