Nel film Marcellino pane e vino, c’è una scena semplice ma profondissima: il piccolo Marcellino, salito in soffitta, parla con Gesù crocifisso come con un amico. Non usa parole difficili, non fa discorsi teologici: porta pane e vino, porta sé stesso, la sua fame di affetto, la sua innocenza.
E Gesù… gli risponde.
In questo dialogo c’è tutto il mistero del Venerdì Santo.
Sulla croce, Gesù non è lontano. Non è una figura da contemplare solo con rispetto o paura. È qualcuno che attende una relazione, che ascolta, che si lascia avvicinare. Marcellino non ha paura della croce, perché vede oltre il dolore: riconosce un volto, una presenza, un amore.
Anche noi, davanti alla croce, spesso restiamo in silenzio, o ci sentiamo inadeguati. Pensiamo di non avere le parole giuste. Ma il Vangelo e questa scena ci ricordano che non servono parole perfette: basta portare quello che siamo. Le nostre fatiche, le nostre ferite, la nostra sete di essere amati.
Marcellino offre pane e vino, i segni più semplici della vita. Gli stessi segni che Gesù ha scelto per rimanere con noi, per dimorare in mezzo a noi e per entrare nel nostro cuore. E proprio questi segni diventano incontro. Così anche noi, oggi, possiamo portare a Gesù la nostra vita quotidiana: il lavoro, le relazioni, le sofferenze nascoste. La croce diventa allora il luogo dove Dio si lascia incontrare nella nostra povertà.
Nel Venerdì Santo contempliamo un Dio che non rimane distante dal dolore umano, ma lo abita. Un Dio che, come nel dialogo con Marcellino, non smette di rispondere a chi lo cerca con cuore semplice.
Forse la domanda per noi è questa: sappiamo ancora parlare con Gesù così, senza maschere, senza paura?
Perché la croce non è la fine del dialogo. È il luogo dove l’amore parla più forte. Sempre.
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