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Vecchi, donne e bambini in fuga durante la Grande Guerra

Il nostro lettore Dario Dessì ha condiviso con noi alcune note sulla storia di Mogliano Veneto del 1918 e sui tragici eventi della Grande Guerra, riportati alla luce dopo circa vent’anni di ricerche       Foto prese dall’archivio comunale

Il nostro lettore Dario Dessì ha condiviso con noi alcune note sulla storia di Mogliano Veneto del 1918 e sui tragici eventi della Grande Guerra, riportati alla luce dopo circa vent’anni di ricerche

 

 

 

Foto prese dall’archivio comunale di Mogliano Veneto

 

 

Con entrambi i telegrammi, il Prefetto impartiva direttive per regolare il flusso del rientro dei profughi nella provincia di Treviso.

 

In seguito, a guerra finita, nei primi attimi della vittoria, inenarrabile fu l’angoscia per coloro che rientravano nei luoghi dove erano nati e avevano sempre vissuto prima della diaspora e questo accadeva soprattutto nelle immediate vicinanze dei campi di battaglia, nelle terre del Veneto e del Friuli, là dove, erano venuti a combattere e a morire tanti giovani soldati provenienti da più parti d’Europa.
I terreni erano letteralmente sconvolti dalle esplosioni, ingombri dei reticolati di filo spinato, in parte ancora integri, a protezione delle numerose trincee e dei camminamenti.
Le case, dove erano nati e da sempre avevano abitato i loro antenati, erano dei miseri ruderi, privi di copertura e con i muri maestri diroccati.
Per ogni dove esistevano cataste inimmaginabili di materiali, di carriaggi arrugginiti e di tanti munizionamenti pronti ancora all’impiego.
I campi, dove avevano portato al pascolo il loro bestiame, erano disseminati di quantità incredibili di proiettili di vario calibro inesplosi e dovunque esistevano campi di prigionia e cimiteri improvvisati.
Nei boschi gli alberi erano in gran parte mutilati dalle esplosioni; alcuni apparivano scheletrici a causa degli incendi. C’era, davvero, da rimboccarsi le maniche e ricominciare tutto da capo.

 

 

Il ritorno dei profughi…

“La guerra era terminata da più di un mese e i nuclei familiari dei profughi cercavano di avvicinarsi ai piedi delle montagne per essere più pronti al ritorno con l’arrivo della primavera.
Prendevano alloggio nei locali lasciati liberi dalla truppa e nelle baracche, anche se qualche volta poi, dovevano contestare gli ordini dei Comandi che volevano smantellarle.
Le classi anziane furono congedate e i richiamati delle classi 1874 e 1875 si riunivano alle famiglie.
I nostri alpini arrivavano in divisa e con un pacco di vestiario sotto il braccio. In tasca avevano anche la “polizza del combattente” di lire mille, pagabile a venticinque anni dalla vittoria. Qualcuno di questi, sfidando carabinieri e autorità, risaliva al paese per vedere cosa era rimasto, ma ritornava subito in pianura con l’animo straziato e la bocca piena di maledizioni.
Alla vigilia di Natale, Matteo arrivò a casa con un pezzo di lardo e uno di formaggio. A darglieli era stato un sergente della Sussistenza, forse preso da pietà dal suo aspetto. La madre poté mettere insieme lardo fuso con patate, farina gialla, latte acido, un po’ di zucchero, qualche mela e qualche fico secco per fare l’impasto che, dopo averlo spianato in una teglia, mise a cuocere tra braci e cenere. Così facevano qualche volta lassù a casa.
Quella sera per le strade dei paesi sentirono cantare La Nina che non era, come la loro antica canzone natalizia, un poco misteriosa e dalla melodia primitiva. Le campane che erano rimaste, una o due per campanile, perché con le altre avevano
fatto armi, suonarono tutte insieme così che sembrava la voce di tutte, anche di quelle che non c’erano.

 

La mattina, quando rientrarono a casa dopo la messa dell’alba, trovarono sul tavolo mezza gallina da fare lessa; forse erano stati i Salbeghi o gli Scalchi, non vennero mai a saperlo, e se anche una grande malinconia gravava sui loro animi quella mezza gallina e il dolce rustico rallegrarono un po’ il loro Natale”.

 

Da L’anno della vittoria di Mario Rigoni Stern

 

 

“A ridosso di qualche mozzicone di muro i soldati o i prigionieri, avevano costruito delle baracche in legno, come base per i primi servizi e per i successivi interventi. Incontrarono dei soldati annoiati che sorvegliavano un gruppo di prigionieri polacchi che svogliatamente liberavano una via facendo passamano di sassi, mattoni e travi; quanto era rimasto delle case, dopo bombardamenti, incendi, saccheggi, combattimenti, uso difesa o di offesa.
Matteo e suo padre guardavano con il cuore stretto, senza parlare, quelle che per loro non erano solamente macerie ma la fine di un mondo, di un paese e di un costume che erano iniziati quando i nostri antenati scelsero per vivere questa terra che nessuno voleva perché isolata, scomoda da raggiungere e selvaggia, ossia coperta da forti selve.
Forse queste cose nessuno dei due le sapeva per istruzione, ma lo sentivano d’istinto perché erano parte di queste macerie di case, di questi boschi senza più alberi vivi, di questi pascoli senza erba”.

 

Da L’anno della vittoria di Mario Rigoni Stern

 

A tutti quei profughi avrebbero dovuto dedicare una lapide marmorea con la seguente dedica, scritta da Giovannino Guareschi, internato n. 6865:

Io esco senza nastrini e senza medaglie, ma vittorioso perché, nonostante tutto e tutti,

io sono riuscito a passare indenne attraverso questo cataclisma senza odiare nessuno.

 

Oltre alle vicissitudini dei profughi è bene anche ricordare le situazioni di pericolo e di ristrettezze vissute da tutti coloro che, nei dodici mesi di guerra intercorsi tra il mese di novembre del 1917 e quello del 1918, vollero rimanere nei territori occupati o nelle campagne, a ridosso della nuova linea del fronte, lungo la riva destra del fiume Piave.

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