“Vannacciani?” No, meglio l’autodefinizione “Futuristi”, si affrettano a precisare dalle parti del coordinamento del nuovo partito Futuro Nazionale
“Nomen omen“, nel tuo nome è impresso il destino ci hanno tramandato i latini, e nelle prime ore di vita del partito del Generale, la corsa al nomignolo che si attacca indosso è febbrile. Senza esagerazioni ma è così. Ma da dove arriva il prurito nel dover precisare a chiare lettere questa scelta? Chiariamo subito che la visione semantica conta, e allo stesso tempo il richiamo fascinoso al Futurismo di Tommaso Marinetti ci porta a ripercorrere un’epoca dove l’avanguardia artistica che ha rivoluzionato l’arte a più non posso, celebrando la modernità industriale, con il viatico di una linea estetica lontano dalle scelte accademiche, oggi poco si sposa con l’attualità, anche dopo la prematura dipartita di Vannacci dalla Lega, vissuta male dal Carroccio, e pensandoci bene, tanto per prendere le distanze, esiste anche un elastico tirato a più non posso non certo figlio della casualità, verso l’accostamento con Gianfranco Fini e del suo Futuro e Libertà, che vide il primo vagito nel 2010. Ma al di là dello smarcarsi per togliere ogni tipo di imbarazzo, conta la realtà, il quotidiano, dove Futuro Nazionale è già entrato nelle strategia politica, con la fiducia al governo, il voto alla camera e le preferenze, la battaglia contro l’immigrazione e il moto ondoso in aumento verso il transatlantico. Rivendicando nome, cognome e persino il logo, ma per questo si profila un’altra storia.
@Photo Credit by Wikipedia
Zero Biscuit di Mauro Lama
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