Il 22 agosto 2025, a Charlotte (North Carolina), la 23enne rifugiata ucraina Iryna Zarutska è stata uccisa a coltellate da un uomo che non conosceva mentre viaggiava in metropolitana. Sopravvissuta alla guerra in Ucraina, trasferitasi negli Stati Uniti con la famiglia per cercare una vita nuova, è morta in circostanze improvvise e crudeli. La diffusione dei video dell’aggressione ha scosso l’opinione pubblica americana, trasformando l’episodio in un caso politico e sociale che ci fa interrogare sulla violenza, sul destino individuale e sulla fragilità della condizione umana
USA. Il fatto di cronaca che andiamo a commentare riguarda l’omicidio su un autobus di una giovane donna, tra l’altro una rifugiata negli Stati Uniti, in modo brutale, uccisa, sgozzata, senza che ci fosse un motivo, da parte di una persona a lei non conosciuta. I due non si conoscevano. La riflessione va sicuramente alla questione della violenza di genere, ma attira anche un’altra riflessione su quello che è il destino individuale, di come alle volte il caso si accanisca su esseri indifesi e innocenti. Questa vicenda ha colpito profondamente ed è stata poi diffusa in tutti i media. Questa ragazza, sola, rifugiata, scampata alla guerra, che assolutamente, senza nessun motivo, viene letteralmente sgozzata su un autobus e muore senza neanche accorgersene.
Nel saggio biologico-filosofico Il caso e la necessità (1970), Jacques Monod, premio Nobel per la medicina, affronta proprio il rapporto tra la casualità e la necessità nella nascita della vita. Secondo lui, la vita è sorta per caso, ma ha potuto continuare ad esistere solo grazie a una necessità intrinseca: la capacità di replicarsi. La replicazione ha aperto la strada a nuove possibilità, a nuove varianti, a ulteriori casualità.
L’episodio della morte di Iryna richiama drammaticamente questo titolo: il caso e la necessità. Gli antichi Greci parlavano di tyché, il destino che avvolge ogni individuo dentro una trama già scritta, alla quale non si può sfuggire. Il destino, per loro, era ineluttabile: gli eventi potevano modificarne il corso, ma sempre entro i limiti di una struttura predeterminata.
In una prospettiva meno fatalistica e più razionale, possiamo invece dire che le possibilità di sviluppo di ogni individuo dipendono in larga misura dagli eventi e dalle circostanze. È ciò che si è verificato nel caso della giovane donna: un evento accidentale e casuale che, tuttavia, ha determinato una tragedia immensa. Il caso e la necessità non è soltanto il titolo di un saggio, ma diventa la chiave interpretativa di questa vicenda.
Violenza vuol dire violare un diritto fondamentale che ci appartiene, il diritto alla libertà e, specificamente, il diritto alla libertà di non avere paura. Tutti possiamo muoverci e pensare senza temere di essere offesi. Fiducia vuol dire non avere paura. Vuol dire scegliere sapendo che ciò che scegliamo di fare lo abbiamo deciso noi stessi. E quindi non possiamo diffidare di noi stessi.
Il caso della giovane donna aggredita e uccisa senza un motivo ci porta a riflettere sulla follia come alienazione. Ma ciò che compiono gli umani non può essere considerato alieno. I folli non sono “marziani”. Sono umani ma allora perché compiono azioni che non riusciamo a comprendere?
Tuttavia, possiamo inserire questa vicenda nel contesto più ampio della violenza di genere. Tutti deprechiamo azioni mosse da emozioni negative come l’odio e la rabbia che le donne, talvolta, suscitano nei maschi quando questi si sentono minacciati nella loro presunzione patriarcale di possesso e di onore. Arginare questo atteggiamento sembra spesso impossibile. Al maschio si perdona l’infedeltà, alla donna no. Il maschio può atteggiarsi come vuole; alla donna non è consentito. Il torto delle donne sta nell’essere giovani e attraenti.
L’educazione all’amore e alla libertà è compito degli adulti, che devono dare il buon esempio alle giovani generazioni. Si deve partire a tutto campo, sin dall’infanzia, ed educare le persone al rispetto, che non deve significare né sottomissione né prevaricazione.
Se introduciamo l’argomento malattia, sono cioè malati mentali e pertanto incapaci di intendere e di volere così come si ragiona sui codici giuridici. Se mettiamo a parte questa giustificazione forse semplicistica non possiamo comunque non sentire la assoluta nostra incapacità a comprendere.
Le emozioni quando sono eccessive si aprono alla incomprensione e alla impossibilità di prevedere. Le emozioni sono frutto della nostra mente che si attiva attraverso gli stimoli sensoriali che provengono dall’ambiente e dagli altri. Quindi la ragione di ciò che avviene si riferisce alle reazioni emotive che la presenza dell’altro suscita immancabilmente.
Quando la coscienza vigila ed è attenta le emozioni possono estinguersi o assumere una forma comprensibile.
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