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Una società alla deriva? Giovani e devianze

ITALIA. Dando uno sguardo ai titoli dei giornali, scorrendo tra i post digitali e ascoltando i vari programmi televisivi, è sempre più probabile imbattersi in notizie che riportano di un fenomeno allarmante, che sembrerebbe diffondersi a grande velocità nel territorio italiano e che viene identificato con il termine babygang.

La gang si può definire come “un gruppo interstiziale originariamente formatosi spontaneamente e poi integratosi attraverso il conflitto. È caratterizzato dai seguenti tipi di comportamento: rapporto faccia a faccia, colpi e scontri fisici, movimenti attraverso lo spazio come gruppo compatto, conflitto e pianificazione. Il risultato di questo comportamento collettivo è lo sviluppo di una tradizione, una struttura interna non dettata da riflessione, lo spirito di corpo, la solidarietà, la morale, la consapevolezza di gruppo e l’attaccamento a un territorio”.  

Questo aumento dell’attenzione mediatica, soprattutto durante e a seguito della pandemia da Covid-19, è solo in parte dovuto al diffondersi di una nuova sensibilità; la causa principale è l’incremento effettivo di episodi di microcriminalità che vede come protagonisti ragazzi molto giovani. Le restrizioni imposte al fine di contenere la diffusione del Coronavirus hanno avuto un forte impatto sulla vita dei ragazzi, inficiando negativamente il loro benessere personale. Oltre al fenomeno delle gang giovanili si riscontra un importante aumento di situazioni di marginalità, disagio psichico ed esclusione sociale che la letteratura indica come fattori di rischio rispetto a comportamenti devianti e antisociali.

La chiave per superare un simile risultato è certamente nella prevenzione, che in questo più che mai fa rima con educazione. La vulnerabilità di molti adolescenti verso i fenomeni di devianza è, infatti, connessa alla mancanza di un processo educativo che coinvolga e valorizzi le dimensioni emotiva e relazionale.

Il fenomeno evidenzia la necessità di un approccio integrato alla “devianza giovanile” che tenga conto degli aspetti famigliari, sociali, antropologici, psicopatologici. Una efficace strategia di prevenzione di tale forma di “devianza” richiederebbe la promozione, da parte delle istituzioni, di iniziative didattiche, sociali, culturali, sportive e religiose, educazione alla “legalità”, nonché prospettive occupazionali, creando “reti di orientamento” per indirizzare i minori verso un impegno civico che eserciti una forza attrattiva. In conclusione, va sottolineato che la maggior parte dei giovani si integra nei vari ambiti della società, purtroppo per quelli che scelgono la “devianza”, soprattutto criminale, dispiace definirli “gioventù bruciata”.

Dal punto di vista della psicologia dello sviluppo l’adolescenza è l’età di mezzo dominata dalla trasformazione e dal cambiamento, etimologicamente indica il passaggio dall’infanzia all’età adulta. Si tratta di una “stagione” della vita contraddistinta da una travolgente tempesta emotiva, dalla fiducia smisurata nelle proprie capacità, dal desiderio di valicare i confini sperimentandosi nella trasgressione della norma, etica e sociale. Il percorso che accompagna la costruzione della propria identità passa attraverso diverse esperienze in cui s’intrecciano eccessi, grandi idealismi, tristezze infinite, rabbia distruttrice e creatrice, addii e grandi inizi. 

Alle soglie della pubertà, il corpo che cambia e che assume sembianze che progressivamente si avvicinano a quelle adulte, le spinte irresistibili che conducono l’adolescente a separarsi ed allontanarsi dal “nido” per avvicinarsi sempre più al gruppo dei pari, la perdita del mondo fatato dell’infanzia e la definizione della propria identità che prende forma attraverso lo sguardo dell’altro e che trova nel senso di appartenenza al gruppo una struttura solida su cui appoggiare l’autostima e che sembra essere garanzia di inclusione sociale. Le tendenze trasgressive si scontrano con le difficoltà registrate dagli adulti, che sempre più offrono modelli educativi compiacenti ed indulgenti connotati dall’incapacità nel porre dei limiti; gli stimoli captati dai social media e dalla realtà virtuale, impoveriti di valori etico-morali e che esibiscono icone fondate sull’apparire, in conformità ad una società individualista ed utilitaristica, e sul vantaggio sociale conseguito attraverso l’uso della violenza, senza alcuna percezione del disvalore delle azioni commesse, tendono a plasmare il minore in cerca di riconoscimento, appartenenza e identità.

E in questo vortice che risucchia l’adolescente, s’inseriscono un connubio di fattori genetici, psicologici, sociali, familiari, culturali, economici, che creano un terreno fertile per slatentizzare quadri psicopatologici e gravi situazioni di disagio accendendo nel giovane un fuoco che si autoalimenta con la violenza e la criminalità lungo un continuum di gravità che conduce l’adolescente a cercare riparo, trovando talvolta nella criminalità il valore di Sé.

Alla luce della recente recrudescenza di alcuni fenomeni criminali che vedono come protagonista il giovane, come all’inizio di questa riflessione abbiamo esordino, l’approccio al fenomeno richiede una strategia di intervento congiunto e sinergico da parte di tutti i protagonisti della società civile, istituzionali e non, al fine di debellare ogni fattore che contribuisca ad alimentare i presupposti per lo sviluppo di forme di devianza minorile, cercando di coinvolgere anzitutto le famiglie che costituiscono l’humus “condizionante” in cui si sviluppa la personalità del minore, rappresentando l’aggregazione sociale che principalmente ha il compito primario di correggere i comportamenti devianti dei minori.

Un’efficace strategia di prevenzione della devianza giovanile richiede, in particolare, la promozione, da parte di tutte le Istituzioni coinvolte, di iniziative didattiche, sociali, culturali, sportive e religiose nonché di educazione alla legalità rivolte ai minori, in un’ottica di indirizzo verso forme di impegno che distolgano gli stessi dalla frequentazione di contesti criminogeni. Peraltro, non sempre il minore è in grado di saper valutare il disvalore delle proprie condotte e di soppesarne le conseguenze, anche sul piano penale, sottovalutando, altresì, il danno materiale e psicologico perpetrato alla vittima della sua condotta delinquenziale.

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