Felice Casson è stato magistrato tra i più noti in Italia, protagonista di importanti inchieste giudiziarie, e successivamente parlamentare. Oggi esprime una posizione fortemente critica sulla riforma della giustizia in discussione
Lei ha espresso una posizione netta contro la riforma. Qual è la ragione principale che l’ha portata a schierarsi per il no?
Devo dire che inizialmente avevo un atteggiamento di attesa. Quando è nato questo governo, ero curioso di capire come avrebbe affrontato il tema della giustizia, soprattutto considerando il ruolo del Ministro, che è stato magistrato.
Mi aspettavo interventi concreti sui problemi reali della giustizia: i tempi dei processi, che spesso sono lunghissimi; le difficoltà di accesso a una giustizia equa; la grave carenza di magistrati, cancellieri e personale amministrativo; i ritardi nell’informatizzazione, che ancora oggi non funziona come dovrebbe.
Invece ci troviamo davanti a una riforma costituzionale che non interviene su nulla di tutto questo. Non incide sul servizio giustizia, ma sugli assetti istituzionali. E questo è il punto: non migliorerà la vita dei cittadini, non ridurrà i tempi dei processi, non renderà il sistema più efficiente.
Lo stesso è stato riconosciuto anche da esponenti della maggioranza: questa riforma non ha come obiettivo l’efficienza, ma interviene sui cosiddetti “paradigmi costituzionali”. E allora il rischio è che si crei una grande illusione senza risolvere i problemi veri.
In che modo, secondo lei, la riforma mette a rischio l’indipendenza del giudice e del pubblico ministero?
Quando si sostiene che questa riforma servirebbe a rendere il giudice più indipendente e più terzo, si dice qualcosa che è al tempo stesso offensivo e infondato.
Offensivo perché implica che oggi i giudici non siano indipendenti, cosa non vera. Nel nostro ordinamento, il giudice risponde soltanto alla legge e alla Costituzione. È pienamente autonomo.
Ma anche il pubblico ministero, nella nostra Costituzione nata nel 1948, è indipendente. E questo è fondamentale. Veniamo da un periodo storico – quello fascista – in cui il pubblico ministero dipendeva dal governo e dal Ministro della giustizia. Eseguiva ordini.
Se tornassimo, anche indirettamente, a un sistema in cui il pubblico ministero è più esposto all’influenza del potere politico, si aprirebbero scenari molto pericolosi. Pensiamo a indagini su reati commessi da esponenti della maggioranza: un pubblico ministero non pienamente indipendente avrebbe davvero la libertà di agire?
L’autonomia del pubblico ministero è una garanzia per tutti i cittadini, non un privilegio della magistratura. Indebolirla significa indebolire lo Stato di diritto.
La riforma del Consiglio Superiore della Magistratura è uno dei punti più discussi. Quali sono le principali criticità nel nuovo modello?
Il Consiglio Superiore della Magistratura è stato pensato dalla Costituzione del 1948 come presidio dell’autonomia della magistratura rispetto alla politica. È un organo unitario, con una funzione chiara: gestire carriere, trasferimenti e disciplina dei magistrati senza interferenze esterne.
La riforma propone invece di smembrare questo sistema in tre organismi: uno per i giudici, uno per i pubblici ministeri e un’Alta Corte disciplinare. Questo comporta una frammentazione che indebolisce il sistema.
È una logica che si potrebbe riassumere con “divide et impera”: dividere per controllare meglio.
Ci sono poi criticità molto forti sul piano delle modalità di selezione. Il sorteggio per i magistrati è totale, e questo è umiliante per la professionalità: significa dire che non siamo in grado di scegliere le persone migliori.
Per i membri di nomina politica, invece, il sorteggio è solo apparente: nella realtà, continueranno a essere scelti attraverso logiche di appartenenza ai partiti.
Il risultato è un sistema meno razionale, più costoso e potenzialmente più esposto all’influenza politica.
Quali sono le criticità legate al nuovo sistema disciplinare e all’Alta Corte?
Ci sono aspetti che, da giurista, considero molto preoccupanti. Ad esempio, si prevede che un magistrato condannato dall’Alta Corte non possa fare ricorso a un giudice diverso: sarebbe la stessa Corte a riesaminare la decisione. Né potrebbe ricorrere in Corte di Cassazione, come previsto per tutti i cittadini dall’art. 111 della Costituzione.
Questo contrasta con principi fondamentali del nostro ordinamento, come il diritto al ricorso e la necessità di un giudice terzo nel grado successivo.
Inoltre, l’Alta Corte avrebbe anche il potere di giudicare gli illeciti disciplinari, stabiliti da una maggioranza politica qualsiasi con legge ordinaria, per di più con una composizione in cui la componente politica avrebbe un peso significativo.
Questo apre scenari pericolosi: si potrebbero considerare illeciti comportamenti che fanno parte del normale esercizio della funzione di un magistrato, come esprimere opinioni giuridiche su leggi o riforme.
In sostanza, si rischia di creare uno strumento di controllo sulla magistratura.
Come si può ricostruire un rapporto equilibrato tra potere politico e potere giudiziario?
La risposta teorica è semplice: ciascun potere deve rispettare i propri limiti e le proprie funzioni, come previsto dalla Costituzione.
Ma nella pratica è più complesso, perché negli ultimi anni si è visto un crescente fastidio verso i controlli di legalità: quelli della magistratura, della Corte dei conti e persino della stampa.
In uno Stato di diritto, invece, il controllo è essenziale. Non si tratta di “remare tutti dalla stessa parte”, ma di rispettare le regole.
La Costituzione viene prima di tutto: prima del governo, del Parlamento e anche della magistratura. Se si parte da questo principio, l’equilibrio si mantiene.
Se potesse riscrivere la riforma, quali interventi riterrebbe davvero utili per migliorare la giustizia?
Innanzitutto non serve una riforma costituzionale, e tantomeno una riforma imposta dal governo senza un vero confronto parlamentare.
Servono invece interventi concreti: aumentare gli organici, perché oggi molti uffici hanno carenze anche del 30-50%; investire seriamente nell’informatizzazione; rendere più efficiente il lavoro degli uffici giudiziari.
E poi servono norme a tutela reale dei cittadini. Negli ultimi anni, invece, sono stati eliminati o ridotti strumenti importanti come l’abuso d’ufficio o il traffico di influenze illecite, e sono stati limitati strumenti investigativi come le intercettazioni.
Questo dà l’idea di una visione in cui la magistratura viene vista come un problema da contenere, più che come una garanzia per i cittadini.
Se vogliamo migliorare la giustizia, dobbiamo partire dai bisogni reali delle persone, non da interventi sugli equilibri costituzionali che rischiano di indebolire le garanzie.
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