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Una piccola Spoon River a Treviso

5 minuti di lettura


Segni e voci del passato nell’antico cimitero di Santa Bona

L’Antologia di Spoon River è una originalissima raccolta di poesie, che in realtà sono degli epitaffi degli abitanti di un paesino immaginario sulle rive dell’omonimo fiume, scritta da Edgar Lee Master nel 1915, che è divenuta famosa grazie all’album del 1971 di Fabrizio De André Non al denaro né all’amore né al cielo, liberamente tratto dall’omonimo libro, fatto conoscere a lui da Fernanda Pivano, una traduttrice, scrittrice, giornalista e critica musicale italiana, appassionata di cultura americana.

In realtà questo racconto della vita delle persone attraverso la lettura delle lapidi un cimitero, serviva all’autore per demistificare la realtà di una piccola cittadina rurale americana, con rimandi incrociati che permettono di allargare lo sguardo sull’intera comunità; per ognuno di loro si forniscono informazioni sulle vite, sulle loro perdite e sconfitte e la ragione della loro morte.

La stessa operazione è stata fatta, desumendo le informazioni dalle lapidi presenti nell’antico cimitero di Santa Bona, che dal 1772 al 1922 ha così raccolto testimonianze relative sia a persone celebri, che a persone comuni, ma anche a prelati che hanno eletto questo luogo come il segno della loro memoria terrena.

L’antica chiesa di Santa Bona era sorta nei pressi dell’omonima porta in borgo esterno alla città nel 1153, per conservare le reliquie della santa. Con la costruzione delle mura rinascimentali nel 1513 i borghi esterni e quelli più interni a ridosso del terrapieno furono rasi al suolo fino alla distanza di 500 metri dalle mura. Il borgo di santa Bona fu uno dei più devastati e in questa occasione anche della primitiva chiesa si persero le tracce.

Solo nel 1750 il Senato della Repubblica di Venezia concesse la ricostruzione della chiesa che iniziò nel 1759 con la posa della prima pietra e terminò nel 1771 con la benedizione del Vescovo Paolo Francesco Giustiniani.

Con l’entrata in funzione della nuova chiesa, iniziarono anche le sepolture nel cimitero attiguo, che avvenivano prevalentemente per terra, per inumazione. La tumulazione in tombe, collocate per lo più nel periodo esterno, sarebbe intervenuta solo più tardi e riservata a poche famiglie.

A Treviso, dopo la soppressione degli ordini religiosi nel 1808, per effetto del regime napoleonico, le parrocchie urbane furono ridotte da 17 a 5. Per cui le parrocchie all’esterno della città furono ridisegnate ed acquisirono maggiore importanza, come successe per Santa Bona ed il suo cimitero.

Dopo la parentesi del periodo napoleonico, dal 1813 al 1866, Treviso tornò sotto la dominazione austriaca e poi sotto il regno d’Italia. Intanto il Comune di Treviso andava elaborando un nuovo Regolamento di Polizia Mortuaria, che prevedeva, tra l’altro un nuovo cimitero comunale interfrazionale proprio nel territorio di Santa Bona, che avrebbe iniziato le inumazioni dal 1 gennaio del 1923. Per cui da quella data furono vietate le costruzioni di nuove tombe e sepolture nel suo cimitero parrocchiale.

Sospese le sepolture, negli anni successivi i resti dei defunti vennero pian piano recuperati e ricongiunti alle tombe familiari o inseriti nell’ossario comune del nuovo cimitero, fino agli anni ‘50-’60, quando tutto lo spazio delle inumazioni venne liberato e divenne l’attuale sagrato. Quello che era stato il vecchio cimitero di Santa Bona, avrebbe comunque continuato ad essere luogo della pietà e del ricordo dei famigliari ivi sepolti.

E proprio per questo, il Progetto Spoon River è nato nel maggio del 2023, dall’idea del parroco Don Federico Testa, per recuperare volti e storie di tanti compaesani evocati dalle lapidi ancora presenti sul recinto esterno e sul muro perimetrale della chiesa edinsieme di ripercorrere un tratto significativo della storia della comunità.

Il Comitato scientifico, composto da Maurizio Bandiera, Lino Bianchin, Luciano Franchin, Filomena Mancini, Eugènie Reginato, coordinato da Gianni Tosello si è assunto perciò il compito di realizzare il progetto, dando inizio all’attività di studio e ricerca sulle 115 lapide, che commemorano 145 defunti, fotografandole e trascrivendole, in un primo tempo e poi con la ricerca storica negli archivi di Stato, della Diocesi e in quello parrocchiale.

Sulla base dei testi è stato promosso anche un concorso di scrittura e prosa e poesia per gli studenti delle scuole del territorio, Licei e Medie, aperto anche alle persone interessate.

Tra le persone illustri qui sepolte, anche Sofia Spineda, che conobbe e frequentòAglaia Anassilide, poetessa dell’Arcadia, il cui vero nome era Angela Veronese. Pur essendo nata a Biadene, Angela seguì ilpadre giardiniere presso Ca’Zenobio a Santa Bona. Poi la famiglia si trasferì presso i Nobili Albrizzi, nella loro villa sul Terraglio, dove ebbe modo di conoscere Ippolito Pindemonte ed Ugo Foscolo, nonché altri illustri intellettuali del tempo.

A Breda di Piave ebbe senz’altro modo di incontrare la giovane Sofia Spineda, che fin dall’infanzia disdegnò la vita mondana della villa, ponendo la sua attenzione sulle persone più povere e sfortunate. Decise così di ritirarsi in una sua proprietà a Santa Bona.

Sofia Spineda, per sue volontà testamentarie volle perciò essere sepolta nel cimitero accanto alla chiesa, dove lasciò i fondi per costruire una torre campanaria.

Se le vicende dolorose attirano particolarmente l’attenzione, è singolare il caso di Giuditta Coletti Bonomi, giovane sposa morta a soli 34 anni, unica ad essere ricordata in ben due lapidi(24), una dei genitori, grande, importante ma di poche parole. Collocata sul muro della chiesa c’è l’altra(80)più modesta, con fotografia con delle parole dettate dal marito.

Unica rimasta delle grandi tombe di famiglia, eretta a pietoso ricordo e colla mesta brama di riposare accanto a loro diletti è la tomba delle famiglie Bozza -Coppitz(75).

Vi è anche una piccola cappella posta accanto alla chiesa (22): è quella dei vescovi di Treviso Federico Maria Zinelli e Giuseppe Apollonio.

Fra le cause di morte, quando vengono riportate, c’è senz’altro la malattia, in particolare vajolo, colera, pellagra e la tubercolosi.

Ma c’è un’ altra chiave di lettura della morte che si può cogliere attraverso le lapidi: quella di una fede cristiana vissuta e trasmessa dai sacerdoti della comunità raccolta in modo sicuro dai fedeli.

Sulle lapidi vi sono anche elencazioni di virtù e valori che i defunti hanno perseguito in vita e sono indicati come esempio di chi resta. Inoltre vi si trova un forte legame della vita oltre la morte. Perché la morte in definitiva nonè che un transito che permette di ricongiungesi con coloro che ci hanno lasciato prematuramente.

Un altro aspetto rilevante riguarda i simboli presenti nelle lapidi: la croce unita all’ulivo, segno di redenzione e di pace; la lampada accesa, che invita a vigilare; l’alfa e l’omega, che rappresentano l’inizio e la fine; la clessidra con le ali, chiusa tra le sbarre, che ricorda la volatilità e la tirannia del tempo; il tricorno, la berretta dei sacerdoti e la stola per ricordare la dignità della persona sepolta. Infine l’uroboro, il serpente che si morde la coda formando un cerchio è simbolo della continuità.

Tutte queste informazioni sono contenute nel libro edito da Editrice San Liberale, che si intitola “Il racconto delle lapidi: segni e voci nel passato nell’antico cimitero trevigiano di Santa Bona” e stimola chi lo legge a visitare altri cimiteri, non solo quelli monumentali di Milano, di Roma che contengono le sepolture di persone illustri, ma anche a quelli delle nostre zone, in cui dalle tombe si possono evincere delle informazioni su chi è mancato, sui tratti salienti della sua vita, di quanto è stato amato o ha fatto del bene.

In questo momento epocale, in cui la maggior parte delle persone defunte sono cremate e le loro ceneri vengono spesso disperse. Questo progetto e questo libro hanno voluto raccogliere la sfida di rivalutare questo spazio delle lapidi e ciò che esso rappresenta: un invito alla meditazione nel silenzio orante.

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