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Un racconto di Mogliano Veneto durante la Grande Guerra

Il nostro lettore Dario Dessì ha condiviso con noi alcune note sulla storia di Mogliano Veneto durante la Grande Guerra   Mogliano Veneto, venerdì 14 giugno 1918   “Questa sera le lucciole non ci distraggono e i canti lenti

Il nostro lettore Dario Dessì ha condiviso con noi alcune note sulla storia di Mogliano Veneto durante la Grande Guerra

 

Mogliano Veneto, venerdì 14 giugno 1918

 

“Questa sera le lucciole non ci distraggono e i canti lenti e solenni dei soldati non si levano. Su Treviso piombano da varie ore con metodica asprezza le granate austriache con evidente scimmiottatura del cannonissimo che bombardò Parigi per precorrere con il terrore l’avanzata che doveva essere travolgente e poi si arrestò anche prima di quel benedetto fiume che si ostina ad attrarre i soldati del Kronprinz e a ributtarli beffati e bastonati.
A oriente e a nord di Treviso, però nella notte, la cannonata si estende, s’intensifica, punteggia di vampe il gran arco di cerchio che il Piave disegna tra il Montello e Caposile. Sull’ampia strada alberata (Il Terraglio), che abbiamo dinanzi, le
ambulanze italiane e inglesi fanno la loro spola pietosa. Vedo il viso dolce di Hilda Winne, seduta al volante, passare e ripassare già tutto contratto nella sua maschera d’energia delle sue ore di battaglia caritatevole. Ivor Bevan, il suo capitano, è presso di lei; una coppia d’energia che dal Belgio alla Polonia, alla Persia, i centrali si sono trovati contro imperterrita. Saettano via nelle ambulanze anche i feriti borghesi di Treviso. Verso il mattino piove e appare il sole; il bombardamento cresce ancora.
Il passaggio dei feriti è più notevole. Sappiamo che la grand’offensiva è sferrata, ma sappiamo anche che essa era prevista e che nel possibile fu prevenuta. L’albagia austriaca frustrata a sangue si vendicherà col dire di aver essa stessa prevenuta una grand’offensiva italiana.
È inevitabile che ogni grande offensiva segni nel primo tempo un arretramento del difensore. È proprio inevitabile? Sulla carta il computo dei chilometri tra il Piave e Treviso, tra il Piave vecchio e Venezia, ci sembra più meschino di quel che speravamo.
Quale misura d’elasticità dovremo subire sotto il primo urto? Vado a cercare la risposta tra i fanti delle nostre Brigate: Il fante è allegro. Un po’ irrequieto, ma allegro. Tende l’orecchio alla fronte e sentenzia sul settore nel quale sarà lanciato tra poco. Giro, chiacchiero, stuzzicò la sua istintiva sapienza guerriera che non chiede che di essere interrogata. Il fante assicura che si può essere tranquilli: tutto andrà bene.
I sardi dubitano ancora di una cosa: se dovranno arrivare in linea a piedi o in autocarro. Un tempiese alto come un granatiere, che da tre anni salva la pelle e le posizioni ove l’arrischia,. annuncia laconico: in camion andremo. E subito, tutti gli altri ne sono persuasi. In camion. E, allora di che temere? L’unica paura era quella: marciare. I sardi non amano marciare. Sotto la mitraglia, si, perché quello non è marciare: è fare l’avanzata. E, di fare l’avanzata non dubitano nemmeno.
Intanto poiché fra poco dovranno partire, si affannano a riordinare tra giubba e camicia certe imbottiture di lettere, cartoline, libercoli, che mettono alla disperazione i loro superiori sognanti invano di farne soldati eleganti. Dovete partire… E chi ve l’ ha detto? Ridono della mia ingenuità: Eh se c’è da vincere, noi ci vuole!… Ridono il loro viso bianco e quadro, ma dicono sul serio. Le Frasche, lo Zebio, Col del Rosso… Si può contraddirli? Il fante non sbagliava: il fante non sbaglia mai: La Sassari e la Bisagno partono. Non sappiamo ancora nulla di preciso sul loro impiego, se non questo: che è necessario che la nostra Divisione (La 33°) – quella che il Duca segnalerà come la divisione dall’indomabile volontà di vincere accorra dove il nemico preme e dilaga.
E, il fante aveva ragione anche in questo: che la Sassari partirà in autocarro”.

 

Da Fanterie sarde di Ezio M. Gray.

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