È il racconto di Anna Rossetto di Preganziol, terza classificata al Concorso Letterario Nazionale Rosso d’Inverno promosso dal Comune di Casier. “Siamo davvero felici per questo ulteriore premio che viene consegnato ad Anna, che va ad aggiungersi a una serie di riconoscimenti di recente attribuzione che testimoniano la sua l’affermazione in campo letterario. Le facciamo il Nostro più grande in bocca al lupo per il suo percorso!”, commenta Paolo Galeano, Sindaco di Preganziol.
È un insolito caldissimo pomeriggio di fine novembre; le decorazioni natalizie sparpagliate nelle vetrine dei negozi sembrano totalmente fuori luogo e fuori tempo. Rientro a casa da scuola molto tardi. I laboratori artistici del professore sono davvero interessanti ma l’entusiasmo del docente nella spiegazione sfora sempre tranquillamente di oltre mezz’ora l’orario scolastico. Sono quindi le sette di sera appena trascorse. Le luci di casa spente tranne la lampada nell’angolo del soggiorno, mia madre dietro la finestra, la tenda spostata, lo sguardo fisso verso la casa di fronte alla nostra, in mano la tazza del caffè ormai tiepido.
“Vedi”, mi dice sentendomi arrivare alle sue spalle e riconoscendo il tonfo dello zaino sul divano, “ancora…”. Mi avvicino, intravedo, nel buio violato dalle fioche luci del giardino, un vecchio seduto in terrazza, le braccia conserte, lo sguardo fisso verso la luna. Lucino. In realtà, il suo vero nome è Luciano, padre di Elisa, mia madre. Insomma, mio nonno. Da piccolo non riuscivo a pronunciare bene il suo nome, ma Lucino mi usciva benissimo e velocemente. Così lo battezzai, di fatto, nuovamente. Abita di fronte a noi, cioè, noi abitiamo di fronte a lui. Essendo ovviamente più vecchio di tutti, è riuscito, lavorando come un mulo, a comprare casa prima per sé e poi anche per sua figlia, cosa per la quale mia madre emana gratitudine da tutti i pori. Da qualche tempo però nonno Lucino si comporta stranamente.
Mamma è preoccupata. Diciamola tutta: mamma è sempre preoccupata. Per la sua famiglia, per tutti noi. Tipico delle madri, ma in questo momento il protagonista assoluto della sua ansia è il nonno. Nonna Adelina se n’è andata tre anni or sono e mamma all’epoca se ne era fatta una colpa. La malattia era stata fulminea e devastante. “Avrei dovuto farle fare dei controlli”, diceva sempre, anche se tutti noi continuavamo a ripeterle che a nulla sarebbero valsi, visto che nonna stava bene e che, come anche i medici avevano sentenziato, esistono delle malattie che si insinuano subdolamente, non sono prevedibili e sferrano il loro unico e ultimo attacco senza che noi possiamo farci nulla. Nonno fu una roccia. Consolava tutti, con gli occhi lucidi e la voce tremante, era forse più preoccupato per la nostra sofferenza che per la sua. In questo somiglia molto a mamma. Tuttavia i primi tempi dopo la dipartita di nonna furono essenzialmente sereni e rassegnati. Da qualche mese però Lucino ha adottato una singolare abitudine.
La sera, quando il tempo lo permette e la luna viene appesa dal buon Dio sul manto stellato, si siede in terrazza e la osserva. Questione di poco tempo, mezz’oretta al massimo, ma il rituale è sacro. Si porta fuori una sedia, ci mette sopra un paio di cuscini, uno sulla seduta e uno sullo schienale, la tazzina di caffè in mano, anche in questo somiglia a mamma, e si accomoda come fosse nella sala di un cinema. Mamma ha iniziato immediatamente ad angosciarsi, convinta che stia uscendo di senno ma non sa come affrontare un possibile discorso riguardo a quello strano comportamento. Si poteva capire una sosta serale in terrazza con la bella stagione, ma è novembre, ok è più caldo del solito… insomma non l’ha mai fatto, non è normale.
Guardo di sottecchi mamma che inizia a mangiarsi le unghie, segno di preoccupazione all’ennesima potenza. “Vabbè vado…” ho detto, sapendo che si sarebbe un po’ sollevata. Attraverso a passo veloce la breve distanza tra le due abitazioni, la luna ovviamente mi segue come rincorre praticamente tutte le persone che la guardano in ogni posto del mondo. Io non faccio certo eccezione. Lo chiamo dal giardino; nonno Lucino, con i suoi tempi, mi viene ad aprire. Entro in un tempo diverso dal mio. L’arredamento anni ottanta conferisce alle stanze un’aura di antica modestia e funzionalità. I colori non sono esattamente sobri, il mobilio austero ma i miei ricordi di bambino tra quelle mura mi fanno
amare il tutto alla follia. Lo seguo senza parlare in terrazza, dove si accomoda di nuovo a braccia conserte e riprende ad ammirare quel cerchio pallido e maculato. Resto in silenzio, da dove posso cominciare? Come, cosa chiedere? Per fortuna inizia lui.
“La vedi?” mi dice indicando la luna “Ti starai chiedendo cosa sto a fare qui fuori”. Un’alzata di spalle mi salva dalla risposta positiva. “Conobbi tua nonna Adelina nel 1980, entrambi avevamo venticinque anni. Io ero un ragazzone impacciato e pure un po’ rude, lei una ragazza timida e riservata.” La nonna? Ma se avrebbe potuto fare un corso di disciplina ad un plotone d’esercito!
Nonno riprende: ”Non sapevo come farmi notare e decisi di prenderla in giro per vedere come avrebbe reagito. In quell’anno era uscita una canzone molto romantica dal titolo “Luna” ed io, da imbecille qual ero, iniziai a chiamarla, anziché Adelina, Adeluna. La speranza era che associasse la distorsione del suo nome al brano che conteneva tutte le parole che avrei voluto dedicarle. Sai, era bionda e aveva la pelle chiarissima. Era una di quelle che arrossiscono, che ti fanno quel mezzo sorriso, quelle a cui mancano le parole e se rispondono, lo fanno sempre in modo imbarazzato perché vanno in panico totale”.
Io continuo a pensare che stiamo parlando di due persone diverse, le ramanzine di nonna, quelle serie, me le ricordo una per una.” Al primo appuntamento le ho donato dei fiori, poi l’ho portata a ballare, proprio come nella canzone.“ Nonno sospira, mentre mi trascina di peso nei suoi ricordi; non è facile per me adolescente degli anni 2000 immaginare i nonni nel pieno della gioventù. “Da quel momento per me tua nonna non fu più Adelina, ma Luna. Evidentemente il doppio battesimo è un vizio di famiglia” .
Nel buio vedo nascere un mezzo sorriso. “Così, quando litigavamo, per stemperare la discussione, le cantavo un pezzo di canzone e lei o si arrabbiava di più, allora erano guai seri, oppure scioglieva le redini e sbolliva rapidamente”. Maddai, la nonna. Non riuscivo a crederci. “Luna non essere arrabbiata dai non fare la scema, il mondo è piccolo se visto da un’altalena, sei troppo bella per sbagliare. solo tu mi sai capire, Luna. Questa frase era l’offerta di pace, che ridimensionava il bisticcio, che gettava la cima da una nave all’altra in un mare in burrasca. E se la tempesta non era troppo violenta, per cui occorreva del tempo per calmare le acque, tua nonna acchiappava quella cima e le cose tornavano più o meno tranquille.”
Non li avevo mai visti litigare, i nonni; forse io ero arrivato quando le preoccupazioni, quelle grosse, si erano già esaurite. O forse perché, come dice mia madre, dopo una certa età le prospettive cambiano, le priorità si modificano, poche restano tali, altre scompaiono.
“Ci siamo sposati a maggio”, continua il nonno, sempre guardando la luna “come diceva la canzone; la canzone diceva anche che io non avrei mai messo la testa a posto, che sono pieno di contraddizioni e adoro le complicazioni. È vero. Ho amato tua nonna con tutto me stesso, abbiamo avuto contrarietà, affrontato e superato tanti ostacoli, disintegrato problemi, ci siamo adattati alle situazioni che non potevamo cambiare. Insieme, sempre insieme. Ed ora lei è lassù, da qualche parte”. Così dicendo indica la luna, restando con il braccio teso qualche minuto in più, quasi a volerla raggiungere e toccare. Non c’è tristezza nella sua voce.
Avverto dell’altro. Consapevolezza, forse, rassegnazione certamente. Ma c’è dell’altro ancora. Sogno, fantasia. Nonno Lucino guarda la luna mentre ricorda, mentre sogna la sua Luna personale che ha avuto accanto per tanti anni.
Timida, pallida, di poche parole ma in grado di crescere e maturare assieme a lui, di riempire di gioia una vita intera, così come la luna riempie, nel suo massimo splendore, il pezzo di cielo sopra la casa di nonno Lucino. Lui ha ripreso a guardare il firmamento, stasera particolarmente affollato. Gli assesto una leggera pacca sulla spalla e lui, al solito, finge un dolore indicibile, come quando ero bambino.
È vero nonno, non hai ancora messo la testa a posto. Me ne vado, un po’ malinconico, un po’ turbato, un po’ contento. Dirò a mamma che nonno Lucino sta bene, non sta perdendo il lume della ragione. Anzi, le dirò che ha trovato un lume nuovo, quello con cui ricordare e, in qualche modo, rivivere ciò che è stato e che non sarà mai più.
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