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Un incontro ravvicinato

4 minuti di lettura

Oggi ricorre la giornata mondiale dell’elefante, e vorrei raccontarvi di una delle mie personale esperienze che ho avuto la fortuna di vivere con questi straordinari animali.

Non ricordo quando ho visto l’elefante per la prima volta. Sono nato in Africa dove ho vissuto per molti anni e lui, l’elefante, il più grande mammifero terrestre, è sempre stato in cima alla lista delle mie passioni per il mondo animale. Mi affascinano la fierezza, l’intelligenza, la forza, la memoria ma anche la dolcezza di questo straordinario animale.  Storicamente l’elefante occupa un posto speciale nel mondo. Nella tradizione buddista l’elefante bianco è l’ultima reincarnazione di Budda prima che rinascesse come uomo, per gli induisti l’Ashtadiggajas o governo del mondo e delle sue direzioni è costituito da 8 elefanti, Ganesha è il dio elefante / uomo che rappresenta saggezza, arti, intelligenza. I romani amavano l’elefante tanto da scolpirlo sui capitelli e riproporlo spesso nei loro straordinari mosaici come quelli di Ostia Antica o la raffigurazione del Nilo che si può ammirare nel museo di Palestrina. Ma anche nell’antica Cina era considerato simbolo di forza. Temibili macchine da guerra, gli elefanti erano strategici nelle battaglie degli indiani contro Alessandro Magno o del generale cartaginese Annibale … In India poi tutt’oggi gli elefanti hanno ruoli importanti nella vita rurale dei contadini ma anche in quella religiosa.

Non sono pochi i collezionisti di statuine di elefanti rigorosamente con la proboscide rivolta all’insù quale prezioso elemento della buona sorte, così come l’esposizione di grandi elefanti di pietre pregiate adornano lussuosi alberghi dell’Africa e dell’Asia. E si potrebbe continuare con tante peculiarità dei rapporti mitici fra questo animale e l’uomo.

Veder da vicino gli elefanti nelle grandi pianure africane, osservare le grandi zanne fra i rami d’acacia, vederli bere, fare il bagno nelle pozze o nei fiumi è qualcosa di unico che non si dimentica. E quello che segue è uno dei miei personali “incontri ravvicinati” con loro … gli elefanti! 

“Montato il campo a ridosso del fiume[1] mi addormento con il rumore dell’acqua che scorre tranquilla. Poi, disturbato da qualcosa mi sveglio di soprassalto. Sono le 04,00 del mattino. Prendo la torcia e vedo Marcella che mi fa cenno di fare silenzio. Sentiamo rumore di rami spezzati.  Proprio questa notte che non abbiamo ritenuto opportuno predisporre dei turni di guardia! Con le precauzioni del caso, apro molto lentamente la cerniera lampo della tenda per vedere cosa stia accadendo. A non più di quattro metri scorgo un elefante con due zanne gigantesche[2] che, al chiaro di luna, nel mezzo del nostro campo, sta scuotendo e strappando alcuni rami di un albero mopane con la proboscide allo scopo di far cadere per terra i grossi semi. Poi con grande perizia e delicatezza li raccoglie con la proboscide portandoli alla bocca.[3] Avvertiamo anche un forte rumore sul retro  della nostra tenda. Apro anche questo lato giusto in tempo per vedere altri due elefanti, uno è un cucciolo, che passano davvero vicinissimi alla tenda. Sono diretti al fiume. Sentiamo distintamente soffiare, è un verso simile al gorgoglio che in genere precede un barrito. Il caratteristico forte odore di selvatico invade la tenda. Bisogna fare silenzio perché qualsiasi rumore o peggio qualsiasi fonte di luce potrebbe spaventare questi animali e indurli a reagire con conseguenze disastrose. Poco più avanti si notano altre ombre. Deve essere un branco. Un grosso maschio sembra fare la guardia: si è posizionato fra i due fuoristrada sui cui tetti sono montate la tenda di mio figlio e di un amico, distanti fra loro non più di tre metri. L’elefante, con una precisa cadenza sposta la proboscide a destra e a sinistra come se volesse tenerle sotto controllo. Anche questo esemplare ha delle zanne straordinarie. Per circa un’ora il branco continua a girare nel campo, poi dirige verso il fiume. È soltanto allora che esco dalla tenda. È ormai l’alba e il fiume comincia a tingersi di rosa. Adesso posso vedere a pochi metri questi magnifici pachidermi distintamente nell’acqua. Incuranti di noi, bevono, si spruzzano l’acqua raccolta con la proboscide sul corpo sia per rinfrescarsi sia per liberarsi dai parassiti, scompaiono sott‘acqua lasciando fuori, come fosse un periscopio, solo una piccola parte della proboscide. Possono bere fino a 190 litri d’acqua al giorno. Le proboscidi, sventolano nell’aria perché hanno un gran da fare! Che organo straordinario che è la proboscide! È composta da ben 100.000 muscoli che consentono all’elefante di aspirare l’acqua, afferrare rami, spezzarli, scuoterli e percepire i pericoli. Ma è anche un sofisticato strumento che gli permette di fiutare una pozza d’acqua a chilometri di distanza e di comunicare con i suoi simili.  Quando i branchi si incontrano, questi animali utilizzano la proboscide per socializzare toccandosi reciprocamente ed emettendo dei richiami talvolta impercettibili all’essere umano.

E che dire delle grandi zanne? Sono meravigliosi strumenti anch’essi indispensabili alla vita dell’elefante. Le usano per difendersi, per combattere fra maschi e affermare il dominio sul branco, per abbattere alberi.  Ma le zanne sono preziose anche per scavare in cerca di acqua o radici o per rimuovere banchi di terra in cerca del sale che sanno dove trovare. Purtroppo sono anche la causa del pericolo di estinzione di questi animali per la caccia forsennata dell’uomo per il valore che l’avorio ha avuto da secoli nel mondo. Ma spero tanto che la sensibilizzazione a livello mondiale, la proibizione del commercio dell’avorio e la strenua lotta portata avanti contro la caccia di frodo diano risultati positivi

Adesso l’acqua del fiume è turbolenta! I pachidermi scuotono le grandi orecchie, che hanno la funzione di termoregolatori della temperatura corporea, librando nell’aria gocce d’acqua che, intercettate dai primi raggi del sole nascente, si illuminano come per magia. Sì! È un magnifico branco numeroso, con tanti piccoli, che ci regala uno spettacolo straordinario e senza tempo.  L’acqua del fiume Chobe scorre silenziosa. Gli animali lasciano il fiume e riprendono lentamente la loro marcia, chissà forse in cerca di altri gustosi semi che pendono dalle fronde degli alberi mopane. In lontananza, nel bel mezzo della grande radura, scorgo la sagoma di un elefante solitario avvolta dalla bruma del mattino. Echeggia un barrito lontano. [1]


[1] Tratto da “Attraverso l’Africa Australe, diari di viaggio” di Carlo Franchini ed. IPZS.

[1] Fiume Chobe, Botswana

[2] Le zanne di un elefante maschio adulto possono raggiungere 100 kg di peso e oltre 3 mt di lunghezza

[3] Questi animali possono ingerire semi, foglie ed erba fino a 150 kg al giorno

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