Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!
Martedì.
Lo studio della psicologa era freddo, quel giorno.
In realtà, lo era sempre. Da quando aveva iniziato il percorso di terapia, non v’era stata una seduta in cui non avesse provato quel gelo. Le torturava le dita delle mani, perennemente tinte di viola. Le accarezzava le guance scavate. Lo percepiva persino negli occhi, dietro le iridi, quasi uno spiffero penetrasse da una botola socchiusa nei meandri della sua mente.
La stanza era piccola. Le pareti bianche erano ricolme di scaffalature, in difficoltà sotto il peso di almeno un centinaio di volumi variopinti. I murales azzurri e gialli; la lampada e la sua luce calda; persino lo scricchiolio del legno per terra: ogni scelta, ogni oggetto, ogni colore in quell’ufficio cercava disperatamente di trasmettere calore, accoglienza, familiarità.
Agli occhi di Alma, risultava grottesco.
Lo sguardo le cadde sull’orologio che ticchettava impettito, in bilico su una mensola: quattro e un quarto.
La psicologa era in ritardo.
Non fece in tempo a rincrescersene, che la porta si spalancò di scatto, cigolando una protesta.
“Scusami, tesoro. Il traffico.” La psicologa entrò a passo spedito e borbottò qualcosa, mentre appoggiava borsa e cappotto sulla scrivania. Quando si voltò, le rivolse un sorriso imbarazzato.
Nadia era una donna di quarant’anni, o giù di lì; portava i capelli ricci costantemente raccolti
in una crocchia disordinata. Indossava sempre qualcosa di giallo: quel giorno, si trattava di una calzamaglia. Si sedette di fronte alla ragazza, le gambe incrociate.
“Come stai?”
La domanda era sempre la stessa.
“Bene.”
Anche la risposta.
La psicologa la scrutò, gli occhi scuri segnati dalla stanchezza.
Era in attesa.
Alma era consapevole di non renderle il lavoro facile. Parlava, ma non comunicava. Aggirava le domande come se potessero scottarla. Inghiottiva le parole, e lo stomaco brontolava.
Il silenzio s’accomodò fra loro.
Ormai era abituata al fatto che, prima o poi, sarebbe stata Nadia a spezzarlo, cercando nuovi modi per intrufolarsi nei suoi pensieri. Alma si sentiva quasi orgogliosa del fatto che non avesse ancora trovato la porta d’ingresso.
Eppure, quel giorno, Nadia non parlò.
Alma non osò alzare lo sguardo.
Si perse nelle venature del legno sotto le sue scarpe. Ne seguiva le morbide curve fino ad arrivare alla parete opposta. Poi, tornava indietro.
E Nadia non parlava.
La ragazza tenne le labbra serrate.
Lasciò che il silenzio le penetrasse nei polmoni, che le strepitasse nelle orecchie.
Il suo cuore iniziò a sanguinare, quando si rese conto che l’unico rumore a farle compagnia erano i borborigmi del suo stomaco.
Li aveva sempre sentiti – non passava un giorno senza che si beasse della leggerezza che le donavano – eppure, fu in quello studio, un martedì freddo come tutti gli altri, che li ascoltò.
Il suono era secco, disperato; le riecheggiò nelle membra, gliele vuotò dell’impassibilità di cui si pascevano.
Per la prima volta, la fame si fece pesante.
Quando parlò, la voce roca non le sembrò nemmeno la propria.
“Forse, non così bene.” Le parole rimbombarono nella stanza.
Lo sguardo di Nadia si accese come una fiaccola in una caverna buia.
“Puoi dire qualsiasi cosa desideri, tesoro. Non c’è fretta, non c’è pressione.”
Alma la pressione la sentiva. Una mano, sul petto, che premeva, come a volerla soffocare.
Alzò gli occhi che aveva incatenati al pavimento, incrociando quelli della psicologa.
“Non sto bene.”
Nadia annuì piano. “Lo so.”
Naturalmente, lo sapeva. Lo sapevano tutti. Bastava uno sguardo, un attimo di attenzione.
L’aspetto di Alma parlava da sé.
In bocca aveva il sapore del digiuno che le impastava la lingua. Parlare le costava fatica.
“Non riesco a tornare indietro.”
Le parole le scivolarono dalle labbra, morbide e languide come non si sarebbe mai aspettata; lacrime, taciute per mesi.
“E dove vuoi tornare?”
Immagini si affollarono nella mente di Alma. La bilancia che nascondeva sotto il letto. Il riso che, quella mattina, aveva gettato nella spazzatura. Le ossa aguzze che osservava allo specchio prima di uscire di casa.
“Dov’ero prima.”
Nadia inspirò profondamente. Le poche frasi che si erano scambiate erano state faticose per entrambe. Eppure, parlò con la voce intrisa di tranquillità. Miele sulle ferite appena aperte.
“Non penso sia possibile, tesoro.” Inclinò leggermente la testa, sorridendole mestamente.
“Non penso che tornare indietro sia l’obbiettivo di questo percorso.”
Ci fu di nuovo silenzio, ma stavolta Nadia sapeva che la ragazza non sarebbe stata capace di reggerlo a lungo. Dunque, proseguì.
“Dobbiamo andare avanti.”
Nadia comprendeva perfettamente che Alma non si sentisse pronta ad ascoltare quelle parole.
“Un passo alla volta. Piccolino. Anche microscopico, se vuoi.”
Trovò crudelmente ironica la pesantezza di ciò che stava per dire.
“Un grammo dopo l’altro.”
Il cuore di Alma fece un tonfo. Nadia sentiva il mostro che le urlava dentro.
“Lo sai anche tu che la tua leggerezza è il peso che ti sta trascinando a fondo, vero?”
Quella frase infranse qualcosa. Un vetro. Un muro. Il cristallo che aveva ricoperto le membra di Alma, rendendole sterili, inanimate. Con uno schianto, il dolore proruppe dalla voragine che la ragazza si portava dentro, bagnandole le guance di calde, copiose lacrime. Silenziose, anch’esse.
“Lo so.”
Alma quasi non si ricordava cosa significasse permettere alle emozioni di travolgerla. Aveva imparato a usare la fame a suo favore, lasciando che fosse lei a nutrirsene.
Almeno, fino a quel momento.
La sofferenza le si arrampicava su per la gola, artigliando la carne tenera, per poi riversarsi
come un fiume in piena. E le lacrime le bruciavano; la scia bagnata era come un’ustione sulle
guance, rimaste asciutte per così tanto tempo.
Piangeva perché era stanca. Stanca dei numeri, dei pensieri, delle voci. Stanca di sentirsi morire.
Piangeva perché voleva che finisse. Voleva starsene in pace nel proprio corpo.
E piangeva perché non voleva guarire.
Lei era la sua leggerezza.
Non ricordava altri modi di esistere; il peso la atterriva.
Nadia scrutò con attenzione e meraviglia il tumulto che, finalmente, si stava muovendo dentro lo sguardo della paziente. La ragazza dal viso spento e le parole vuote, per mesi, aveva depistato le cure, persuasa da una voce malata che le sussurrava all’orecchio.
“A cosa stai pensando?”
Alma scosse la testa. Le lacrime non sembravano intenzionate a fermarsi.
“Hai paura.”
La sedia di Nadia scricchiolò mentre la psicologa distendeva le gambe.
“Ma ti assicuro che non succederà tutto in un attimo. Sarà un percorso lungo, ma oggi ne è l’inizio. Il primo passo l’hai già fatto.”
Si appoggiò allo schienale, allontanandosi dalla ragazza. Le lasciò il suo spazio. E le concesse, nuovamente, del silenzio, prima di continuare.
“Non ti nego che sarà doloroso. Forse più doloroso della situazione in cui ti trovi ora.
Ti stai aggrappando alla magrezza come se fosse la tua medicina.
E quando la lascerai andare…”
Alma si lasciò sfuggire un singhiozzo che riempì tutta la stanza.
“… io sarò qui, al tuo fianco, per ricordarti ogni giorno che la guarigione si trova dentro di te.”
Durante il resto della seduta parlarono d’altro. Scuola, famiglia, amici. Alma raccontò a Nadia di un litigio. Nadia raccontò ad Alma che quella mattina era andata ad arrampicare.
“Quando sono arrivata in cima, mi tremavano le gambe. Avevo il fiatone e le mani mi facevano male. Ma poi mi sono girata, e sai cosa ho visto? Ho visto il mare, Alma.
Era calmo, liscio come un piatto di porcellana. Era l’alba, e il cielo sembrava tutto rosa e arancione. Ho amato intensamente quel momento. Perché se mi trovavo lassù, a guardare quella meraviglia, era perché avevo trovato la forza di svegliarmi presto, di infilarmi nell’imbragatura, e di scalare quella parete che tanto mi faceva paura. In quel momento, mi sono sentita immensa.”
Alma adorava profondamente il modo in cui Nadia descriveva le proprie emozioni. Anzi, lo bramava. Le percepiva così vivide; quando la ascoltava, non poteva che detestare il vuoto che lei, al contrario, aveva dentro. La leggerezza del suo sentire la fece sentire brulla, arida.
Alla caramella che la psicologa le porse, speranzosa, Alma preferì rollarsi una sigaretta.
Nadia sospirò. Un passo alla volta.
Prima che la ragazza uscisse dallo studio, frugò nella propria borsa.
Ne entrasse un piccolo quaderno, grande quanto il palmo di una mano. Lo porse ad Alma.
La copertina era verde.“Un foglio di carta pesa cinque grammi. I pensieri e il dolore che ti stai portando dentro pesano una tonnellata; ti potrai stupire di quanto l’atto di annotarli possa aiutarti a sentirti più leggera, nel modo in cui brami veramente.”
Alma prese il taccuino, tenendolo fra le dita sottili e tremanti.
“Questo taccuino ti risulterà un macigno, tra le mani: trova in te la forza per scriverci la prima frase. E custodisci la leggerezza che ti donerà.”
Il primo passo.
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