Lo straniero di Ozon (2025)
Spesso noi siamo attirati dai titoli di film quando sono tratti da dei libri, talvolta da capolavori della letteratura come in questo caso, Lo straniero di Albert Camus.
Questo romanzo è stato scritto dal celebre scrittore e filosofo francese ed è stato pubblicato nel 1942 per Gallimard. Unanimemente considerato dai critici uno dei romanzi capitali della letteratura universale, diede immediata notorietà all’autore. Infatti ancor oggi Le Monde lo posiziona al 1º posto della classifica dei 100 migliori libri scritti nel ventesimo secolo.
È la storia di Meursault, un piccolo impiegato che vive ad Algeri e che conduce, come tanti, un’esistenza chiusa in uno squallido conformismo. Un giorno, quasi per caso, uccide un arabo. Arrestato, egli non tenta neppure di giustificarsi, di difendersi: viene processato e condannato a morte.
L’opera affronta vari interrogativi: chi sia Meursault – estraneo a sé stesso – un volgare assassino, un folle o un ribelle; quale significato abbiano il suo gesto e il suo comportamento.
Camus racconta così la storia di un delitto assurdo e denuncia l’assurdità di vivere e dell’ingiustizia universale. Sono tematiche tipiche dell’esistenzialismo, sebbene Camus non si considerò mai un esistenzialista.


Ma che valore aggiunto ha questa trasposizione cinematografica di questo capolavoro letterario?
Innanzi tutto indovinata è la scelta del regista del bianco e nero, che mette in risalto e focalizza i sentimenti non sentimenti del protagonista.
Inoltre la descrizione della città di Algeri nella sua bellezza ripresa da materiale d’archivio del colonialismo francese. Tanto bella da essere comparata ad una Parigi sporca (forse un’allusione etica?) e con forti segnali di razzismo, come quando nei cinema si intravede un cartello in cui si vieta l’accesso agli indigeni o quando durante il processo a Meursault, l’arabo ucciso viene definito un indigeno, quasi a diminuire la sua dignità di uomo.
Questo viene confermato dalle affermazioni della sorella della vittima, che ricorda alla fidanzata del protagonista quanto a nessuno importasse veramente di suo fratello perché arabo.


Piuttosto il processo viene condotto con una certa morbosità perché non ci si capacita di come un uomo normale e di basso profilo improvvisamente uccida un suo simile e questo butti all’aria tutti i progetti della sua vita, compreso l’imminente matrimonio tanto desiderato dalla fidanzata.
Sembra si voglia cercare una giustificazione alla sua freddezza, capirne le ragioni, ma tutti i testimoni non fanno che dire la verità a cui Meursault è tanto fedele, o per lo meno a quella che per lui lo è, aggravando ancor più la sua situazione, senza volerlo. Si arriva così al verdetto, la decapitazione e nessun appello sembra poter cambiare il suo destino.
Il tutto sembra un parallelo con il colonialismo, che sembra volere l’emancipazione dei popoli che sottomette, ma la verità è solo che per quante giustificazioni gli vogliano dare, è qualcosa da condannare in assoluto.
Il momento della verità arriva per il protagonista in un momento impensato. In attesa del verdetto che deciderà della sua vita, un prete gli fa visita, da lui non richiesto e solo tollerato con fermezza.


Ma le parole del prelato che lui vive come provocazioni, innescano in lui una reazione rabbiosa, in cui finalmente esce dalla sua indifferenza e riesce a dire veramente quello che pensa, potendo così finalmente affrontare la morte con serenità, lasciato in pace dai suoi fantasmi vivi, come la fidanzata o morti, come la madre.
Una metafora della vita, in cui spesso ce la raccontiamo, ma solo la verità ci rende liberi.
Ed in questo percorso psicologico il regista Ozon è stato magistrale, perché è riuscito con una fotografia stupenda, che ricorda in qualche modo quelle meravigliose pubblicità dei profumi Armani, a segnare quegli attimi, quei frammenti di vita che di fatto diventano gli scatti di progressione della nostra esistenza.
Candidato a vari riconoscimenti, il film ha ottenuto il premio Cesar 2026 per il miglior attore non protagonista, Pierre Lottin, nella pellicola Raymond Sintes, e i premi Lumiere come miglior film, miglior attore a BenjaminVoisin, il protagonista e la migliore fotografia a Manuel Dacosse.
Tutto meritatissimo, perché questo film è così efficace perché sa scavare nell’animo umano.
Quando lo spettatore esce dalla proiezione vive l’onda lunga delle domande che pone il film: quelle esistenzialiste che lo scrittore Camus ha saputo esprimere con le parole e che il regista Ozon ha saputo trasferire in immagini iconiche. Un film da vedere quindi per poter pensare.
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